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martedì, Luglio 5, 2022

L’assedio di Severodonetsk, il Papa e il mistero Azovstal

Il punto sull’assedio di Severodonetsk e un ragionamento parallelo sulla vicenda Azovstal, raccontata fino ad oggi come una sorta di telenovela bellicista ma che forse merita un’analisi diversa. Con un nuovo thread Nico Piro, il pioniere italiano del giornalismo mobile, ha fatto il punto della situazione.

L’assedio di Severodonetsk

Di Nico Piro*

Non possiamo non cominciare dalle dichiarazioni del Papa che anche oggi
si conferma essere da capo di Stato l’unico politico rimasto all’Occidente e da Pastore di anime l’unica voce con il coraggio della Pace, scelta molto più difficile della guerra.

“Dobbiamo allontanarci dal normale schema di Cappuccetto rosso” dice il Papa a Antonio Spadaro. L’intervista anticipata in parte dalla stampa viene pubblicata oggi su Civiltà Cattolica. Bellissimo questo passaggio che è un sollievo per tutti i veri pacifisti che si sono opposti al Pensiero Unico Bellicista e sono stati trattati da filo-putiniani, amici del nemico:

“Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi.”

Ricordiamo che gli opinionisti con l’elmetto sono arrivati a fare affermazioni di una gravità inaudita sul Papa, stupidamente contestandogli – tra le altre cose – la mancata espressa
condanna di Putin.

Il Papa si è sottratto al “concorso di bellezza dell’odio” che è cominciato il 24/2 e ha visto una gara a chi più ha offeso e mostrato rancore verso la Russia. Direte voi: posizioni legittime.

Certo ma non se – come ci insegna la storia – prima o poi con l’assassino, il macellaio, quello che non può più stare al potere deve sederti a trattare.

E che non ci fosse soluzione militare in Ucraina l’ho detto e l’ho scrivo dal primo momento, era chiarissimo. E allora non è un caso che ieri con una precisa liturgia Mosca
abbia fatto sapere di apprezzare la mediazione del Vaticano, definendola riservata e soprattutto sottolineando la serietà perché messa alla prova dei fatti.

La linea diplomatica del Vaticano è più efficace della verbosa muscolarità che ha contagiato, per esempio, anche Borrell?

Ma veniamo a quello che accade sul campo

Severodonetsk è completamente circondata con la distruzione dell’ultimo dei tre ponti che la collegano con esterno (alias via di fuga, linea di rifornimento). La città non è solo circondata ma è in buona parte sotto controllo russo.

Zelensky parla di costo umano della battagli terrificante, sono parole belle ma di maniera. Non solo in città c’è un numero non chiaro di civili ma gli ucraini (lo scrivevo nei giorni scorsi) hanno mandato in una missione suicida i propri soldati quando hanno deciso
un improbabile contrattacco sulla cittadina.

O è stato il primo grande errore tattico del pur brillante (grazie anche all’intelligence occidentale) Stato Maggiore di Kyev o è una cinica mossa tattica come a Mariupol cioè usare le truppe assediate come un magnete così da impedire al nemico di spostare truppe in altre aree.

Specificamente: il sacrificio di Severodonetsk serve ad aiutare un contrattacco sull’area di Kherson? Gli opinionisti con l’elmetto (stranieri, gli italiani sono in ritardo di due, tre giorni) stanno trovando un nuovo alibi al prolungamento della guerra, cioè il Donbass è perso ma la vera partita si gioca tra Kherson e Zaporysha cioè quelle aree che la Russia mai ha inserito nei suoi obiettivi dichiarati (Donbass e Crimea) ma che gli servono:

  1. per portare acqua alla Crimea
  2. per creare un cuscinetto anti-artiglieria a difesa di Melitopol e il mar d’Azof in genere
  3. per consolidare la presenza sul Dnieper che rappresenta asse di penetrazione (arriva fino a Kyev) per future offensive ma soprattutto confine facilmente difendibile (sponda sinistra).

Torniamo a Severodonietsk: perchè è importante la presa di questa città? Per due motivi: 1) è la terza testa di ponte per chiudere le truppe ucraine in una sacca con spinte da Popasana, Izyum e Severodonietsk. Non è detto che la sacca si manifesti come nella mia mappa artigianale.

Più probabile che partano sacche concentriche cioè più piccole, sta di fatto che (pur con le difficoltà ad Izyum e Popasana) le truppe russe sono in posizione corretta per manovrare nel Donbass sfruttando il fattore terreno (asciutto) di una stagione più calda del solito.

Con la secessione di Lugansk (e di un terzo circa dell’omonimo oblast, regione) Severodonietsk era diventata la capitale “ucraina” di quella regione, una volta presa si può dire che si completa quasi l’obiettivo dichiarato dei separatisti cioè far coincidere i confini
della Repubblica Popolare di Lugansk con quelli della regione amministrativa ucraina.

Ovviamente un’offensiva analoga si svolgerà più a sud a Donetsk, dove l’offensiva fino a confini amministrativi è stata rallentata dal lungo assedio di Mariupol.

Fermi tutti: no a illusioni

I progressi dei russi sembrano inesorabili (il terreno favorisce l’assetto militare russo) ma la guerra resta in una condizione di stallo, non c’è un game changer, la svolta, l’ansia da finale di soap opera.

Per neutralizzare l’ultima resistenza ucraina a Severodonetsk ci vorranno molti giorni (salvo improbabile resa degli ucraini, tra cui ci sono – pare – tanti stranieri che dopo le sentenze di Donetsk sanno cosa li attende se fatti prigionieri).

Poi i russi dovranno passare il fiume omonimo (guado che fallì miseramente un mese fa, con almeno 80 veicoli corazzati russi distrutti e un’operazione dei commando ucraini da manuale anche se ora difficilmente ripetibile) e poi bisognerà prendere la città “gemella” Lisichansk che però gode di un vantaggio molto raro nelle grandi piane del Donbass cioè ha “elevazione di quota” che nell’abc di ogni battaglia può essere un fattore chiave per la difesa (dalla Normandia a Korengal).

Che cosa potrebbe disattivarlo? La mancanza di artiglieria a medio raggio che denunciano gli ucraini e che potrebbe tenere le truppe russe a distanza.

Nonostante le liste della spesa e le critiche senza freni di Kyev (si intensificano sempre più quelle contro la Germania, puntualmente reinterpretate dai nostrani opinionisti con l’elmetto) l’occidente sta facendo sforzo enorme e ad alto rischio di estensione
del conflitto per fornire armi agli ucraini.

Il punto è che l’appiattimento di Kyev sulle “liste della spesa” (quindi “l’Occidente non ci aiuta abbastanza”) se è utile per consolidare il consenso intorno a Zelensky, perchè le colpe sarebbero comunque degli alleati ma è un suicidio politico perchè si punta solo sul cavallo militare e quindi la prospettiva non potrà che essere una nuova linea di contatto (come negli otto anni precedenti ma più a ovest) con una fase “eterna” a bassa intensità. Conviene a Kyev e all’Europa?

Il caso Severodonietsk richiama quello di Mariupol e quindi dell’Azovstal

Una rapida riflessione su quello che è accaduto. La città era spacciata da metà marzo, cioè da quando assedio era completo su quattro versanti, ma la resistenza della fanteria da sbarco e del R.O.S.

Azov è servita a drenare truppe russe ed evitare che si spostassero verso il nord. E’ stato utile militarmente? Si. A livello etico? Premesso che in guerra non c’è etica, si è combattuto inutilmente strada per strada, in città già persa. Resistere in un castello assediato
è un conto, resistere in una città piena di civili significa mettere a rischio 1/2 milione abitanti, esponendoli al fuoco incrociato.

In quanto all’epica dell’assedio all’Azovstal, servita anche a continuare a riabilitare soldati con un simbolo nazista sul braccio e alla narrazione buoni-cattivi, va detto che:

  • come si sapeva dall’inizio quella dei laboratori sotterranei è una balla russa altrimenti ora ce li avrebbero fatti vedere
  • la resa dei soldati per come è arrivata all’improvviso pone interrogativi, cioè è stata una scelta non rinviabile oppure Kyev ha voluto chiudere vicenda che stava diventando problema politico per Zelensky? Forse lo capiremo con i processi in Russia dei soldati catturati, capro espiatorio della “denazificazione” o nella partita di giro nei sotterranei della guerra.

* Nico Piro è un giornalista, scrittore e blogger italiano, attualmente inviato della redazione esteri TG3.

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