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La Germania difende all’Aia il sostegno militare a Israele dopo aver autorizzato quasi un miliardo di dollari di armi in sei mesi. Dodici Paesi sanzionano gli insediamenti in Cisgiordania. L’Italia resta fuori e invoca una decisione europea che non arriverà ma o sarà diluita in modo “omeopatico”.
Genocidio, sanzioni, espulsioni: un giorno di settembre e l’Europa si è finalmente spaccata su Israele. L’Italia no
La Germania ha aperto davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia quattro giorni di udienze chiedendo l’archiviazione del procedimento intentato dal Nicaragua nel marzo 2024, che accusa Berlino di aver violato la Convenzione sul genocidio del 1948 continuando ad armare e sostenere Israele durante l’offensiva a Gaza. La difesa tedesca sostiene che la Corte non abbia giurisdizione sul caso, oppure che gli argomenti nicaraguensi non reggano nel merito. Il giorno successivo, l’8 settembre, il settimanale Der Spiegel ha rivelato che nella sola prima metà del 2026 Berlino ha autorizzato forniture militari verso Tel Aviv per quasi 930 milioni di dollari, confermando la Germania come secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti.
Sempre l’8 settembre, il Regno Unito, guidato ora dal premier laburista Andy Burnham, ha annunciato insieme ad altri undici Paesi, tra cui Francia, Canada, Polonia, Portogallo e Spagna, sanzioni commerciali contro gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, accusando i coloni di condurre una “pulizia etnica” contro i palestinesi.
La reazione di Israele è arrivata nello stesso giorno: il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, l’espulsione dei rappresentanti del Regno Unito dai centri di coordinamento in Israele e il divieto d’ingresso per dodici cittadini britannici, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Oggi è emerso che l’Italia non ha aderito alla coalizione dei dodici: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato la scelta dicendo di puntare “a una decisione europea”, mentre Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno definito la posizione del governo “un comportamento vergognoso”.
Una giornata che smaschera trent’anni di ipocrisia diplomatica tedesca
Colpisce, in questa sequenza di notizie, la simultaneità con cui la Germania recita due parti opposte sullo stesso palcoscenico. Da una parte i suoi avvocati passano quattro giorni a spiegare ai giudici dell’Aia perché fornire quasi un miliardo di dollari di armamenti in sei mesi a uno Stato che la stessa Corte, già nel 2024, ha ritenuto plausibilmente in violazione della Convenzione sul genocidio non costituisca complicità.
Dall’altra il governo tedesco, per bocca dei suoi stessi rappresentanti, continua a ripetere che la sicurezza di Israele resta “al centro” della politica estera nazionale, invocando la storia del nazismo come giustificazione morale per finanziare, oggi, un’operazione militare che l’ambasciatore nicaraguense all’Aia ha sintetizzato con estrema semp0licità: Berlino sembra incapace di distinguere tra legittima difesa e genocidio.
Non serve essere giuristi internazionali per notare che la stretta temporanea sulle licenze di esportazione, applicata tra agosto e novembre 2025 e già ampiamente rientrata, assomiglia più a una manovra difensiva in vista dell’udienza che a una reale correzione di rotta.
L’Europa che si spacca e l’Italia che si nasconde dietro Bruxelles
Il fronte dei dodici, che riunisce potenze di peso molto diverso come Regno Unito, Francia e Canada insieme a Paesi più piccoli come Portogallo e Polonia, rappresenta comunque la prima azione realmente coordinata contro l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania da anni di stallo negoziale in sede Ue, dove qualunque sanzione collettiva resta bloccata dal principio dell’unanimità tra i ventisette.
La reazione furiosa di Israele, con la chiusura di un consolato e l’espulsione di funzionari stranieri, misura l’irritazione reale di un governo che si è visto colpire, per una volta, non a parole ma con provvedimenti concreti seppure limitati sul piano dell’interscambio commerciale complessivo.
La scelta italiana di restare fuori, nascondendosi dietro l’attesa di un’improbabile decisione unanime europea che lo stesso governo di Roma contribuisce a rendere impossibile con il proprio veto sistematico su ogni proposta di sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, non è prudenza diplomatica. È l’ennesima controprova che l’esecutivo italiano preferisce l’irrilevanza internazionale certa al rischio, anche minimo, di irritare Washington e Tel Aviv.
Mentre la Germania si difende come può da un’accusa di complicità in un crimine internazionale e Londra sceglie di pagare un prezzo politico misurabile in chiusure di consolati, l’Italia si accontenta di restare l’unico grande Paese europeo che, di fronte a due anni di massacro documentato, continua a chiamarlo “prudenza”.

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