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USA distruggono cinque petroliere iraniane, l’Iran risponde colpendo una base in Giordania con munizioni a grappolo. Confermati 18 missili intercettati da Amman. Sei mesi di guerra non hanno fiaccato la capacità militare iraniana, mentre il conflitto rischia di allargarsi oltre lo Stretto di Hormuz.
Notte di fuoco ad Hormuz, pioggia di misisli sulla Giordania
Questa notte il Comando centrale statunitense ha annunciato la distruzione di cinque petroliere iraniane, Kivik, Charminar, Horizon 1, Riesco e Derya, colpite dopo che le Guardie della Rivoluzione islamica avevano preso di mira per due volte in due giorni un cacciatorpediniere della Marina americana con missili balistici.
È il secondo attacco dello stesso tipo in meno di una settimana: già il 5 settembre il Centcom aveva affondato altre tre petroliere iraniane dopo un tentativo dei Pasdaran di colpire una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili USA. La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Mehr e ripreso dall’ANSA, ha rivendicato a sua volta di aver colpito due navi statunitensi, otto petroliere e dieci imbarcazioni definite “non conformi” mentre tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz. Teheran ha quindi lanciato missili balistici contro la base aerea di Al Azraq, in Giordania, sede di assetti americani: un funzionario statunitense ha confermato a Fox News che tra i vettori utilizzati vi erano anche munizioni a grappolo. L’esercito giordano ha reso noto di aver intercettato 18 dei 20 missili diretti sul proprio territorio, con i restanti due caduti in aree disabitate e nessuna vittima registrata. Ma alcune immagini circolate sul web mostrano l’impatto di almeno un missile.
Una guerra che dura da sei mesi e che l’Iran continua a sostenere
Ridurre questo scambio a un episodio isolato significa non comprendere la scala di ciò che sta accadendo dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele aprirono le ostilità con attacchi diretti al territorio iraniano. Sei mesi dopo, nonostante un blocco navale nello Stretto di Hormuz in vigore dalla primavera, nonostante un bilancio di vittime che le stime più caute fissano oltre le tremila unità tra militari e civili iraniani e che altre fonti portano fino a seimila morti tra i soli membri delle forze armate, l’apparato militare iraniano continua a colpire bersagli americani in tutta la regione, dalla Giordania agli Emirati, dove ad aprile risultavano già intercettati oltre cinquecento missili balistici.
Un Paese sottoposto a un logoramento economico e militare di proporzioni enormi non ha ancora esaurito né la capacità industriale di produrre missili né la volontà politica di usarli. È una forma di resistenza che rivela una capacità di adattamento bellico che sei mesi di raid aerei e sanzioni petrolifere non sono riusciti a spezzare.
Regionalizzazione del conflitto…e l’Europa paga
L’aspetto più significativo sul piano geopolitico non è la conta delle petroliere affondate, ma la scelta iraniana di colpire sistematicamente basi in territorio giordano come Al Azraq, Muwaffaq Salti e King Hussein, cioè in un Paese che non è formalmente parte del conflitto e che ospita da anni assetti occidentali proprio in virtù della sua presunta neutralità regionale.
Ogni missile che cade su Amman o nei suoi dintorni allarga la platea dei soggetti coinvolti senza che nessuno degli attori principali lo dichiari apertamente, trasformando la Giordania nel terreno su cui si misura quanto la guerra sia disposta a espandersi orizzontalmente prima di deflagrare verticalmente.
Aggiungiamoci che un precedente accordo di cessate il fuoco, il memorandum firmato a giugno tra Washington e Teheran, è già saltato una volta, e che il prezzo del gas naturale in Europa ha toccato in questi giorni i massimi da tre anni: la lettura più onesta di questa fase non è quella di un’escalation destinata a fermarsi da sola, ma quella di un conflitto che ha imparato a convivere con se stesso, alternando tregue fragili e riprese improvvise, mentre il resto del mondo ne paga il conto energetico senza nemmeno avere voce in capitolo sulla sua fine.

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