Zelensky corre da Trump mentre Kiev affonda nella lotta tra bande per i fondi europei

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Mentre Zelensky vola a Washington da Trump, a Kiev si moltiplicano scandali di corruzione: nomine contestate ai vertici di SBU e polizia, il ministro Fedorov silurato e rilanciato dalla piazza. Bruxelles paga, ma finge di non vedere.

Zelensky vola da Trump per il funerale di Graham, mentre a Kiev il malgoverno seppellisce la credibilità dell’esecutivo

Il 17 luglio, in tarda serata, il governo ucraino ha nominato in un colpo solo i vertici ad interim dei due apparati di sicurezza più delicati del paese: Oleksandr Poklad, indicato direttamente da Volodymyr Zelensky, alla guida del Servizio di sicurezza SBU, e Maksym Tsutskiridze, scelto dal Consiglio dei ministri, a capo della Polizia nazionale.

Il Kyiv Independent, che di certo non può essere accusato di simpatie filorusse, ha ricostruito i profili dei due nominati con una puntualità che dovrebbe far arrossire chi a Bruxelles continua a firmare assegni senza fare domande: Poklad viene accusato dal Centro d’azione anticorruzione di aver guidato, nel 2025, l’attacco contro l’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e di aver costruito fascicoli giudiziari a fini politici; Tsutskiridze risulta legato a uno dei membri più controversi dello staff presidenziale.

Il commento dello stesso Centro, riportato dal giornale, non lascia spazio a interpretazioni concilianti: la nomina di simili figure segnala che le autorità ucraine si stanno muovendo verso uno stato di polizia, con nuovi attacchi in arrivo contro le istituzioni anticorruzione, i media indipendenti e la società civile.

Mentre questo avveniva a Kiev, il presidente ucraino si trovava già in rotta verso Washington, dove oggi incontrerà Donald Trump dopo aver partecipato al funerale del senatore Lindsey Graham, esponente di punta dell’ala repubblicana più oltranzista e tra i sostenitori più instancabili del sostegno militare a oltranza a Kiev. La coincidenza temporale meriterebbe più attenzione di quanta gliene venga solitamente concessa: nello stesso momento in cui il capo dello Stato ucraino perde uno dei suoi lobbisti più efficaci a Capitol Hill, il suo governo mette ai vertici della sicurezza nazionale due uomini accusati pubblicamente di sabotare gli organismi anticorruzione. Chi in Occidente continua a raccontare l’Ucraina come un modello di resilienza democratica sotto assedio dovrebbe forse aggiornare gli appunti.

Un ministro popolare silurato, e la piazza che non demorde

La vicenda si inserisce in una sequenza di rimpasti che definire turbolenti è un eufemismo. Dopo l’estromissione del generale Valerij Zaluzhnyi, spedito come ambasciatore a Londra, Zelensky ha licenziato Mykhailo Fedorov, ministro della Difesa tra i più apprezzati dall’opinione pubblica, riassegnandolo a un incarico che ne svuota di fatto il potere decisionale sulle strategie belliche. Il Kyiv Independent ha definito la mossa un errore di valutazione capace di generare due problemi contemporaneamente: una crisi politica che continua a riversarsi nelle piazze e la trasformazione di un alleato fedele in un rivale la cui popolarità ormai insidia quella presidenziale.

Un sondaggio di Rating Group citato dal giornale parla chiaro: il 72% degli intervistati ha respinto il licenziamento, contro appena il 5% favorevole. L’effetto collaterale, prevedibile per chiunque tranne che per chi ha preso la decisione, è che Fedorov si è ritrovato promosso dalle piazze a possibile candidato alle presidenziali, insieme a Zaluzhnyi e al capo di gabinetto Kyrylo Budanov — quando e se elezioni ci saranno mai. Per placare le proteste Zelensky ha destituito anche il capo di stato maggiore Oleksandr Syrskyi, sostituendolo con il generale Mykhailo Drapatyi, ma le manifestazioni non si sono fermate.

Bruxelles paga, Bruxelles guarda altrove

Resta un interrogativo che la retorica del “patriottismo atlantico” preferisce non porsi: che fine fanno i miliardi di euro versati dai contribuenti europei in un paese che, per indice di percezione della corruzione, si colloca tra i primi posti del continente? Non serve inventare complotti: bastano le cronache locali, che negli ultimi mesi hanno accumulato casi sospetti in una proporzione ormai difficile da liquidare come rumore di fondo.

La realpolitik giustifica molto, compresa la condivisione di interessi tra alleati scomodi; ma quando le evidenze si moltiplicano al punto da coinvolgere i vertici stessi degli organismi di sicurezza, il principio di responsabilità politica dovrebbe imporsi anche a chi firma i bonifici. Decine di funzionari europei, verosimilmente, sospettano esattamente quello che scrivono i giornali ucraini indipendenti. La domanda è se continueranno a fingere di non saperlo mentre Zelensky, oggi, va a Washington a farsi rassicurare da Trump sul proprio futuro politico — un futuro sempre più costruito sulla tenuta del sostegno esterno, e sempre meno su quella del consenso interno.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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