USA-Iran, trattative in bilico: Teheran alza la posta

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Trattative Iran-USA sempre in bilico ma Teheran alza la posta: dopo Hormuz minaccia indirettamente anche Bab el-Mandeb e Suez. I Pasdaran dettano la linea, i moderati arretrano e Trump cerca una via d’uscita.

L’Iran alza il prezzo della guerra

Quando il vicepresidente americano J. D. Vance dichiarò che un eventuale blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe stato un “suicidio economico” per l’Iran, l’affermazione conteneva una verità e una rimozione. La verità è evidente: circa un quinto del petrolio mondiale commerciato via mare transita attraverso quel corridoio di appena una trentina di chilometri nel Golfo Persico. La rimozione riguarda invece l’altra faccia della medaglia: una chiusura, anche parziale, sta rappresentando un problema devastante non solo per Teheran ma per l’intera economia globale, a partire dagli alleati degli Stati Uniti.

È precisamente questo il motivo per cui, dopo settimane di minacce, bombardamenti e dichiarazioni muscolari, il confronto tra Washington e Teheran si sta spostando dal terreno militare a quello strategico. Il puntoè sempre lostesso, cioè non chi possa distruggere più obiettivi ma chi possa imporre costi maggiori all’avversario.

Negli ultimi giorni, esponenti vicini ai Pasdaran e diversi media iraniani hanno lasciato intendere che la partita non riguarderebbe soltanto Hormuz. Da Teheran si fa filtrare sempre più spesso un secondo nome: Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato tra Mar Rosso e Golfo di Aden attraverso cui transitano le rotte che conducono al Canale di Suez. È un messaggio rivolto anzitutto all’Europa, che continua a osservare il conflitto come se fosse una questione regionale mentre rischia di diventarne una delle principali vittime economiche.

Teheran alza la posta

Il segnale più interessante arrivato da Teheran nelle ultime ore non riguarda tanto la chiusura di Hormuz quanto un concetto che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato impensabile nella dottrina ufficiale iraniana: l’ipotesi di attacchi preventivi contro obiettivi statunitensi.

Il Teheran Times, quotidiano vicino agli ambienti conservatori della Repubblica Islamica, ha pubblicato un’analisi che, pur attribuendo le valutazioni a non meglio precisati “esperti” e “analisti”, sembra avere la funzione di preparare il terreno a una possibile evoluzione dello scontro con Washington. Il messaggio è chiaro: se gli Stati Uniti dovessero intensificare la pressione militare ed economica contro l’Iran, la risposta non sarebbe necessariamente limitata al territorio iraniano o ai tradizionali teatri mediorientali.

Secondo queste ricostruzioni, all’interno degli apparati strategici di Teheran starebbe prendendo forma l’idea che una futura crisi debba essere affrontata rompendo il principio della risposta esclusivamente reattiva. In altre parole, anziché attendere un nuovo attacco americano, l’Iran potrebbe valutare operazioni limitate contro basi, installazioni militari e infrastrutture statunitensi presenti nel Golfo Persico, con l’obiettivo di alterare il calcolo dei costi a Washington prima dell’inizio di un eventuale conflitto.

È un passaggio politicamente rilevante perché segnala la crescente influenza delle componenti più securitarie del sistema iraniano, convinte che la strategia americana non punti semplicemente a contenere la Repubblica Islamica ma a provocarne un progressivo logoramento interno. Secondo quanto riportato dal quotidiano, ambienti dell’intelligence israeliana avrebbero sostenuto presso l’amministrazione americana che il mantenimento del blocco economico e delle restrizioni commerciali potrebbe produrre, nel giro di poche settimane, tensioni sociali e instabilità politica all’interno dell’Iran.

Proprio questa valutazione sembra essere al centro delle preoccupazioni di Teheran. Negli ultimi anni la leadership iraniana ha assistito a numerosi tentativi occidentali di utilizzare sanzioni, isolamento finanziario e pressione economica come strumenti di destabilizzazione politica. Da qui la convinzione, sempre più diffusa tra i Pasdaran, che un eventuale nuovo confronto non avrebbe come obiettivo principale i siti nucleari o le strutture militari, ma le infrastrutture civili necessarie al funzionamento del Paese: reti elettriche, depositi energetici, impianti di raffinazione, terminal del gas e nodi logistici.

La minaccia iraniana assume un significato diverso da quello puramente militare. Non si tratta soltanto di colpire una base americana o una nave nel Golfo. Si tratta di comunicare a Washington che qualsiasi tentativo di strangolamento economico dell’Iran comporterebbe un’immediata estensione del conflitto, trasformando una crisi regionale in uno scontro capace di coinvolgere rotte energetiche, basi militari e interessi strategici americani ben oltre i confini della Repubblica Islamica.

È il linguaggio della deterrenza portato all’estremo. E, soprattutto, è il segnale che a Teheran nessuno crede più che il confronto con gli Stati Uniti possa essere gestito attraverso la sola diplomazia.

La guerra che rafforza i falchi

C’è un paradosso che accompagna tutte le strategie occidentali contro l’Iran dagli anni Ottanta a oggi. Ogni volta che Washington sostiene di voler indebolire gli elementi più radicali della Repubblica Islamica, finisce per rafforzarli. La storia si ripete.

Per oltre vent’anni analisti americani ed europei hanno parlato della necessità di sostenere i cosiddetti moderati iraniani contro i settori più intransigenti del sistema. Poi sono arrivate le sanzioni, gli assassinii mirati di dirigenti militari, gli attacchi informatici, le operazioni clandestine e infine la nuova stagione di confronto diretto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

I Pasdaran non sono più soltanto una struttura militare. Sono diventati uno dei principali centri di potere economico, industriale e strategico del Paese. E ogni nuova minaccia proveniente dall’esterno offre loro l’argomento perfetto: dimostrare che la sopravvivenza dell’Iran dipende dalla forza, non dal dialogo.

In Europa si continua spesso a ragionare come se la politica iraniana fosse quella di una democrazia parlamentare occidentale. Non lo è. In condizioni di assedio, reale o percepito, le componenti securitarie acquisiscono inevitabilmente maggiore peso. La domanda che dovrebbe porsi Washington è semplice: dopo anni di pressione, l’Iran è diventato più moderato o più radicale?

Trump scopre la geografia

L’amministrazione Trump si trova ora davanti a un problema che non può essere risolto con un post su Truth Social o con una conferenza stampa: la geografia.

Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare del pianeta. Nessuno a Teheran pensa seriamente di poter competere frontalmente con Washington. Ma le guerre contemporanee non si vincono necessariamente distruggendo il nemico. A volte basta rendergli troppo costosa la vittoria. L’Iran non può battere gli Stati Uniti.

Può però contribuire a far esplodere il prezzo del petrolio, aumentare i costi assicurativi del traffico marittimo, mettere sotto pressione le catene logistiche internazionali e alimentare l’instabilità in un’area dalla quale dipende una quota decisiva dell’approvvigionamento energetico mondiale. È questo il linguaggio che si intravede dietro le dichiarazioni provenienti da Teheran. È il linguaggio della deterrenza.

Per anni una parte della classe dirigente occidentale ha raccontato l’Iran come un attore isolato, economicamente agonizzante e politicamente prossimo al cedimento. Oggi quello stesso Paese continua a commerciare con la Cina, mantiene relazioni strategiche con la Russia, conserva una rete di alleanze regionali e soprattutto possiede ancora la capacità di influenzare alcuni dei più importanti snodi energetici del pianeta. La strategia del massimo pressione non ha prodotto il risultato promesso.

Si continua a confondere la superiorità militare con la capacità politica. Si immagina che una portaerei possa risolvere questioni che appartengono alla storia, alla geografia e agli equilibri di potenza. Ma Hormuz non è una base militare da bombardare. È una realtà geografica chr, a differenza della propaganda, non cambia idea dopo una conferenza stampa

 

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