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Nonostante l’effetto mediatico dello stillicidio quotidiano di droni sul territorio russo, resta la realtà sul campo, inesorabile: l’80% dell’Ucraina è senza difesa aerea, Kiev sotto pressione, infrastrutture distrutte, popolazione più che dimezzata e uno stato che va avanti con i finanziamenti dell’Unione Europea. E Bruxelles discute di vittoria ignorando le 6.000 testate nucleari russe.
Quattro anni dopo: la guerra in Ucraina che l’Europa non riesce a guardare in faccia
A fine marzo 2026, la difesa aerea ucraina operava a capacità strutturalmente ridotta: i lanciatori NASAMS con due missili su sei, i sistemi Patriot e IRIS-T impossibilitati a ricaricare durante gli attacchi massicci. Zelensky ha riconosciuto pubblicamente che circa l’80% del territorio ucraino è privo di copertura contro missili balistici e droni. Non è un’emergenza congiunturale da risolvere con il prossimo lotto di forniture: è la fotografia di un sistema difensivo che si sta logorando più velocemente di quanto si riesca a rifornirlo.
Il Pentagono ha notificato agli alleati NATO che gli intercettori destinati a Kiev vengono ridistribuiti verso Israele e il Golfo Persico, e il think-tank britannico RUSI stima che i nuovi lotti ordinati da Germania e altri alleati non potranno colmare il deficit per anni.
Sul terreno, il quadro non è migliore. Nell’asse Slavyansk-Kramatorsk le forze russe hanno catturato Kaleniki, puntando verso Slavyansk, una delle ultime roccaforti del Donbas centrale, mentre Kiev da giorni è sotto i bombardamenti più duri dall’inizio del conflitto.
La Russia ha distrutto circa i due terzi della capacità di generazione elettrica ucraina: da 33,7 gigawatt prima dell’invasione a circa 14 al gennaio 2026. Il 90% della capacità termoelettrica è andato distrutto, il 50% degli impianti idroelettrici danneggiato. Circa 600.000 persone hanno lasciato Kiev a causa dei blackout prolungati, con civili che in alcune aree ricevono tre o quattro ore di elettricità al giorno. Il bombardamento sistematico delle infrastrutture non è una tattica di terrore: è la parte industriale di una strategia di logoramento che mira a rendere il paese ingovernabile prima ancora che militarmente sconfitto.
Ma il dato energetico è solo la parte più misurabile di un collasso più ampio. La popolazione ucraina, stimata in circa 44 milioni prima del 2022, si è ridotta drasticamente: tra sfollati interni, rifugiati all’estero — oltre sei milioni secondo l’UNHCR — e perdite belliche, il paese che eventualmente uscirà dal conflitto sarà demograficamente e industrialmente irriconoscibile rispetto a quello che vi è entrato.
A tenere in piedi lo stato ucraino nel frattempo non è la resilienza economica interna, ma il trasferimento continuo di risorse occidentali: l’Unione Europea ha erogato decine di miliardi in assistenza macro-finanziaria, coprendo stipendi pubblici, pensioni e servizi essenziali. Kiev combatte con il corpo dei propri soldati e il portafoglio altrui. È una condizione di dipendenza strutturale che nessun piano di ricostruzione post-bellica potrà ignorare, ammesso che qualcuno abbia già cominciato a elaborarne uno seriamente.
I droni come psy-op
C’è un altro elemento che il ciclo mediatico tende a presentare come inversione di tendenza senza mai verificarne il peso reale: i droni ucraini che colpiscono il territorio russo. Ogni attacco su Mosca, ogni incendio in un deposito di carburante, ogni vagone ferroviario danneggiato produce titoli, dichiarazioni, raccolta fondi. Serve a Kiev per dimostrare all’Occidente che resiste, che combatte, che merita sostegno. È una funzione comunicativa precisa, e in quanto tale va letta: è psyop, non strategia militare.
Un palazzo che brucia, un passeggero ucciso su un treno, un drone intercettato sopra il Cremlino generano immagini potenti e fastidio reale nella popolazione russa. Ma non spostano di un metro la linea del fronte. E soprattutto ignorano la sproporzione della risposta disponibile: un missile Oreshnik non colpisce un edificio, rade al suolo un’area con tutto ciò che contiene, incluso ciò che sta sotto. Quando la Russia decide di rispondere in modo simmetrico alla scala, la simmetria non esiste. I droni fanno notizia; le equazioni dell’attrito fanno la guerra.
I modelli quantitativi e il problema che nessuno vuole calcolare
Partendo quindi da queste considerazioni basate sui fatti, acquistano peso due analisi indipendenti prodotte fuori dai circoli istituzionali, e riportate sui media, in Italia, dal canale di Giacomo Gabellini. Parliamo di Peter Turchin — storico e matematico che ha fondato la cliodynamica, disciplina che applica modelli quantitativi ai cicli di ascesa e collasso degli stati — ha applicato alla guerra in Ucraina le equazioni di Lanchester, strumenti elaborati durante la Prima Guerra Mondiale per calcolare la dinamica degli attriti bellici, integrandole con variabili economiche aggiornate.
L’economista Varavik Powell, partendo da strumenti diversi, converge sulla stessa previsione: la capacità di resistenza organizzata ucraina si esaurirà entro la fine del 2026. Non per una manovra decisiva russa, non per un crollo politico improvviso, ma per la progressiva erosione della densità di truppe lungo il fronte — il meccanismo per cui i punti scoperti si moltiplicano, costringono ad arretramenti precipitosi e aprono spazi a manovre più ampie, in un effetto domino che produce collasso sistemico.
C’è poi la questione delle vittime. Vale la pena aggiungere una nota sul sistema dell’informazione che accompagna il conflitto. I numeri sulle perdite russe circolano con la certezza del dato verificato: un milione, un milione e duecento mila, cifre che crescono ogni settimana nei comunicati dello stato maggiore ucraino e vengono riprese senza filtraggio critico da redazioni che in altri contesti richiederebbero tre fonti indipendenti per pubblicare il prezzo di un caffè. Le perdite ucraine, invece, non esistono: nessun totale ufficiale, nessuna stima attendibile ripresa dai grandi media, nessuna domanda imbarazzante rivolta a Kiev. È un’asimmetria informativa così sistematica da essere essa stessa un dato politico. Un esercito che avesse davvero perso oltre un milione di uomini in quattro anni sarebbe collassato per ragioni aritmetiche elementari. Che nessuno lo faccia notare non è distrazione: è scelta.
La differenza – in ogni caso- non sta nel numero assoluto di perdite, ma nella capacità di sostituirle: dal 2021 la Russia ha aumentato la produzione di munizioni per artiglieria di oltre 17 volte rispetto al 2021, mentre Kiev fatica a mobilitare nuove leve con video di arruolamenti forzati che circolano sui social.
Dunque, li punto che questi modelli mettono in luce non è che la Russia sia invincibile — è che la guerra d’attrito ha una logica interna implacabile che la propaganda non riesce a sospendere. Eppure il dibattito politico europeo continua a ignorarlo con una coerenza che ricorda il meccanismo descritto da Christopher Clark nel suo studio sui capi di stato del 1914: non sonnambulismo puro, ma qualcosa di più attivo — la capacità di escludere sistematicamente dall’orizzonte cognitivo le informazioni che contraddicono la narrativa già scelta. I sonnambuli del 1914 camminavano per strada e provocarono una catastrofe immane; quelli di oggi camminano su un cornicione al trentesimo piano, con una differenza essenziale che il dibattito ufficiale europeo si rifiuta di nominare: la Russia possiede circa 6.000 testate nucleari.
Nessun documento dell’European Council on Foreign Relations che elabora strategie per “vincere sulla Russia” affronta seriamente questa variabile. Nessuno, nel dibattito sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, menziona che l’articolo 47 del trattato europeo — clausola di mutua difesa più stringente dell’articolo 5 NATO — trasformerebbe quell’adesione in un’automatica cobelligeranza con una potenza nucleare. Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, ha descritto la situazione con parole insolite per un diplomatico: la Russia si trova in una posizione di vantaggio industriale e produttivo che l’Occidente fatica a colmare. Ma anche questa ammissione resta sospesa nel vuoto, senza produrre la conseguenza logica che dovrebbe generare: una revisione della strategia.
Il risultato più probabile, a questo punto, non è una pace negoziata ma una disgregazione progressiva del fronte europeo una volta che la sconfitta diventerà impossibile da mascherare. I paesi per i quali la guerra è più lontana dagli interessi diretti — Italia, Spagna, Grecia — inizieranno a fare telefonate discrete. Non per convinzione ideologica, ma per necessità. È la traiettoria che quattro anni di rifiuto della realtà hanno reso quasi inevitabile.

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