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Gli americani amano lo spettacolo, cambiano ruoli con disinvoltura: gendarmi, fuorilegge, gladiatori. Zelensky, in maglietta militare da cabarettista, incarna la fiction del reduce eroico. Gli europei credono alle favole, mentre la tragedia si fa commedia. E viceversa.
Stati Uniti, geopolitica e cabaret
– Fausto Anderlini*
“Non hai le carte!”. Parla come un giocatore di poker seduto a Las Vegas. Uno scandalo per i damerini e i cicisbei delle corti europee. Però non bisogna dimenticare quando gli americani diffusero le effigi dei ras iracheni da eliminare, stampigliate sulle carte da poker. Allora piaceva tanto.
Gli americani sono così: spettacolari e zuzzurelloni, fortemente hollywoodiani. Gli piace fare i gendarmi, i Texas Rangers, i bounty killer col manifestino “wanted” in tasca, ma anche i banditi, i boss mafiosi, i fuorilegge, persino gli indiani, secondo il botteghino o la convenienza. La simpatica canaglia è la sintesi della loro prorompente e irrituale vitalità.
Uno insopportabile come Galli della Loggia rimpiange l’ingenuo e democratico americanismo hollywoodiano, quello in cui abbiamo cullato l’Occidente come la buona America dell'”arrivano i nostri“. Assieme al rock and roll. Pensa sia andato perduto proprio quando ne ha davanti la più plateale esibizione.
Gli europei credono alle favole, dove le parti in commedia sono assegnate una volta per tutte. Gli americani credono allo spettacolo, dove ruoli e canovaccio possono essere cambiati con allegra versatilità. Prendono lo spettacolo sul serio. Questa è l’idea che mi son fatto di loro, andandoli ripetutamente a visitare.
Foto segnaletiche
Zelensky in un angoletto davanti al caminetto, più piccolo che mai, mentre Trump e Vance lo incalzano come agenti dell’FBI durante un interrogatorio.
Non è chiaro perché diamine vada in giro agghindato con queste magliette nere o verde scuro, mostrando i bicipiti come un Ercolino. Cosa che manda in sollucchero la baronessa. Neanche una divisa militare da graduato, piuttosto un déshabillé da camerata durante i servizi di corvée.
Mentre il resto del mondo, salvo gli indiani e gli arabi, veste giacca e cravatta, emblema della dignità borghese, lui sfoggia la fiction del gladiatore e del reduce eroico che viene dalla prima linea del fronte.
Proprio questa umiliante situazione disvela il vero retrogusto della mise: la divisa del cabarettista. Il comico che non fa ridere, come Trump – acuto impresario – e prima di lui Berlusconi, hanno colto con precisione.
Adriano Sofri – me l’ha detto Gad Lerner – paragona Zelensky ad Allende. Michele Serra chiama il popolo europeo a farsi sardina, seguendo l’appello di Occhetto. Avvolgendosi in quella bandiera blu stellata che sembra tanto uno stendardo nobiliare o un drappo da fiera del mobile.
Ripristinare l’Europa dal basso con un’irenica insorgenza. Siamo europei, noi! Faro di civiltà nella tormenta. Frasi dette seriamente, con piglio eroico. Come alle comiche finali. Un vuoto comico, prima che cosmico.
Tragedie che scalano a commedia. E commedie che evolvono in tragedia. Gli altri ci mettono il sangue, noi le risate.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini*
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