Rubio a Monaco: l’America detta la linea, l’Europa ascolta

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Alla Conferenza di Monaco, Rubio archivia l’illusione post-Guerra fredda e ridimensiona l’Onu, rivendicando il primato americano su Gaza, Ucraina e Iran. L’Europa invoca fiducia transatlantica ma appare subordinata a una Nato sempre più a trazione Usa.

Rubio a Monaco, il ritorno del Marchese

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il segretario di Stato americano Marco Rubio non ha usato i guanti bianchi. Non ce n’era bisogno. l’America detta la linea, gli alleati si adeguano. Con cortesia diplomatica, certo. Ma il sottotesto era inequivocabile: o così o così.

Dopo le uscite di J. D. Vance nei mesi scorsi, toccava a Rubio ricucire senza arretrare. Operazione delicata: rassicurare l’Europa e al tempo stesso ribadire che l’epoca delle illusioni multilaterali è finita. “Vogliamo un’Europa forte”, ha detto. Frase che suona come un incoraggiamento affettuoso, finché non si aggiunge che quella forza dovrà ridefinirsi secondo priorità stabilite a Washington.

La fine della “fine della storia”

Rubio ha liquidato l’ottimismo post-1989 come una fantasia collettiva. L’idea che il commercio avrebbe dissolto i conflitti, che l’ordine internazionale basato su regole condivise avrebbe sostituito la competizione tra potenze, che la globalizzazione avrebbe smussato identità e confini. Una “illusione pericolosa”, l’ha definita. Non una semplice ingenuità, ma un errore strutturale.

Il bersaglio è chiaro: l’Europa che per trent’anni ha investito su integrazione economica e istituzioni multilaterali, confidando nella protezione americana come dato permanente. Ora Washington cambia tono. Non parla di abbandono dell’alleanza, ma di “rivitalizzazione”. Termine elegante per dire: basta gestire lo status quo, occorre riallinearsi.

Rubio insiste: gli Stati Uniti non vogliono dividere, bensì rafforzare l’amicizia transatlantica. Ma aggiunge che le società occidentali sono afflitte da “disperazione e autocompiacimento”. Diagnosi severa, che prepara la terapia: più decisionismo, meno esitazioni normative. Se il mondo è imperfetto — e non lo è mai stato — la diplomazia da sola non basta. Servono atti di forza.

Onu sotto processo, America assoluta

Nel discorso di Monaco, le Nazioni Unite sono state descritte come un organismo dal “potenziale enorme” ma incapace di incidere sulle crisi più urgenti. Gaza, Ucraina, Iran, Venezuela: per Rubio, non sono state le risoluzioni a produrre risultati, bensì l’intervento diretto degli Stati Uniti. Dalla liberazione di ostaggi alla pressione su Teheran, fino alle operazioni contro il regime venezuelano, il copione è uno: quando l’Onu fallisce, interviene Washington.

Non è solo un giudizio tecnico. È un cambio di paradigma. Il multilateralismo resta utile, purché funzioni come moltiplicatore della volontà americana. In caso contrario, si procede unilateralmente. “Non viviamo in un mondo perfetto”, ha ricordato Rubio. Vero. Ma la conclusione implicita è che il garante dell’imperfezione sia uno solo.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto di “riparare e rilanciare la fiducia transatlantica”. Traduzione: non trasformiamo la Nato in un rapporto gerarchico esplicito. Ma la fase è complicata. Le tensioni commerciali si sommano ai dubbi sull’impegno americano in Europa orientale. E la guerra in Ucraina resta il banco di prova.

L’Italia di Giorgia Meloni non mostra invece esitazioni: tra Berlino e Washington, la scelta è evidente. Il proclamato asse Roma-Berlino si sgonfia di fronte alla priorità atlantica. Le dichiarazioni di autonomia strategica europea restano spesso buone per le conferenze stampa.

Monaco ha dunque offerto un’immagine nitida: l’alleanza atlantica non è in rottura, ma in ridefinizione. Gli Stati Uniti chiedono più spese militari, più allineamento politico, meno ambiguità verso Cina e Russia. L’Europa, divisa e cauta, tenta di salvare la cornice multilaterale che ha garantito stabilità per decenni.

Il”padrone americano” non ha bisogno di alzare la voce. Gli basta ricordare che, nel sistema internazionale attuale, la capacità di proiezione militare e finanziaria resta concentrata oltreoceano. La domanda è se l’Europa intenda accettare questa asimmetria come destino o trasformarla in occasione per costruire una vera autonomia. Per ora, a Monaco, ha prevalso l’applauso prudente.

 

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Sira Beker
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