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Negli ultimi mesi, con le vicende degli Houthi e l’intervento USA in Yemen, abbiamo riscoperto la centralità dell’Oceano Indiano.
Oceano indiano, crocevia del mondo
Mentre tutti abbiamo ben chiaro il peso del Mar Rosso e di Suez, dove passano buona parte dei commerci marittimi mondiali, non abbiamo invece ben chiara l’importanza dello spazio che lo precede.
Il Mar Rosso è una delle entrate-uscite al grande oceano dove si affacciano: India, Cina, Sud Africa, Pakistan, Australia, Indonesia e indirettamente Iran, Arabia Saudita tra gli altri.
Parliamo di buona parte della popolazione mondiale e buona parte dei commerci e di centro di produzione industriale e petrolifera del mondo.
Il controllo e la stabilità dell’Oceano Indiano sono focali per la strategia USA, che si fonda sul controllo dei mari e delle loro reti. La destabilizzazione del Mar Rosso costringe le catene commerciali ad allungarsi (girando l’Africa) e portando una corsa inflazionistica nei paesi di vendita, ma non solo lì transitano parte dei cavi internet che collegano l’Europa e l’Asia (con ciò che ne deriva).
Questa non è l’unica via di accesso all’Indiano, chiaramente ci sono anche altre “porte”: lo Stretto di Ormuz che divide Penisola Arabica e Iran e su cui i BRICS con gli ingressi di gennaio hanno provato a mettere il cappello; il canale del Mozambico che separa Mozambico e Madagascar e lo stretto di Malacca, il vero timore cinese in caso di strozzamento USA alle importazioni marittime cinesi.
Anche in questo caso, l’Indonesia è paese atteso nei BRICS (anzi, ha fatto quasi strano che non fosse in questa prima tornata), il Mozambico è paese che riceve grandi investimenti da India, Cina e Sud Africa.
Per anni, nei nostri libri abbiamo vagheggiato sulla centralità del Pacifico e quindi sulla conservazione dello status egemone degli USA; oggi con l’ascesa dei BRICS (e non della sola Cina) ad assumere rilevanza sembra essere l’asse Asia-Africa con ciò che ne deriverà per l’Oceano Indiano.

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