Ma cosa dice esattamente il report di Francesca Albanese che ha fatto infuriare gli USA?

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Il rapporto ONU di Francesca Albanese denuncia oltre 60 aziende coinvolte nel sostegno economico all’occupazione israeliana. Dalle armi alla sorveglianza, dai fondi finanziari alla logistica, un’intera filiera globale trae profitto dal genocidio in Palestina.

Il “Rapporto Albanese”. Una sintetica analisi riassuntiva del documento

Questa analisi intende mettere in luce il significato politico del Rapporto Albanese e le motivazioni alla base della campagna di intimidazione condotta contro la dott.ssa Francesca Albanese, in aperta violazione del principio di immunità diplomatica, da parte dell’amministrazione statunitense.

Il documento in questione, redatto da Albanese nel suo ruolo di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, rappresenta un atto di accusa dettagliato e documentato.

Composto da circa 40 pagine e corredato da un ampio apparato di note, il rapporto è stato diffuso dall’ONU nella versione advance unedited, ovvero una stesura preliminare avanzata non ancora sottoposta alla revisione editoriale definitiva.

Come scritto nella premessa al documento:

“Questo rapporto indaga sui meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati. Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana basata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, ora, sul genocidio. La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porre fine a tale situazione non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e rendicontazione, in particolare in questo caso, dove sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso.”

Secondo l’approfondita ricostruzione presentata nel rapporto, Francesca Albanese ha raccolto e analizzato oltre 200 contributi provenienti da governi, organizzazioni per i diritti umani, imprese e studiosi, con l’obiettivo di mappare un complesso intreccio di oltre 60 aziende coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle attività di colonizzazione e nelle operazioni belliche attualmente in corso a Gaza.

Stando alle informazioni diffuse da Reuters, quindici di queste imprese avrebbero risposto alle accuse contenute nel documento, ma senza rendere pubbliche le proprie dichiarazioni.

Le aziende individuate sono state classificate in otto comparti funzionali, ciascuno riconducibile a tre principali finalità: forzare lo spostamento forzato della popolazione palestinese, agevolare l’insediamento dei coloni e supportare il sistema che rende possibile entrambe le dinamiche, attraverso strumenti legali, finanziari e di comunicazione.

Tra gli attori maggiormente coinvolti figurano anzitutto i produttori di armamenti, con in testa diverse aziende israeliane, ma soprattutto il vasto apparato militare-industriale dominato dalla statunitense Lockheed Martin. Quest’ultima è affiancata da oltre 1.600 imprese collegate, fra cui l’italiana Leonardo, chiamata in causa per la propria partecipazione al sistema.

Il rapporto menziona anche società impegnate nella robotica applicata alla produzione militare e nella logistica globale, come la danese Maersk. Un’attenzione particolare è riservata poi alle multinazionali attive nel campo della sorveglianza e dell’intelligenza artificiale: IBM, Alphabet (Google), Amazon, Microsoft e Palantir avrebbero fornito soluzioni tecnologiche per la raccolta dati e il controllo dei territori occupati, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza.

Nel dossier vengono inoltre elencate imprese specializzate nella produzione di mezzi pesanti, tra cui Caterpillar Inc., Volvo e HD Hyundai, le cui macchine sarebbero state impiegate per demolizioni sistematiche di infrastrutture palestinesi. Caterpillar, pur avendo in passato dichiarato che i propri prodotti andrebbero utilizzati nel rispetto del diritto internazionale umanitario, non ha rilasciato commenti ufficiali alla stampa dopo la pubblicazione del rapporto.

Non meno rilevante è il ruolo dei grandi gruppi finanziari. Per finanziare l’escalation militare, Tel Aviv ha ricevuto sostegno da colossi come BNP Paribas, Barclays, BlackRock, Vanguard e Allianz. A questi si affiancano importanti fondi previdenziali e assicurativi, tra cui AXA e il Norwegian Government Pension Fund Global, che risultano aver investito in società coinvolte nel conflitto.

Nelle sue conclusioni, Albanese è netta: il genocidio prosegue “perché è lucrativo per molti. I territori palestinesi sono divenuti un laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione tecnologica delle industrie belliche e digitali, mentre i guadagni dell’economia della guerra si distribuiscono trasversalmente su più settori, rendendo la violenza sistemica parte integrante di un modello produttivo.

“Il motore ideologico, politico ed economico del capitalismo razziale ha trasformato l’economia di occupazione, basata sullo sfollamento e sulla sostituzione da parte di Israele, in un’economia di genocidio. Si tratta di un’impresa criminale congiunta, in cui le azioni di uno contribuiscono in ultima analisi a un’intera economia che alimenta, sostiene e rende possibile questo genocidio.” — Francesca Albanese

Francesca Albanese è stata riconfermata nel suo incarico dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU (UNHRC) fino al 2028.

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