L’Occidente riflesso in Israele: il potere al di sopra della legge

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Israele non è solo un caso a sé, ma il riflesso di un Occidente che rivendica il potere assoluto, al di sopra della legge. L’eccezionalità americana si manifesta nella violenza israeliana, rivelando l’irrazionalità di un sistema che giustifica il dominio e occulta il dibattito dietro il moralismo.

L’Occidente riflesso in Israele

Mentre Israele intensifica l’operazione “Carro di Gedeone” nella Striscia di Gaza, con oltre 300 morti in 72 ore e piani per dividere il territorio in zone militarizzate, la comunità internazionale denuncia una crisi umanitaria senza precedenti ma non va oltre, in un festival dell’ipocrisia che non trova epigoni nella storia recente.

La strategia di Tel Aviv, giustificata su tutti i media a spron battuto come difesa nazionale, incarna l’eccezionalità occidentale dello Stato israeliano, che estremizza il privilegio di impunità, spesso mascherato dal discorso ideologico sionista.

Ma attribuire tutto al “sionismo” appare una semplificazione. Non si può negare che tale ideologia contenga elementi ‘problematici’ (è un eufemismo!), ma la deriva criminale degli ultimi due anni va interpretata in modo più complesso, coinvolgendo direttamente l’Occidente e, in particolare, gli Stati Uniti.

Israele, più che incarnare un’ideologia autonoma, sembra riflettere una specifica estensione dell’Occidente: una sorta di avamposto orientale degli Stati Uniti.

In questo senso, il paese mediorientale incarna l’idea dell’eccezionalità americana: la convinzione di essere al di sopra delle regole, sciolto da ogni vincolo del diritto internazionale e svincolato da qualunque imposizione esterna.

Il diritto di stare al di sopra della legge

Questa concezione non è esclusivamente israeliana. Gli Stati Uniti – e in parte l’Europa – si sono da tempo appropriati del “diritto” di porsi al di sopra della legge, giustificando interventi militari, destabilizzazioni geopolitiche e violazioni dei diritti umani come parte di una missione superiore.

La storia recente è piena di esempi: l’occupazione illegale dell’Iraq, dell’Afghanistan, la distruzione della Libia, l’intervento in Kosovo.

Israele, considerato nemmeno troppo provocatoriamente il 51esimo stato americano, estremizza questo principio, usandolo senza remore e senza freni.

L’azione militare israeliana negli ultimi decenni, sfugge a una razionalità geopolitica tradizionale intesa come una strategia coerente e orientata a obiettivi di lungo termine definiti in termini di sicurezza nazionale o stabilità regionale.

Al contrario, essa sembra rispondere a una logica di dominio e di annientamento che si traduce in una perpetuazione di conflitti asimmetrici, caratterizzati da un uso sproporzionato della forza e da una politica di espansione territoriale attraverso l’insediamento di colonie nei territori occupati, in violazione del diritto internazionale, come sancito dalle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Questa dinamica può essere letta come un’espressione estrema di una razionalità occidentale contemporanea, segnata da un pragmatismo geopolitico che privilegia la conservazione del potere assoluto, la supremazia economica e l’interesse strategico a discapito di qualsiasi principio etico o di giustizia internazionale.

Il progetto politico e militare israeliano, inserito in un contesto globale dominato da alleanze politiche e militari con le potenze occidentali, riflette un paradigma dove la sicurezza nazionale viene interpretata in termini di controllo territoriale totale e di eliminazione di ogni opposizione percepita come minaccia, anche quando ciò comporta gravi violazioni dei diritti umani.

Parallelamente, questo stesso Occidente turbocapitalistico, caratterizzato dall’egemonia delle grandi potenze economiche e finanziarie, ha progressivamente abbandonato ogni velleità di uguaglianza sociale o di giustizia redistributiva, liquidando le eredità del socialismo e dei movimenti progressisti del XX secolo.

Ne è conseguita la riaffermazione di un paradigma fondato sulla supremazia dell’individuo economicamente più forte e sul dominio strutturale dell’uomo sull’uomo, che si manifesta in forme di disuguaglianza sempre più marcate, precarietà del lavoro e concentrazione estrema della ricchezza.

Questo modello fonda la propria esistenza sulla gestione autoritaria e tecnocratica del potere, dove l’efficienza economica e la stabilità del sistema globalizzato vengono anteposte a ogni altro valore, in un processo di erosione delle democrazie liberali e di normalizzazione di conflitti e oppressioni.

La maschera del moralismo

Di fronte alle critiche che riguardano la politica israeliana, un numero significativo di intellettuali, politici e media occidentali tende a rifugiarsi in una forma di moralismo retorico, utilizzando l’accusa di antisemitismo come uno strumento di difesa quasi automatico.

Questo meccanismo, largamente adottato nei dibattiti pubblici e politici, funziona come uno scudo retorico che serve a delegittimare e silenziare ogni critica che metta in discussione non tanto un singolo governo o una specifica politica, quanto un’intera struttura ideologica che sostiene e giustifica il privilegio e il potere di determinati attori globali.

Dietro questa dinamica si nasconde un fatto scomodo e raramente affrontato: le critiche rivolte a Israele, specie nel contesto delle sue politiche di occupazione e delle violazioni sistematiche dei diritti umani nei confronti del popolo palestinese, colpiscono un modello più ampio di potere geopolitico e di ordine mondiale.

Questo modello vede l’Occidente, in particolare le potenze egemoni come Stati Uniti ed Europa occidentale, sostenere alleanze strategiche che garantiscono il mantenimento di uno status quo fondato sulla supremazia economica, militare e culturale.

Israele, in questo sistema, non è solo uno Stato sovrano con una propria agenda, ma un nodo cruciale in una rete di interessi globali che legittima la dominazione di una parte del mondo su un’altra.

L’accusa di antisemitismo, perciò, si trasforma spesso in un dispositivo retorico che devia e frammenta il dibattito pubblico, impedendo una riflessione approfondita e critica sulla natura violenta, discriminatoria e asimmetrica del sistema internazionale contemporaneo.

Essa viene utilizzata per stigmatizzare e marginalizzare ogni voce che sollevi questioni sulle responsabilità politiche e morali di Israele e dei suoi sostenitori, negando così la possibilità di un confronto onesto sulle implicazioni di un ordine mondiale segnato da conflitti permanenti, occupazioni militari e disuguaglianze strutturali.

Questo uso strumentale della retorica dell’antisemitismo contribuisce anche a una confusione terminologica che indebolisce la lotta autentica contro ogni forma di razzismo e discriminazione, inclusa quella antiebraica.

Uno specchio scomodo

Israele, dunque, non è solo – banalmente, secondo le definizioni care proprio all’Occidente – uno ‘Stato canaglia’ o un caso a sé stante: è il riflesso di un Occidente che ha perso ogni aspirazione umanitaria e si crogiola nella propria eccezionalità.

Nel perpetuare il mito della superiorità morale e politica, l’Occidente si condanna a una spirale di violenza e ingiustizia che trova in Israele la sua manifestazione più brutale e paradossalmente razionale.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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