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Lo Yemen è devastato da guerra e crisi umanitaria. Gli Houthi, movimento sciita rivoluzionario, combattono dal 2014 contro un governo sostenuto da USA e Arabia Saudita. Bombardamenti e embargo aggravano fame e povertà. Milioni di yemeniti dipendono dagli aiuti umanitari.
Lo Yemen stretto tra i bombardamenti di USA, Israele e Arabia Saudita e una feroce crisi umanitaria. Il dramma di una popolazione in ginocchio
Nello Yemen si combatte aspramente dal 2014, anno nel quale il movimento rivoluzionario musulmano sciita Houthi si è sollevato contro il dittatore Abd Rabbih Manṣūr Hādī, sostenuto da USA e UE e dalla maggior parte dei Paesi arabi alleati degli stessi Stati Uniti, succeduto a sua volta al precedente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, il quale ha governato con il pugno di ferro lo Yemen del Nord tra il 1978 ed il 1990, prima che questo si unisse con lo Yemen del Sud, dando così vita ad un solo Stato, dove ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ restò ancora in sella per ulteriori 12 anni (prima della riunificazione dei due Stati, avvenuta nel 1990, il Paese era diviso nella Repubblica Araba dello Yemen, nota anche come Yemen del Nord, e Repubblica Democratica popolare dello Yemen, noto come Yemen del Sud).
Ma chi sono gli Houthi e cosa vogliono? È un movimento rivoluzionario, politico e religioso avente per modello l’Hezbollah libanese, fondato nel 1992 da Mohammed e Hussein al-Houthi nel governatorato di Sada’a, nel nord dello Yemen e nato con il preciso scopo di rovesciare il regime dittatoriale insidiatosi nel Paese da più di 30 anni.
Il primo vero scontro con il Presidente yemenita Ali Abd Allah Saleh si ebbe nel corso di una manifestazione scandita da slogan anti-statunitensi e anti-israeliani nella moschea Saleh della bellissima capitale Sana’a, scontro nel quale il dittatore Saleh fece arrestare un migliaio di manifestanti.
Quella fu la miccia che innestò una rivolta contro il governo in carica che si allargò a macchia d’olio e che come reazione governativa vide una forte e sanguinaria ondata di repressione di tali movimenti di protesta che portò, il 10 settembre 2004, all’assassinio da parte del governo di Hussein al-Houthi.
Da quel momento la guida del movimento (la cui denominazione ufficiale è “Ansar Allah“, Partigiani di Dio) viene assunta dal fratello di Hussein, ovvero da Abdul-Malik Badreddin al-Houthi. Gli Houthi attraverso feroci combattimenti riuscirono a conquistare la capitale Sana’a, mettendo fortemente in crisi il regime dell’eterno dittatore Ali Abdullah Saleh che aveva governato lo Yemen per trentatré anni (e che verrà ucciso nel 2017 in un tentativo di fuga da Sana’a), e successivamente quello del suo successore, il Presidente Hadi, finito in esilio all’estero.
A quel punto però è entrata direttamente in campo l’Arabia Saudita (spalleggiata in questo da USA e Israele) con fitti bombardamenti, con il chiaro obiettivo di rimettere sul trono l’ex Presidente Hadi. Ryad, a propria giustificazione, ha sempre sostenuto che gli Houthi sono appoggiati dallo storico nemico dell’Iran con armi e supporto logistico, cosa però sempre negata dall’Iran e mai provata da parte dell’Arabia Saudita.
In tutto ciò, diverse milioni di persone son state costrette a dover lasciare la propria residenza e a cercare protezione presso situazioni diverse o altri Stati. Certo è che un buon 50% dei 32 milioni di abitanti dello Yemen, ancora oggi, paga un costo molto importante ed ha stringente bisogno di assistenza umanitaria.
Ma lo Yemen non viene continuamente attaccato solo dall’Arabia Saudita ma anche da USA e Israele, i quali Stati, chiariamolo in modo schietto e lineare, così come d’altronde anche la stessa Arabia Saudita, non avrebbero alcun diritto di intromettersi nelle beghe interne di un Paese terzo. Ma è cosa purtroppo ampiamente conosciuta a tutti che gli USA, da sempre, hanno la pessima abitudine, per non dire il pessimo vizio, di inserirsi pesantemente nelle questioni interne dei Paesi di mezzo mondo.
L’avvento di Trump: bombe su Sana’a
E purtroppo la situazione è destinata ad aggravarsi da quando vi è stato il ritorno sulla scena mondiale Donald Trump con il suo secondo mandato presidenziale: gli Stati Uniti non hanno perso tempo ed hanno pesantemente attaccato lo Yemen con una serie di bombardamenti che hanno colpito anche la capitale Sana’a, subito dopo che The Donald aveva annunciato, sul suo social Truth, di aver ordinato al Pentagono “di lanciare un’azione militare decisa e potente contro gli Houthi che hanno condotto una campagna implacabile di pirateria, violenza e terrorismo contro navi, aerei e droni americani e di altri Paesi“.
Gli americani al solito dicono di aver colpito solo radar, difese aeree, sistemi missilistici e droni, mentre il canale televisivo Al-Masirah, gestito dal movimento degli Houthi, afferma invece che i bombardamenti congiunti USA-GB hanno centrato anche un quartiere residenziale sito a nord della capitale yemenita, facendo strage di civili.
In realtà, molto probabilmente, Trump, attaccando pesantemente lo Yemen (soprattutto le aree comprese nelle province di Sana’a, Saada, al-Bayda, Hajjah, Dhamar, Marib e al-Jawf), sta tentando di provocare una reazione da parte dell’Iran, così da poter avere il pretesto e la scusa per poter attaccare direttamente quest’ultimo: «Ogni colpo sparato dagli Houthi sarà, d’ora in poi, considerato un colpo sparato dalle armi e dalla leadership dell’Iran e l’Iran sarà ritenuto responsabile, subendo le conseguenze, che saranno gravi!», ha scritto lo stesso sul suo canale social. Dal canto suo, l’Iran, ha correttamente specificato quel che sarebbe fin troppo ovvio, ed ovvero che “Il governo degli Stati Uniti non ha alcuna autorità o diritto di dettare la politica estera dell’Iran“, chiedendo di “fermare le uccisioni del popolo yemenita”, considerando che “l’aggressione militare costituisce una flagrante violazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, in particolare sul divieto dell’uso della forza e sul rispetto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale”.
Ma la questione non si ferma qui, dato che in gioco c’è una tragica partita doppia: infatti, l’intento di Trump, bombardando la popolazione civile yemenita, soprattutto bambini, perché di questo si tratta, non è solo quello di provocare una reazione da parte dell’Iran ma anche di mostrarsi palesemente al fianco di Israele (ammesso che ci sia ancora bisogno di dimostrazioni in tal senso), di contrasto al fatto che gli Houthi sono fortemente schierati al fianco del popolo palestinese, popolazione vittima, ricordiamolo, da quasi 80 anni, di un feroce apartheid da parte dello Stato sionista. Solo pochi giorni fa, Abdul Malik al-Houthi, ha dichiarato: «Non possiamo restare seduti a guardare il genocidio contro il popolo palestinese. Il nostro sostegno a Gaza non è soggetto a compromessi».
Nel frattempo Israele (già fortemente impegnato nel terribile e malvagio massacro/genocidio dei palestinesi di Gaza, nel trasferimento forzato di quelli residenti in Cisgiordania verso chissà dove, distruggendo case e strade, nel bombardare Libano e Siria con il malnascosto obiettivo di sempre di occupare illegalmente ancora altri territori), ha tentato di giustificare il proprio intervento armato verso lo Yemen dichiarando che il porto di Hodeida sarebbe il punto di ingresso utilizzato dall’Iran per fornire armi agli Houthi, ma come si diceva non sono mai riusciti a provarlo, tanto è vero che le Nazioni Unite (Ufficio contro la droga e il crimine) in un proprio rapporto del 2024 chiarivano che ci sono poche prove che le armi siano state contrabbandate attraverso il Mar Rosso agli Houthi tra il 2015 e il 2022.
Proprio nel 2022 Khalid bin Salman, fratello del principe saudita Mohammad e ministro della Difesa, annunciava quindi le dimissioni del presidente yemenita Abd Rabbuh Mansour Hadi (attenzione: un Ministro di un Paese che annuncia le dimissioni di un capo di governo di altro Stato sovrano.
Questa la dice tutta sulle intenzioni di Arabia Saudita, USA e Israele), dando il benvenuto al nuovo Consiglio Presidenziale, un teorico organo governativo composto da otto ministri designati da Hadi stesso che, secondo le intenzioni descritte dallo stesso Khalid bin Salman, dovrebbe rappresentare “un nuovo capitolo firmato dagli yemeniti per prendersi la responsabilità di costruire un futuro felice e pacifico per lo Yemen”, annuncio poco realistico e che lascia scarso spazio all’ottimismo di una possibile riconciliazione tutta interna al Paese yemenita, dal momento che in seno a tale presunto organo governativo sono rappresentati solo elementi anti-Houthi, i quali, nel frattempo però, hanno in mano grandissima parte del Paese, a partire dalla stessa capitale.
Il discorso ad ogni modo è sempre lo stesso: fin quando Arabia Saudita, USA e Israele continueranno a interessarsi fortemente del destino del Paese yemenita continuando a mettere, per così dire, i piedi nel piatto degli stessi yemeniti, difficilmente il Paese potrà trovare un suo momento di pace e serenità, dato che va da sé che restrizioni, embargo e soprattutto i bombardamenti continui degli Stati suddetti, non fanno altro che gravare sulla popolazione civile dello Stato yemenita, con il Paese velocemente precipitato in una pericolosa carestia, per non parlare del conseguente grave impatto sull’economia del Paese, con forti limitazioni alle importazioni e con l’aggravarsi dei disastri naturali.
Così lo Yemen, un tempo culla di antiche civiltà e crocevia di importanti rotte commerciali, vive oggi una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, dato che prima i vari dittatori susseguitisi nei decenni l’uno all’altro, e poi le forti ingerenze esterne, hanno trasformato questa nazione della penisola arabica in teatro di una catastrofe silenziosa, dove la povertà estrema si intreccia con instabilità politica, fame e malattie, con conseguenze devastanti sull’economia e sulle infrastrutture.
Ospedali, scuole, impianti idrici e reti elettriche sono stati gravemente danneggiati o completamente distrutti, privando milioni di persone dei servizi essenziali. Prima del conflitto, lo Yemen era già uno dei paesi più poveri del Medio Oriente.
Una feroce crisi umanitaria
Oggi, dopo più di 10 anni di guerra, la situazione è drammaticamente peggiorata: oltre l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con redditi insufficienti per soddisfare i bisogni primari.
La fame è probabilmente il volto più visibile della povertà nello Yemen. Secondo dati delle Nazioni Unite, circa 17 milioni di yemeniti soffrono di insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini malnutriti. Il blocco dei porti e le restrizioni all’importazione (conseguenza del malvagio embargo istituito dall’Arabia Saudita) hanno fatto schizzare in alto i prezzi dei beni alimentari, rendendo impossibile per molte famiglie l’accesso a cibo nutriente.
L’agricoltura, settore vitale per l’economia yemenita, è stata devastata dai bombardamenti e dalla carenza di carburante necessario per l’irrigazione. I pescatori, un tempo fonte importante di sostentamento per le comunità costiere, faticano a prendere il mare a causa dell’insicurezza e della mancanza di risorse.
Il sistema sanitario yemenita è sull’orlo del collasso. Meno della metà delle strutture mediche è pienamente funzionante, mentre epidemie di colera, difterite e recentemente COVID-19 continuano a mietere vittime. La malnutrizione ha indebolito i sistemi immunitari, rendendo la popolazione particolarmente vulnerabile alle malattie. La povertà impedisce a molti yemeniti di accedere alle cure mediche.
I costi di trasporto per raggiungere gli ospedali funzionanti, uniti alle spese per medicinali e trattamenti, rappresentano un ostacolo insormontabile per famiglie che lottano quotidianamente per procurarsi il cibo. I bambini yemeniti pagano il prezzo più alto della crisi. Oltre due milioni non frequentano la scuola, privati del diritto all’istruzione e spesso costretti a lavorare per contribuire al sostentamento familiare. La povertà ha anche causato un aumento dei matrimoni precoci: molte famiglie, incapaci di provvedere a tutti i membri, vedono nel matrimonio delle figlie una strategia di sopravvivenza economica.
Nonostante il quadro drammatico, alcune iniziative di organizzazioni umanitarie cercano di alleviare le sofferenze della popolazione. Progetti di micro-credito permettono a piccoli imprenditori di avviare attività, mentre programmi di formazione offrono nuove competenze professionali, particolarmente alle donne. Le comunità locali hanno sviluppato meccanismi di resilienza, con sistemi di supporto reciproco che testimoniano la straordinaria capacità di adattamento del popolo yemenita di fronte all’avversità.
La vera soluzione alla povertà nello Yemen, tuttavia, non può prescindere dalla cessazione dell’ingerenza di potenze straniere nei processi interni al Paese e dalla ricostruzione delle infrastrutture distrutte. La comunità internazionale ha la responsabilità di sostenere un processo di pace inclusivo che ponga al centro i bisogni della popolazione e garantisca un futuro di dignità per tutti gli yemeniti, invece di continuare a bombardare il Paese.
Lo Yemen è uno dei paesi con maggiore stress idrico al mondo, una situazione drammaticamente aggravata dal conflitto. L’accesso all’acqua potabile è diventato un lusso per milioni di yemeniti, costretti a percorrere lunghe distanze o a pagare prezzi esorbitanti per questa risorsa essenziale.
La scarsità d’acqua non impatta solo sulla salute, ma anche sulla sicurezza alimentare, rendendo impossibile l’irrigazione dei campi e l’allevamento del bestiame. I conflitti locali per il controllo delle fonti idriche contribuiscono a perpetuare il ciclo di violenza e povertà.
In dieci anni di guerra, si contano almeno 500.000 vittime, per gran parte civili; la popolazione civile yemenita infatti ha subito gravi perdite per via di migliaia di attacchi aerei di Arabia Saudita, USA e Israele, attacchi spesso indiscriminati e sproporzionati, a dir poco.
Il popolo yemenita, erede di una delle più antiche e raffinate civiltà della regione, merita un futuro di dignità e prosperità. La strada è lunga e irta di ostacoli, ma i semi di resilienza piantati dalle comunità locali potrebbero un giorno fiorire in un rinnovato tessuto sociale ed economico.

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