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CNN rivela: Israele ha operato contro l’Iran dall’Azerbaigian a 96 km da Tabriz, con basi in Iraq, Iron Dome negli Emirati e scali in Somaliland. Una rete segreta costruita su connivenze pragmatiche. Lìirrefrenabile Netanyahu nega, tutti negano ma le operazioni continuano.
Novantasei chilometri da Tabriz: la mappa segreta di Israele
Nel dicembre 2025 Israele è diventato il primo paese al mondo a riconoscere formalmente il Somaliland, repubblica separatista nel Corno d’Africa che nessuno Stato aveva mai ritenuto degna di riconoscimento diplomatico ufficiale. All’epoca la notizia era stata accolta come una curiosità geopolitica minore. La CNN ha ora spiegato perché non lo era: il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica per fare scalo durante i voli a lungo raggio verso l’Iran, posizionando Tel Aviv in uno snodo strategico che controlla l’accesso a Bab el-Mandeb, l’ingresso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez. Il riconoscimento diplomatico, in questo contesto, non era un gesto di solidarietà verso un popolo che cerca autodeterminazione: era il pagamento di un affitto.
È la stessa logica che emerge dall’esclusiva CNN sull’Azerbaigian. Secondo fonti riservate citate dal network americano, durante la guerra con l’Iran unità speciali israeliane di commando e intelligence hanno operato da diverse località nell’Azerbaigian meridionale, adiacenti al confine settentrionale iraniano, nel punto più vicino a soli 96 chilometri dalla città di Tabriz — obiettivo colpito da Israele nel corso del conflitto.
Da quelle posizioni le forze israeliane conducevano missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni, ottenendo un punto di osservazione privilegiato sul nord dell’Iran. L’esercito israeliano ha dispiegato in Iraq due strutture segrete con funzioni di supporto logistico e operazioni di soccorso, la cui esistenza era già stata segnalata dal Wall Street Journal e dal New York Times. Il governo iracheno ha dichiarato a marzo che nel paese non esistevano «basi o forze non autorizzate». Una smentita che suona come la dichiarazione di uno che ha trovato un inquilino in casa sua e preferisce non saperne niente.
La rete che non si chiama alleanza ma funziona come tale
Quello che emerge dalla ricostruzione della CNN non è un sistema di alleanze formali — nessuno dei paesi coinvolti potrebbe permetterselo politicamente — ma qualcosa di più efficace e meno visibile: una rete di connivenze operative costruite sulla cointeressenza di obiettivi specifici e temporanei. L’Azerbaigian è un produttore di petrolio e gas, importatore massiccio di armamenti israeliani, in conflitto cronico con l’Armenia e confinante con l’Iran: ha tutte le ragioni per guardare a Tel Aviv con pragmatico interesse, indipendentemente da qualsiasi considerazione religiosa o ideologica.
Gli Emirati, già ospitanti una batteria Iron Dome con relativo contingente israeliano, hanno subito durante il conflitto oltre 2.800 missili e droni iraniani — più di qualsiasi altro paese incluso Israele — e hanno trasformato quell’esperienza in una partnership militare operativa. Il Somaliland ha incassato il primo riconoscimento diplomatico della sua storia in cambio di una pista di atterraggio.
La realpolitik non prevede coerenza ideologica, e Netanyahu lo ha applicato con una sistematicità che fa impallidire i precedenti. Paese confinante con l’Iran e disponibile a ospitare operazioni israeliane? Interlocutore. Repubblica separatista non riconosciuta da nessuno ma geograficamente utile? Partner. Governo formalmente sovrano che finge di non sapere cosa succede nel proprio territorio? Silenzio reciprocamente conveniente. Il Grande Israele di cui parlano gli analisti più ideologicamente orientati è probabilmente una categoria troppo rigida per descrivere quello che sta realmente accadendo: non è un progetto biblico-nazionalista con confini predefiniti, ma un’espansione pragmatica della proiezione militare israeliana che usa ogni crisi regionale come occasione per consolidare presenze altrimenti impossibili.
La mappa che ne risulta è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano.
Quel che resta, al fondo di questa architettura, è una domanda che nessun governo regionale ha ancora risposto pubblicamente: fino a dove arriva la disponibilità a essere usati come infrastruttura di una guerra che non si è formalmente scelto di combattere? L’Iran ha già risposto colpendo porti e infrastrutture degli Emirati con 2.800 proiettili. Per l’Azerbaigian, l’Iraq e il Somaliland la risposta potrebbe ancora arrivare.

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