La guerra è ovunque: in Ucraina muore il mito della retrovia sicura

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La guerra in Ucraina ha cancellato la distinzione tra fronte e retrovia: droni e attacchi a lungo raggio rendono ogni infrastruttura vulnerabile. Il campo di battaglia si frammenta in micro-unità e stalli prolungati, ridefinendo il conflitto tra potenze tecnologicamente simili.

Ucraina, la guerra senza retrovie

Nel conflitto ucraino la cronaca delle ultime ore è il paradigma perfetto della guerra contemporanea. Un drone russo si è schiantato contro la ciminiera di una centrale nell’Estonia, senza causare vittime né danni rilevanti. Altri due droni, attribuiti alle forze armate di kiev , hanno violato lo spazio aereo della Lettonia, provenendo rispettivamente da Russia e Bielorussia.

Le incursioni potrebbero essere una risposta all’attacco ucraino contro il porto russo di Ust-Luga, nel Golfo di Finlandia, avvenuto verosimilmente attraversando lo spazio aereo NATO. Mosca ha dichiarato di aver abbattuto nella notte 389 droni ucraini. Parallelamente, le forze russe hanno lanciato circa 400 droni, 23 missili da crociera e 7 balistici su dieci città ucraine, causando 6 morti e 46 feriti. Nelle ultime 24 ore, gli attacchi avrebbero raggiunto quota mille tra droni e missili.

Mosca vs Kiev, logoramento tra pari tecnologici

La guerra in Ucraina ha prodotto una trasformazione radicale del modo in cui i conflitti vengono combattuti tra potenze dotate di capacità tecnologiche comparabili. Non è solo una guerra di logoramento, né semplicemente un confronto tra eserciti convenzionali: è un laboratorio operativo in cui vengono messi in discussione principi ritenuti intoccabili fino a pochi anni fa. Tra questi, uno su tutti: l’idea stessa di “retrovia sicura”.

Gli attacchi ripetuti ai terminal petroliferi russi di Ust-Luga e Primorsk, così come la distruzione di assetti aerei strategici in basi lontane dal fronte, indicano che la profondità territoriale non garantisce più protezione. I droni – economici, adattabili, difficili da intercettare – hanno dissolto la distinzione tra fronte e retrovia. Oggi qualsiasi infrastruttura è potenzialmente vulnerabile, e lo è in modo continuo.

A rendere il quadro ancora più ambiguo è l’utilizzo di spazi aerei formalmente estranei al conflitto. Il passaggio di droni attraverso territori della NATO, in particolare nei cieli baltici, introduce una variabile geopolitica delicatissima: la guerra si espande senza dichiararsi, si insinua nei margini legali e diplomatici, costringendo gli attori coinvolti a un equilibrio quasi grottesco tra negazione e consapevolezza.

Il fronte dissolto e la guerra dei micro-gruppi

La conseguenza più evidente di questa rivoluzione tecnologica è la trasformazione del campo di battaglia. Il fronte, inteso come linea continua di contatto, tende a scomparire. Al suo posto emerge una “zona grigia” estesa per decine di chilometri, dove operano unità ridottissime: due, tre soldati, al massimo qualche mezzo leggero. Non si tratta di una scelta romantica o di una riscoperta della guerriglia, ma di una necessità imposta dalla sorveglianza costante dei droni. Qualsiasi concentrazione di truppe diventa immediatamente visibile e, di conseguenza, vulnerabile. Il risultato è una frammentazione estrema delle operazioni, che rende impraticabili le grandi manovre tipiche della guerra del Novecento.

L’“assalto meccanizzato”, espressione che evocava scenari da blitzkrieg, oggi si riduce a operazioni minime: pochi veicoli, movimenti cauti, obiettivi limitati. La guerra, insomma, perde spettacolarità e guadagna in opacità. Meno avanzate decisive, più attrito quotidiano.

Questo ha anche un effetto paradossale sulle perdite. Da un lato, la dispersione delle forze riduce il rischio di stragi improvvise; dall’altro, cristallizza il conflitto in una fase di stallo permanente. Le cifre altisonanti diffuse da entrambe le parti trovano scarso riscontro, per non dire dei numeri da fantascienza diffusi da Kiev (35\40 mila russi uccisi ogni mese), mentre la realtà è quella di un logoramento lento, pachidermico.

Droni, profondità strategica e il ritorno della distanza

Se il fronte si dissolve, la distanza torna centrale sotto un’altra forma. L’impossibilità di ottenere sfondamenti significativi sul terreno spinge entrambi i contendenti a colpire in profondità: infrastrutture, depositi, basi aeree. Ma i droni rappresentano solo una parte del problema.

Missili a lungo raggio e aviazione tornano ad avere un ruolo decisivo, soprattutto per colpire obiettivi prima che le forze vengano disperse in micro-unità. Qui emerge una differenza significativa tra le parti in conflitto: la Russia mantiene una superiorità relativa nella capacità di proiezione a distanza, che difficilmente potrà essere colmata nel breve periodo.

Nel frattempo, le contromisure contro i droni assumono forme sempre più creative, a tratti quasi artigianali. Episodi come l’intercettazione fisica tra velivoli senza pilota – una sorta di duello aereo in miniatura – testimoniano una fase di adattamento ancora in corso, dove la tecnologia corre più veloce delle dottrine.

Ma il punto cruciale è un altro: la guerra tra pari livello tecnologico non consente più zone franche. Porti, basi, centri logistici – tutto è esposto. E questa esposizione permanente produce un effetto strategico di lungo periodo: aumenta l’incertezza, complica la pianificazione, riduce la possibilità di controllare l’escalation.

Il conflitto ucraino non è solo una guerra regionale. È un’anticipazione. Mostra cosa accade quando due attori dotati di tecnologie comparabili si affrontano in un ambiente saturo di sensori e piattaforme autonome. E suggerisce, con una certa brutalità, che le guerre del futuro saranno meno “ordinabili” di quanto gli strateghi abbiano a lungo immaginato.

La nostalgia per le guerre “più semplici” – con fronti chiari, retrovie protette e gerarchie nette – è comprensibile. Ma appartiene ormai al passato. Oggi la guerra è diffusa, intermittente, pervasiva. E soprattutto, non lascia più nessun luogo davvero al sicuro.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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