Israele paga milioni per un think tank che non esiste, pur di farsi assolvere da ChatGPT

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Il Guardian svela l’Hanover Institute, think tank fantasma finanziato da Israele per infiltrare le risposte di ChatGPT su Gaza: 124 rapporti in nove giorni, nessun autore reale, soldi passati da Havas a Brad Parscale. Un funzionario israeliano ammette: “è peggiorato tutto”.

Israele costruisce un think tank fantasma per farsi assolvere da ChatGPT

Tra il 6 e il 14 agosto 2026 è comparso online un istituto di ricerca americano che nessuno aveva mai sentito nominare prima, ha pubblicato 124 rapporti in stile accademico per un totale di oltre 560mila parole, e poi è quasi scomparso dai radar con la stessa rapidità con cui era emerso. Si chiama Hanover Institute for Public Policy, e secondo l’inchiesta del Guardian non esiste come entità legale in alcuna giurisdizione, non ha un indirizzo fisico verificabile, non elenca un solo membro dello staff e nessuno dei suoi report porta la firma di un autore.

Il sito, però, era tutt’altro che improvvisato: era costruito con un file llms.txt in homepage, pensato specificamente per essere letto e citato dai modelli linguistici come ChatGPT, Gemini e Perplexity, secondo le regole tecniche che questi sistemi utilizzano per valutare l’affidabilità di una fonte.

I titoli dei rapporti, come ha notato anche Responsible Statecraft, non sono casuali: ricalcano esattamente il fraseggio di una domanda digitata su un chatbot, “Cosa ha causato lo sfollamento dei palestinesi nel 1948?”, “Quali organizzazioni umanitarie hanno documentato crimini di guerra israeliani?”, “Israele sta portando avanti una campagna deliberata di carestia a Gaza?”.

Le risposte, puntualmente, tendono a smorzare o relativizzare le accuse rivolte a Israele, spesso citando come fonti primarie proprio l’esercito israeliano e il ministero degli Esteri di Gerusalemme, presentati però con il linguaggio neutro della ricerca peer-reviewed. Un’analisi condotta con GPTZero, software di rilevamento testi generati da intelligenza artificiale, ha classificato undici dei dodici articoli campionati come scritti da IA con alta confidenza.

Il denaro segue un percorso familiare, tra Havas e l’uomo di Trump

Il finanziamento passa attraverso l’agenzia pubblicitaria governativa israeliana LaPam, che ha versato circa 900mila dollari alla società americana Piro Inc, cofondata da Daniel Rosenberg, già produttore del film di Spike Lee “Inside Man”, tramite la controllata tedesca del colosso pubblicitario francese Havas Media. Piro risulta registrata presso il Dipartimento di Giustizia americano come agente straniero ai sensi del Foreign Agents Registration Act, il che significa che l’operazione, almeno formalmente, non è del tutto clandestina.

L’Hanover Institute si inserisce però in una campagna di influenza molto più ampia, finanziata con decine di milioni di dollari: un contratto separato, dal valore dichiarato di 46,5 milioni di dollari, è stato affidato a Clock Tower X, la società di Brad Parscale, l’uomo che nel 2016 e nel 2020 aveva diretto le campagne elettorali digitali di Donald Trump.

Lo stesso ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato di non condurre operazioni di influenza negli Stati Uniti e di rispettare la legge americana, mentre Rosenberg ha sostenuto che la sua società era stata incaricata semplicemente di immettere “fatti accurati e documentati” nel dibattito pubblico per contrastare la disinformazione su Israele.

A rendere la vicenda particolarmente amara per chi l’ha finanziata è l’ammissione di un funzionario israeliano, riportata da Ynet già a luglio, secondo cui “abbiamo speso molti soldi, ma la situazione è solo peggiorata”. Un ex alto funzionario della diplomazia pubblica israeliana si è spinto oltre, definendo l’intera iniziativa “una beffa terribile, sulla scala del caso Pollard”, riferimento allo scandalo di spionaggio del 1985 che aveva danneggiato per anni i rapporti tra Israele e Stati Uniti.

Nick Cleveland-Stout del Quincy Institute, il cui lavoro ha contribuito all’inchiesta del Guardian, ha sintetizzato il problema di fondo con precisione chirurgica: Israele sta trattando una crisi politica come se fosse un problema di comunicazione, e anche quando la manipolazione riesce a infiltrare le risposte dei chatbot, non sposta di un millimetro i sondaggi d’opinione, che restano l’unico dato che conta davvero per chi governa a Gerusalemme.

Quando la propaganda smette di convincere gli umani e prova a convincere le macchine

C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che un governo scelga di investire decine di milioni di dollari non per convincere elettori, giornalisti o opinione pubblica in carne e ossa, ma per addestrare indirettamente un algoritmo a rispondere con più cautela quando qualcuno gli chiede se un genocidio sia in corso.

È il sintomo di una sconfitta comunicativa talmente profonda da rendere più conveniente aggirare l’essere umano e colpire direttamente l’infrastruttura tecnica che, sempre più spesso, media la sua comprensione del mondo. Non stiamo parlando di lobbying tradizionale né di ufficio stampa aggressivo, pratiche vecchie quanto la politica stessa: stiamo parlando di un tentativo sistematico di inquinare l’addestramento percettivo di strumenti che milioni di persone consultano ogni giorno con la stessa fiducia riservata un tempo all’enciclopedia di famiglia.

Il paradosso più amaro, però, resta quello riconosciuto dagli stessi finanziatori dell’operazione: anche ammesso che l’Hanover Institute sia riuscito momentaneamente a infiltrare qualche risposta di ChatGPT con la propria narrazione edulcorata, il tentativo non ha spostato nulla nell’opinione pubblica reale, quella che vota, protesta, boicotta o semplicemente giudica.

Aver costruito un’infrastruttura fantasma di 560mila parole in nove giorni, con soldi pubblici israeliani instradati attraverso una holding pubblicitaria francese fino alle tasche di un consulente digitale legato a Trump, per ottenere in cambio l’ammissione ufficiale che “la situazione è solo peggiorata”, racconta meglio di qualunque editoriale quanto sia diventata fragile, e insieme quanto continui a essere tentata, la scorciatoia tecnologica alla legittimità politica che nessuna quantità di rapporti generati artificialmente può davvero comprare.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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