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Israele bombarda la Siria meridionale col pretesto di difendere i drusi, ma l’obiettivo è chiaro: espandere la colonizzazione del Golan, in stile Cisgiordania. Tel Aviv approfitta del caos siriano e del silenzio internazionale per spingersi verso Quneitra.
Israele avanza in Siria: pretesto druso per colonizzare il Golan
Nelle ultime settimane, lo Stato maggiore israeliano ha intensificato la sua attività militare nel sud della Siria, colpendo obiettivi corazzati del nuovo esercito di Damasco nella regione di Sweida, a maggioranza drusa.
L’intervento è stato giustificato come un’operazione di “protezione” della minoranza drusa siriana, nel quadro di violenti scontri tribali che hanno coinvolto beduini, forze governative e gruppi locali. Ma dietro il velo dell’umanitarismo, secondo numerosi osservatori, si celano finalità ben più ambiziose: l’ampliamento del controllo israeliano sulle alture del Golan, in direzione delle pianure di Quneitra, con una logica che ricalca il “modello Cisgiordania”.
Sweida, teatro del recente conflitto, è una provincia storicamente marginalizzata ma ricca di significati geopolitici. Le tensioni in quest’area si inseriscono nel contesto più ampio di una Siria ancora profondamente frammentata, dove clan armati, milizie tribali e nuovi assetti militari cercano di ridefinire gli equilibri territoriali.
È in questa cornice che Israele si propone come arbitro e, al tempo stesso, come attore interessato, rivendicando il ruolo di difensore dei drusi e schierando la propria aviazione per colpire i blindati siriani. Ma voci locali – tra cui attivisti di Jaramana, cittadina drusa nei pressi di Damasco – respingono al mittente qualsiasi richiesta di “protezione” da parte israeliana, ritenendo l’ingerenza un’aggravante al conflitto, non una soluzione.
Un’agenda espansionista sotto il segno del “Grande Israele”
L’azione militare israeliana in Siria non rappresenta un’eccezione, bensì un tassello coerente all’interno di una visione geopolitica di lungo periodo. Fin dalla guerra del 1967, quando Israele occupò le alture del Golan, l’obiettivo di consolidare la propria presenza in quell’area è rimasto costante.
Nel 1981 ne fu formalizzata l’annessione, mai riconosciuta dal diritto internazionale, con la sola eccezione degli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump. Da allora, la strategia si è fatta progressivamente più articolata: militarizzazione della zona cuscinetto, stanziamenti per il raddoppio degli insediamenti e incentivi all’immigrazione interna verso il Golan.
L’ultima mossa del governo Netanyahu, approvata poche settimane dopo i raid su Sweida, prevede un piano di 11 milioni di dollari per l’espansione demografica dei coloni israeliani nella regione. “Israele continuerà a mantenerlo, a farlo prosperare e a colonizzarlo”, ha dichiarato il premier, confermando implicitamente l’obiettivo di trasformare il Golan in un territorio non solo controllato militarmente, ma integrato politicamente e socialmente nello Stato israeliano.
A questo disegno si affianca una retorica di autodifesa, nella quale la protezione delle minoranze – in particolare quella drusa – diventa lo strumento comunicativo per legittimare le operazioni.
La comunità internazionale, tuttavia, continua a considerare il Golan un territorio siriano occupato. Secondo le Nazioni Unite, gli insediamenti israeliani nella zona violano il diritto internazionale. Ma la realtà geopolitica sembra ormai procedere su binari paralleli rispetto alla legalità formale.
Il governo israeliano appare determinato a proseguire nella propria espansione territoriale, approfittando della perdurante instabilità della Siria e del silenzio – o del tacito assenso – di buona parte dell’Occidente.

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