Il bluff dell’IMEC e il nuovo muro israeliano: tra propaganda e militarizzazione

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Israele costruirà un muro militarizzato di 400 km sul confine giordano, proprio lungo il tracciato dell’IMEC, la cosiddetta “Via del Cotone” che avrebbe dovuto contrastare la “Via della seta” cinese. Il progetto USA-Israele, privo di fondi e in pieno caos regionale, è un bluff geopolitico mascherato da corridoio commerciale.

Un corridoio tra le illusioni: l’IMEC e la “Via del Cotone”

Nato come risposta strategica alla Belt and Road Initiative cinese (la cosiddetta “Via della Seta”), il progetto IMEC — India-Middle East-Europe Corridor — è stato lanciato ufficialmente durante il G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023. Promosso dagli Stati Uniti e sostenuto da India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e Unione Europea, l’IMEC promette di essere un corridoio infrastrutturale alternativo alla penetrazione economica cinese in Eurasia.

Secondo quanto annunciato, la “Via del Cotone” — espressione informale per indicare l’IMEC — dovrebbe collegare l’India al Mediterraneo passando per l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele, fino ad arrivare al porto di Haifa, da cui proseguirebbe via mare verso l’Europa (Trieste in primis). Il tracciato ferroviario previsto è di circa 3.000 chilometri, e il progetto prevede anche il potenziamento di collegamenti portuali e digitali lungo il percorso.

Ma al di là della retorica di “connettività strategica”, il progetto appare oggi un castello di carta: non esiste alcun piano operativo concreto, nessuna garanzia di finanziamento pubblico o privato, né tempi certi di realizzazione.

A peggiorare il quadro, si aggiunge la gravissima instabilità della regione, culminata nell’ennesima escalation del conflitto israelo-palestinese e, più recentemente, nella decisione di Israele di costruire una barriera difensiva di 400 chilometri lungo il confine con la Giordania — esattamente sul tracciato ipotetico dell’IMEC.

Il nuovo muro israeliano: sicurezza o annessione?

Il 18 maggio 2025, il Gabinetto di Sicurezza israeliano ha approvato la costruzione di una nuova barriera lungo l’intero confine con la Giordania. Il progetto prevede una struttura militarizzata composta da recinzioni intelligenti con sensori, centri di comando, postazioni mobili e fisse, e una presenza militare permanente.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha giustificato l’iniziativa dichiarando che il muro «è un passo strategico importante contro i tentativi dell’Iran di trasformare il confine orientale in un altro fronte terroristico». Secondo Katz, la barriera non solo rafforzerà la sicurezza nazionale, ma garantirà anche la “sovranità israeliana sulla Valle del Giordano”, una zona che Tel Aviv ha da tempo l’obiettivo di annettere de facto.

La costruzione del muro rappresenta dunque un’ulteriore fase del processo di annessione silenziosa della Cisgiordania. Questo progetto, che va ben oltre la difesa dai presunti attacchi iraniani, segna l’intenzione del governo Netanyahu di chiudere definitivamente la questione palestinese attraverso la forza, la segregazione territoriale e la colonizzazione progressiva. Il nuovo muro — già definito da analisti come “l’atto conclusivo della morte degli Accordi di Oslo” — rende impraticabile qualsiasi visione di uno Stato palestinese indipendente.

Il paradosso IMEC: un corridoio nel deserto del caos

La retorica internazionale attorno all’IMEC si scontra quindi con un’evidenza geopolitica innegabile: è difficile, se non impossibile, pensare a un corridoio commerciale intercontinentale che attraversi territori segnati da guerre, occupazioni e muri militari. Come può un tracciato che dovrebbe unire economicamente tre continenti fondarsi sulla militarizzazione dei confini e sull’annessione di territori contesi?

L’infrastruttura israeliana prevista sul confine con la Giordania non è compatibile né logisticamente né politicamente con il passaggio di treni merci internazionali. Un’infrastruttura blindata, presidiata da soldati e sensori anti-infiltrazione, è l’opposto della “libera circolazione” di cui si nutre ogni corridoio commerciale. E mentre il progetto IMEC rimane privo di copertura finanziaria — nonostante gli annunci — si assiste invece a un’accelerazione della spesa militare e securitaria nella regione.

Trieste e l’Italia: retoriche vuote e militarizzazione economica

In questo contesto, appaiono grottesche le dichiarazioni di entusiasmo rilasciate da esponenti politici italiani e locali, che vedono nell’IMEC una “grande opportunità per Trieste e per l’Italia”. Il governo italiano, attraverso vari esponenti ministeriali e istituzionali, ha espresso “massimo interesse strategico” per l’iniziativa, senza però interrogarsi sulla sua reale sostenibilità.

Anziché una nuova “via della crescita”, l’IMEC rischia di essere un’illusione propagandistica utile a coprire processi ben più concreti: la militarizzazione delle economie, il rafforzamento di regimi autoritari e l’uso delle infrastrutture come strumenti di controllo e potere. La retorica del corridoio commerciale serve così a legittimare la costruzione di muri, l’uso della forza, e una geopolitica basata sull’esclusione, non sull’integrazione.

Un progetto morto prima di nascere

Il nuovo muro israeliano è il simbolo perfetto del fallimento dell’IMEC: mentre si predica cooperazione, si costruisce separazione. Mentre si promettono investimenti, si realizzano barriere. E mentre si evoca la pace attraverso il commercio, si perpetua la guerra attraverso l’occupazione.

La “Via del Cotone”, salutata come alternativa democratica alla Via della Seta, si rivela per ciò che è: fumo negli occhi, propaganda geopolitica e business securitario. Trieste, l’Italia e l’Europa farebbero bene a guardare oltre gli slogan e chiedersi a quale gioco stanno partecipando.

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