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La crisi sulla Groenlandia svela l’inconsistenza europea: dichiarazioni roboanti, esercitazioni simboliche e ritirate lampo davanti alle minacce di Trump. Altro che autonomia strategica: l’Europa non riesce nemmeno a bluffare credibilmente.
Europa alla prova del ghiaccio: la Groenlandia come cartina di tornasole
Nei giorni in cui Donald Trump torna a parlare di Groenlandia come se fosse un lotto immobiliare rimasto invenduto, l’Europa risponde con il repertorio che le è più congeniale: dichiarazioni solenni, esercitazioni simboliche e rapide ritirate strategiche. Germania, Francia e altri partner europei hanno annunciato il loro sostegno alla Danimarca con l’invio di piccoli contingenti, ufficialmente per manovre militari necessarie a “conoscere il territorio”. Una formula elegante per mascherare l’assenza di una vera strategia.
La realtà, come spesso accade, è più prosaica. Poche ore dopo l’ennesima minaccia trumpiana di dazi al 25% contro i Paesi coinvolti nel “presidio” groenlandese, Berlino ha richiamato i propri soldati. Quarantotto ore di permanenza: il tempo di un fine settimana artico, qualche foto ricordo e via, a casa. Friedrich Merz, improvvisamente riscopertosi prudente, ha scelto il profilo basso. Una scelta comprensibile sul piano tattico, ma devastante sul piano simbolico.
Il coraggio a tempo determinato dell’Europa
Il ritiro tedesco ha reso ancora più evidente il carattere quasi folcloristico della mobilitazione europea. Belgio, Olanda e Svezia hanno partecipato in modo poco più che decorativo; in alcuni casi, limitandosi a inviare personale civile. L’Italia, con Giorgia Meloni, ha optato per la linea dell’assenza preventiva: nessun soldato, nessuna figuraccia. Paradossalmente, una scelta più onesta di certe esibizioni muscolari a scadenza brevissima.
Resta ora da capire quanto resisterà la Francia, che ama presentarsi come potenza militare autonoma e assertiva. Ma la questione non è la durata dei singoli contingenti: è l’idea stessa di sicurezza europea che mostra crepe sempre più vistose. La Groenlandia, con la sua posizione strategica nell’Artico e il suo valore geopolitico crescente, è un test che l’Europa sta fallendo senza appello.
La Groenlandia e il bluff dell’autonomia strategica
Il punto centrale non è l’Unione europea in quanto tale, ma l’Europa come soggetto politico e militare. Anche in assenza dell’UE, una regione come la Groenlandia richiederebbe una difesa credibile. Se Washington sostiene che l’isola è vulnerabile alle mire di Cina e Russia, la risposta europea non può ridursi a una pattuglia simbolica e a qualche esercitazione dimostrativa. Una vera alternativa dovrebbe prevedere un impegno strutturale: basi militari, investimenti, una catena di comando chiara.
Invece, mentre si collezionano queste “figure del piffero” a uso e consumo delle cronache, a Bruxelles e dintorni si continua a parlare di esercito europeo. Un’idea evocata con fervore retorico e praticata con zelo inversamente proporzionale. La Groenlandia dimostra che l’Europa non è solo divisa: è riluttante a prendersi sul serio. E senza questa premessa, ogni discorso sull’autonomia strategica resta poco più di un esercizio di fantasia geopolitica.
NATO con le ore contate
Piccola divagazione musicale ma a tema. L’immagine di copertina dell’articolo è tratta dalla copertina del singolo “NATO con le ore contate” del gruppo Il ciclo di Bethe. Non si può dire che non ci avessero avvisati! Ecco il video del brano.
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