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La Meloni gioca a nascondersi, il PD chiede più armi all’Ucraina e lascia a Salvini lo spazio del pacifismo. La sinistra liberal europea è diventata il partito della guerra. La destra incassa senza fare nulla. Il banco di prova è uno solo: chi vuole la pace si stacchi da chi la prepara.
Riarmo e opposizione: il paradosso di una sinistra che prepara la guerra
C’è un paradosso che attraversa il dibattito politico europeo con la forza di un’evidenza ignorata: i partiti che storicamente hanno incarnato la cultura della pace, del dialogo e della mediazione internazionale sono oggi i più convinti sostenitori del riarmo continentale. Non la destra sovranista, non i nazionalisti — loro votano i bilanci militari ma almeno non ci costruiscono sopra un’identità. Per quella ritornano sempre al primo amore che paga sempre: la xenofobia
È la sinistra moderata, la socialdemocrazia, il centrosinistra atlantista che ha trasformato la guerra in categoria morale e il riarmo in obbligo etico. Un capovolgimento che non è un incidente di percorso: è il prodotto coerente di decenni di subalternità strategica all’asse Washington-Bruxelles.
L’Europa si trova oggi in una posizione che nessun leader del continente sembra disposto ad analizzare con onestà. Con Trump che ha esplicitato la fine dell’ombrello americano incondizionato, e con il mondo unipolare che si sgretola su due fronti simultanei — quello ucraino e quello mediorientale — la risposta dei governi europei è stata una sola: riarmarsi, aumentare i bilanci della difesa, trasformare ogni tensione geopolitica in argomento per nuove spese militari. Una risposta che ha la logica del riflesso condizionato e la profondità strategica di un comunicato stampa.
Il PD e la risoluzione che dice tutto
Il 10 giugno 2026, in vista del dibattito sul Consiglio europeo, il Partito Democratico ha depositato una risoluzione che merita di essere letta con attenzione, perché dice esplicitamente ciò che spesso viene lasciato nell’implicito. Il documento impegna il governo a “garantire pieno sostegno e solidarietà al popolo ucraino mediante tutte le forme di assistenza necessarie” e a “garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea”. Non è una posizione nuova — il PD sostiene questa linea dalla prima ora del conflitto — ma la sua formalizzazione in una risoluzione parlamentare, in questo momento, ha un significato preciso: il principale partito di opposizione italiano non chiede meno coinvolgimento nella crisi ucraina, ne chiede di più.
È una posizione che Schlein e Provenzano incarnano con piena consapevolezza, non una deriva della corrente più moderata. È la linea del partito. E questa linea produce un effetto politico che andrebbe valutato con serietà: lascia interamente al centrodestra — a Salvini, e per certi versi persino a Vannacci — lo spazio retorico del pacifismo. Un paradosso mastodontico, come si suol dire, ma soprattutto un errore politico di proporzioni storiche. Salvini vota i decreti sul riarmo e poi si erge a paladino della pace: è una buffonata che funziona perché il campo avverso ha abdicato a quella posizione con entusiasmo.
Il banco di prova e la trappola delle sintesi
La questione del riarmo è diventata il vero discrimine politico del momento. Non destra contro sinistra, non sovranismo contro europeismo: guerra contro pace, spese militari contro spese sociali. Una distinzione che non ammette terze vie, per quanto le “sintesi unitarie” di cui è ghiotta certa politica progressista sembrino suggerire il contrario.
La posizione del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi Sinistra è dichiaratamente contraria alla guerra e all’invio di armi. Anche Rifondazione Comunista – che è riuscita a far eleggere a Molfetta un sindaco in quest’ultima tornata di amministrative – si è avvicinata alla formula del cosiddetto “Campo largo“, nella declinazione “acerbiana” sintetizzabile in “Fronte costituzionale antifascista”. Ma, Conte e Fratoianni, ad oggi, restano nell’orbita di un’alleanza con il PD che su questo tema ha posizioni inconciliabili.
La domanda che si pone non è retorica: è possibile costruire un fronte credibilmente pacifista mantenendo come interlocutore privilegiato il partito che chiede maggiore coinvolgimento militare in Ucraina? La risposta logica è no. La risposta politica, quella che si pratica nei corridoi e nelle trattative per le liste, è sempre stata sì — con le conseguenze in termini di credibilità che si possono immaginare.
Certo, la poltiica è fatta di prassi e non solo di teoria, del “che fare” ravvicinato, ineludibile. Ma altrettanto ineludibile è guardare l’orizzonte, il quadro generale, per non continuare a vincere piccole battaglie, e ritrovarsi poi a perdere la guerra.
C’è poi la variabile Meloni. La sua assenza dal vertice E3 tra Starmer, Macron e Merz è stata presentata da parte della stampa come un’umiliazione diplomatica. Ma esiste una lettura alternativa, e la premier — attaccandosi a una sorta di navigazione tattica — la sta probabilmente valutando: stare lontana dai “volenterosi” in un momento in cui i sondaggi italiani mostrano una larga maggioranza contraria al riarmo potrebbe rivelarsi una posizione più redditizia di quanto sembri. Cambiare parte in commedia è una specialità riconosciuta. Il copione è già stato scritto.
Nel frattempo, il vero banco di prova rimane quello che era: chi vuole costruire un’alternativa politica reale deve avere il coraggio di dire con chiarezza da che parte sta, senza aspettare che la furbacchiona di turno occupi per prima quello spazio.

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