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Da oggi, 5 giugno, sanzioni USA totali su Cuba: container bloccati, turismo in crollo, ospedali al collasso, centomila pazienti in attesa. Hegseth prepara i marines. La dottrina Monroe si chiama ora “Donroe” e punta alla resa per fame. Un crimine internazionale nel silenzio dell’Occidente.
USA all’assalto di Cuba e il piano vecchio di sessantasette anni
Dal 5 giugno 2026 le sanzioni extraterritoriali statunitensi contro il Grupo de Administración Empresarial SA — GAESA, il conglomerato militare-industriale cubano presente nel turismo attraverso la controllata Gaviota — sono formalmente operative. La conseguenza immediata e prevedibile si è già materializzata prima ancora della data ufficiale: la catena alberghiera canadese Blue Diamond ha annunciato il ritiro da Cuba, e la spagnola Iberostar ha comunicato la rinuncia alla gestione di dodici hotel sull’isola. Migliaia di lavoratori del settore turistico si trovano senza reddito in un paese che non ha ammortizzatori sociali da attivare.
Le due maggiori compagnie di navigazione container al mondo — la francese CMA-CGM e la tedesca Hapag-Lloyd — hanno annunciato la sospensione delle rotte verso i porti cubani. Da queste due sole compagnie dipende il 60% del commercio marittimo dell’isola. Cuba importa circa l’80% dei beni di prima necessità. Il calcolo è elementare: bloccare i container significa bloccare il cibo.
Non è una novità come approccio. È la stessa logica del bloqueo avviato nel 1959 e formalizzato nel 1962, il cui obiettivo dichiarato — documentato da memorandum declassificati del Dipartimento di Stato americano — era produrre «fame e disperazione» nella popolazione cubana fino a generare una rivolta contro il governo.
Sessantasette anni dopo, gli analisti vicini all’amministrazione Trump lo ripetono con la stessa franchezza: a Cuba non esiste un’opposizione organizzata capace di agire autonomamente — «piccoli gruppi, divisi» — quindi «è imprescindibile» l’intervento degli Stati Uniti. Lo ha detto esplicitamente Juan Antonio Blanco, presidente di Cuba Siglo XXI, richiamando come precedente virtuoso l’intervento di Tedoro Roosevelt del 1898. La dottrina non è cambiata: è solo stata ribattezzata “Donroe”, in omaggio alla fusione tra Monroe e Trump, e allargata al continente intero — Canada e Groenlandia incluse.
Buio, acqua e ospedali che funzionano a malapena
La situazione energetica cubana è già al collasso prima dell’inasprimento delle sanzioni. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha dichiarato da oltre due settimane che non esiste una riserva di petrolio operativa. Il Sistema Energetico Nazionale riesce a produrre a malapena la metà del fabbisogno dell’isola. La produzione nazionale copre circa il 40% del necessario, ma il greggio estratto è di qualità “pesante” e richiede nafta per essere utilizzabile — nafta che Cuba non può acquistare per effetto delle sanzioni.
I blackout quotidiani — apagones, nel lessico locale ormai entrato nell’uso comune come la pioggia — si allungano progressivamente. Senza elettricità non funzionano i sistemi di pompaggio idrico: niente corrente significa niente acqua. Nel centro storico dell’Avana, zona tradizionalmente presidiata, si moltiplicano i cacerolazos, le proteste al rumore delle pentole.
Negli ospedali, circa centomila pazienti attendono interventi chirurgici — trapianti e urgenze comprese — in strutture che operano con energia ridotta e scorte di farmaci insufficienti. La mortalità infantile è raddoppiata. Sono dati forniti dal ministro degli Esteri cubano Rodriguez al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, convocato su richiesta della Cina. Nel frattempo, una petroliera russa diretta a Cuba — la Universal — ha cambiato rotta verso il Sud America la settimana scorsa per evitare il blocco navale americano, rinforzato con l’arrivo del gruppo d’assalto della portaerei Nimitz.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato che i piani operativi per un intervento militare sull’isola esistono e sono aggiornati. È lo stesso Hegseth che qualche giorno fa ha ritenuto opportuno documentare la propria prestanza fisica durante un’esercitazione con i marines — foto in circolazione, tatuaggi visibili, espressione da copertina. Una comunicazione politica precisa, diretta a un elettorato che confonde la virilità ostentata con la competenza strategica.
Dall’altra parte dello Stretto della Florida, nello stesso fine settimana, Cuba celebrava il Día de la Defensa con quello che ha: civili in età avanzata che si esercitano con armi risalenti alla Guerra Fredda e granate inerti, perché l’esplosivo reale non si spreca per le esercitazioni. Non è folklore né rassegnazione: è la fotografia materiale di un paese che resiste con risorse esaurite a una potenza che spende in un giorno di operazioni navali più di quanto Cuba spenda in un anno per tenere accesi gli ospedali. La comicità involontaria della scena si dissolve non appena si ricorda il contesto: centomila pazienti in lista d’attesa, mortalità infantile raddoppiata, luce razionata a poche ore al giorno.
Washington chiama tutto questo “promozione della democrazia”. La dottrina è quella di Monroe, il vocabolario è quello di Trump, il risultato è quello di sempre: una popolazione civile usata come leva di pressione su un governo che non si vuole arrendere e si vuole far crollare. Che nel 2026 questo si chiami politica estera e non quello che è — un assedio deliberato a milioni di persone — dice qualcosa sullo stato dell’informazione occidentale quasi quanto dice sulla politica americana.

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