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Dalla Puglia all’Emilia-Romagna, da Bari a Firenze: enti locali, università e cooperative italiane prendono posizione contro Israele e la sua offensiva su Gaza. Cresce un boicottaggio istituzionale “dal basso” che sfida il silenzio del governo e apre un precedente storico.
C’è che dice NO. L’Italia che ha detto NO a Israele
Quasi fin dall’inizio della terribile aggressione armata contro i civili di Gaza, un numero crescente di istituzioni italiane ha deciso di prendere posizione contro le azioni del governo Netanyahu.
In questo articolo una mappa della protesta istituzionale che attraversa la Penisola: Enti, Comuni, Regioni, docenti, marchi commerciali che coraggiosamente hanno sfidato il pensiero unico postosi vigliaccamente al fianco dello Stato genocida guidato da una triade altamente criminale composta da Netanyahu-BenGvir–Smotrich.
Mentre il governo Meloni mantiene una linea fin troppo morbida e prudente nei rapporti con Israele, limitandosi a generici appelli alla pace, dal basso emerge fortunatamente un’Italia diversa. Regioni, Comuni e Università stanno prendendo decisioni concrete per manifestare il proprio dissenso verso la condotta genocida dello Stato di Israele nella Striscia di Gaza (giunto al punto di far morire di fame centinaia di bambini tra atroci sofferenze), dando vita a quello che alcuni definiscono un “boicottaggio dal basso” senza precedenti nella storia repubblicana.
Le regioni apripista: Puglia ed Emilia-Romagna
Il primo segnale forte è arrivato dalla Puglia. Il presidente Michele Emiliano non ha usato mezzi termini: in un video sui social ha parlato esplicitamente di “genocidio di inermi palestinesi” e ha invitato tutti i dirigenti e dipendenti della Regione “a interrompere ogni rapporto di qualunque natura con i rappresentanti istituzionali del governo israeliano”. Una decisione che, pur avendo valore più simbolico che economico – data l’assenza di rapporti commerciali significativi tra la Regione e Israele – ha fatto scalpore per la sua nettezza.
L’Emilia-Romagna ha seguito a ruota. Il presidente Michele de Pascale ha replicato l’iniziativa pugliese con una lettera ufficiale alla Giunta e ai dirigenti regionali, specificando però che la posizione è “nei confronti del governo Netanyahu, non del popolo israeliano”. Una precisazione che rivela la delicatezza del tema e il tentativo di evitare accuse di antisemitismo.
La Toscana sta valutando di accodarsi. Il presidente Eugenio Giani ha annunciato l’approvazione di una mozione per chiedere al governo il riconoscimento dello Stato palestinese e sta considerando l’interruzione dei rapporti istituzionali con Israele.
I Comuni in prima linea
Il movimento ha trovato terreno fertile anche a livello locale. Bari è stato il primo Comune a muoversi, già a gennaio, con una mozione che dichiara “non gradita” la partecipazione di Israele alla Fiera del Levante. Bologna ha seguito l’esempio della propria Regione, così come Napoli, dove il Consiglio Comunale ha approvato il 2 luglio una mozione per l’interruzione di ogni collaborazione con enti israeliani.
Più sfumata ma significativa la posizione di Torino, Firenze e Cosenza, che hanno scelto di riconoscere lo Stato di Palestina. Altri Comuni più piccoli stanno seguendo questa strada, spesso accompagnando il gesto simbolico con azioni concrete. È il caso di Sesto Fiorentino, che ha deciso di sospendere l’acquisto di prodotti farmaceutici e cosmetici israeliani per le sue farmacie comunali, o di San Giuliano Terme e Cerreto Guidi, che hanno aderito formalmente al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).
L’università divisa
Il mondo accademico si presenta più frammentato ma altrettanto mobilitato. Oltre 4.000 docenti e ricercatori italiani hanno firmato una lettera che chiede l’interruzione delle collaborazioni con le università israeliane. Le manifestazioni studentesche hanno attraversato tutta la Penisola, dalla Sapienza di Roma – dove gli scontri del 18 aprile hanno fatto due arresti – alla Federico II di Napoli, dove gli studenti hanno occupato il rettorato.
Alcuni atenei hanno preso posizioni ufficiali. L’Università di Torino e la Scuola Normale Superiore di Pisa hanno sospeso la partecipazione ai bandi ministeriali di collaborazione con Israele. L’Università di Firenze è andata oltre: cinque dipartimenti hanno interrotto i rapporti con istituzioni israeliane, con il Dipartimento di Matematica e Informatica che ha cessato la collaborazione con la Ben-Gurion University.
La Sapienza ha trovato una via di mezzo: il Senato Accademico ha votato una mozione di condanna delle azioni israeliane a Gaza, ma ha respinto le richieste più radicali sui rapporti istituzionali.
Il fronte economico: quando la Coop dice no
Anche il mondo delle cooperative ha preso posizione. Coop Alleanza, Unicoop Firenze e Unicoop Etruria hanno rimosso diversi prodotti israeliani dai loro scaffali.
Tutti i sostenitori delle iniziative riportate, rivendicano il diritto-dovere delle istituzioni di prendere posizione di fronte a quella che considerano una violazione sistematica del diritto internazionale. “Non possiamo rimanere spettatori silenziosi”, dichiarano i firmatari dell’appello accademico.
Un precedente storico?
Questo movimento dal basso ricorda, nelle intenzioni se non nella portata, il boicottaggio internazionale del Sudafrica durante l’apartheid. Allora furono i supermercati europei a rifiutare i prodotti sudafricani; oggi sono enti locali e università italiane a dire no alla collaborazione con Israele.
Mentre il governo mantiene i rapporti diplomatici e commerciali con Israele – inclusi controversi accordi militari – cresce un’Italia “dal basso” che dice NO e che sceglie la strada del boicottaggio.
E’ la prima volta nella storia repubblicana che vari Enti italiani – privati e pubblici – stanno usando i loro limitati poteri per prendere posizione in politica estera, aprendo un precedente che potrebbe andare anche oltre la questione israelo-palestinese.

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