Caos americano: Washington gioca alla guerra, Teheran resiste

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Gli USA agiscono sempre più come un sistema imperiale imprevedibile, mentre – nonostante la retorica propagandista dei media – Teheran, Pechino e Mosca appaiono più razionali. L’Iran, volutamente frainteso, è uno Stato tecnico e resiliente. L’Europa resta cieca davanti a un ordine globale che sta crollando.

L’Occidente senza bussola: la guerra diventa riflesso condizionato

C’è qualcosa di profondamente dissonante nell’attuale comportamento delle democrazie occidentali: continuano a definirsi tali mentre agiscono come entità prive di autocontrollo strategico. Non si tratta più di errori di calcolo o di scelte discutibili. Il punto è più radicale: la politica estera americana sembra aver smarrito ogni residuo di razionalità coerente, sostituendolo con una dinamica quasi automatica di escalation.

L’attacco all’Iran, letto inizialmente come un tentativo di riequilibrio geopolitico o come una manovra di distrazione rispetto ad altri fronti, appare sempre meno riconducibile a una logica lineare. Non c’è un obiettivo chiaramente definito, non c’è un esito realistico delineato. C’è piuttosto una pulsione: quella di agire, colpire, dimostrare forza. Come se la guerra fosse diventata una forma di linguaggio, indipendente dai risultati.

Il paradosso, ormai evidente, è che i sistemi politici che si autodefiniscono democratici mostrano comportamenti sempre più imprevedibili, mentre regimi considerati autoritari si muovono con una coerenza maggiore. Non è un giudizio morale, ma un dato empirico: la gestione del conflitto, da parte di Russia, Cina e Iran, appare più leggibile, meno isterica, persino più ancorata a una certa idea di diritto internazionale.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, la distanza tra volontà popolare e decisione politica si allarga. Una larga parte dell’opinione pubblica è contraria alla guerra, ma il sistema procede comunque. Il che apre una questione scomoda: quanto pesa realmente il consenso in una struttura che si comporta sempre più come un apparato imperiale? Quando il confine tra politica interna ed esterna si dissolve, anche le elezioni rischiano di diventare un rituale più che uno strumento di indirizzo.

Iran, il nemico che non corrisponde alla caricatura

Se l’Occidente appare confuso, il problema è aggravato da una sistematica incomprensione dell’avversario. L’Iran continua a essere descritto con categorie riduttive: un regime clericale, arretrato, dominato da logiche ideologiche. Una rappresentazione rassicurante, perché semplifica. E proprio per questo, sbagliata.

La struttura sociale iraniana è radicalmente diversa da quella di gran parte del mondo arabo sunnita. Non è fondata su clan estesi e legami tribali dominanti, ma su un modello familiare più ristretto, che favorisce la formazione di istituzioni statali relativamente autonome dalle reti di parentela. Questo dettaglio, apparentemente sociologico, ha conseguenze politiche decisive: consente la costruzione di burocrazie impersonali, capaci di sopravvivere anche a crisi di leadership.

È uno dei motivi per cui il sistema iraniano mostra una resilienza che sorprende gli osservatori occidentali. Le strategie basate sulla “decapitazione” dei vertici – eliminare leader per destabilizzare il sistema – funzionano male in un contesto dove l’organizzazione è diffusa e strutturata. Non è un caso che tentativi di destabilizzazione interna non abbiano prodotto i risultati attesi.

A questo si aggiunge un elemento spesso ignorato: la capacità tecnologica. L’Iran non è semplicemente un Paese ideologizzato; è una società con un forte orientamento tecnico-scientifico, che produce un numero elevato di ingegneri e sviluppa autonomamente sistemi militari avanzati. L’evoluzione dei droni, oggi centrale nei conflitti contemporanei, è anche il risultato di questa base educativa e industriale.

Ridurre tutto a “Paese dei mullah” è quindi più che una semplificazione: è un errore analitico. E come tutti gli errori analitici, si paga sul campo.

La democrazia mancata e la cecità europea

C’è poi una questione storica che pesa come un’ombra lunga: il percorso politico dell’Iran dopo la rivoluzione del 1979. Interpretata in Occidente esclusivamente come una deriva teocratica, quella rivoluzione fu anche – e prima di tutto – una mobilitazione popolare. Come molte rivoluzioni, conteneva in sé potenzialità diverse, inclusa quella di evolvere verso una forma di democrazia stabilizzata.

Quella traiettoria è stata però costantemente interrotta da pressioni esterne: sanzioni, isolamento, interventi indiretti. Ogni tentativo di apertura è stato accompagnato da una reazione che ha rafforzato le componenti più rigide del sistema. Il risultato è un paradosso: ciò che viene oggi denunciato come autoritarismo è anche il prodotto di una lunga sequenza di interferenze occidentali.

Nel frattempo, l’Europa osserva. O meglio: reagisce, senza comprendere. Le classi dirigenti europee sembrano incapaci di immaginare scenari che escano dal perimetro rassicurante del passato recente. Continuano a muoversi come se l’ordine internazionale fosse ancora quello degli anni Novanta, mentre i segnali di trasformazione sono evidenti.

Il problema non è solo politico, ma cognitivo. Manca la capacità di leggere il presente senza proiettarvi categorie obsolete. E in un contesto in cui la violenza tende a intensificarsi – in Medio Oriente come altrove – questa cecità rischia di avere conseguenze concrete.

La domanda, a questo punto, non è se il mondo stia cambiando. È quanto siamo disposti a riconoscerlo. Perché ignorare la realtà, nella storia, non ha mai prodotto stabilità. Al massimo, ha ritardato il momento in cui il conto viene presentato.

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