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I centri migranti voluti da Meloni in Albania rischiano di chiudere nel 2030 con l’ingresso di Tirana nella Ue. Costi enormi, numeri fallimentari, dubbi giuridici e propaganda evaporata: il “modello Albania” si trasforma in boomerang politico.
Meloni, Albania e il flop da 653 milioni: il sovranismo a tempo scaduto
Nel novembre 2023 Giorgia Meloni ed Edi Rama presentarono l’accordo sui centri migranti in Albania come la svolta epocale della politica europea sull’immigrazione. Una “soluzione innovativa”, un modello da esportare, il laboratorio del futuro securitario europeo. Due anni dopo, quella narrazione sta franando sotto il peso dei numeri, dei costi, dei tribunali e, soprattutto, della realtà geopolitica. A demolire l’operazione non è stata l’opposizione italiana, ma il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha: il protocollo scadrà nel 2030 e non sarà prorogato. Motivo? L’Albania entrerà nell’Unione Europea.
Fine della favola. O meglio: fine della finzione giuridica che permetteva all’Italia di trasformare Gjadër e Shëngjin in zone extraterritoriali dove deportare migranti e richiedenti asilo lontano dagli occhi e dalle sentenze dei tribunali italiani. Perché nel momento in cui Tirana entrerà nella Ue, quei centri diventeranno territorio comunitario a tutti gli effetti. E un CPR italiano piazzato dentro un altro Stato membro sarebbe una contraddizione giuridica grottesca persino per Bruxelles, che ormai tollera quasi tutto.
Il grande spot securitario che non funziona
La vicenda è politicamente devastante per Palazzo Chigi. Meloni aveva venduto l’accordo come il primo tassello di una nuova strategia continentale contro l’immigrazione irregolare. Ursula von der Leyen aveva benedetto il progetto. Mezza destra europea applaudiva. I giornali amici parlavano di “modello Albania”. Poi però arrivano i dettagli, che in politica sono sempre più noiosi della propaganda.
La relazione tecnica iniziale stimava circa 653 milioni di euro in cinque anni. Una cifra enorme per strutture che, nella pratica, sono rimaste quasi vuote. Fino ad aprile 2026 nei centri sono transitati appena 527 migranti. Oltre la metà dei trattenimenti non è stata convalidata dai giudici italiani. La capacità operativa reale è di 96 posti. L’obiettivo dichiarato dal governo era di 36 mila persone l’anno. Tradotto dal politichese: un fallimento industriale spacciato per rivoluzione.
E mentre gli italiani ascoltavano conferenze stampa patriottiche sulla “difesa dei confini”, la Prefettura di Roma spendeva 570 mila euro per cinque giorni effettivi di operatività nel 2024. Una performance economica degna di una start-up fallita della Silicon Valley, ma senza innovazione tecnologica: solo cemento, filo spinato e conferenze stampa.
Bruxelles, Tirana e la realtà che presenta il conto
Il punto più interessante, però, è geopolitico. L’Italia è oggi il principale sponsor europeo dell’ingresso dell’Albania nella Ue. Peccato che proprio quell’ingresso renda inutile l’accordo. È il classico cortocircuito della politica spettacolo: costruire una gigantesca operazione simbolica senza preoccuparsi minimamente delle sue conseguenze strutturali.
Tirana, nel frattempo, accelera davvero verso Bruxelles. A fine 2025 ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali con la Commissione europea in tempi record. Edi Rama continua a indicare il 2030 come data plausibile di adesione. Esattamente l’anno in cui scade l’accordo migratorio con Roma. Coincidenze che hanno la brutalità della matematica.
Il ministro Hoxha ha provato a mettere una pezza diplomatica: “L’Italia aveva bisogno di aiuto, l’abbiamo aiutata”. Una frase che, letta senza ipocrisie, suona come: vi abbiamo fatto un favore politico temporaneo, ma non pensate di trasformare l’Albania in una Guantanamo mediterranea permanente.
A quel punto è intervenuto Rama per correggere il tiro e rassicurare l’amica Giorgia. Ha ricordato che il protocollo prevede rinnovo tacito salvo disdetta. Ma ormai il danno politico era fatto. Perché il problema non è soltanto la durata dell’accordo: è la sua sostenibilità giuridica e politica dentro l’architettura europea.
Una destra che governa con gli slogan
La questione dei centri albanesi racconta molto della destra europea contemporanea. Governi che comunicano come influencer, costruiscono gigantesche narrazioni identitarie e poi si scontrano con tribunali, trattati, numeri, bilanci e realtà materiale. La politica ridotta a teaser pubblicitario.
Nel frattempo restano aperti i fronti giudiziari. La Cassazione ha rimesso l’accordo alla Consulta. La Corte d’appello di Roma ha chiesto alla Corte Ue se uno Stato membro possa firmare accordi bilaterali sull’asilo in questo modo. ActionAid ha depositato un esposto su affidamenti e contratti opachi. L’ufficio legale della Commissione europea nutre dubbi sulla compatibilità futura delle strutture.
E alla fine della giostra cosa resterà? Probabilmente due enormi strutture semi-vuote in Albania, centinaia di milioni spesi, agenti sottratti ai territori italiani, un gigantesco contenzioso giuridico e una montagna di propaganda evaporata nel nulla.
L’unica vera operazione riuscita sembra quella immobiliare. Tirana incassa infrastrutture, investimenti e sostegno europeo. Roma invece porta a casa slogan consumati e una fotografia sempre più nitida: il “modello Albania” rischia di diventare il monumento perfetto al sovranismo che dipende dai trattati europei persino per mettere un cancello.

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