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Israele bombarda Beirut, Iran risponde con missili, Israele attacca Teheran, Tabriz e Isfahan. Trump chiede di fermarsi: nessuno obbedisce. Il conflitto entra in una nuova fase. Chi comanda è già evidente.
Iran, Israele e il conflitto che Washington non riesce a fermare
Cento giorni dopo l’avvio del conflitto, il Medio Oriente brucia di nuovo con una intensità che rimette in discussione ogni schema negoziale costruito nelle settimane precedenti. La sequenza degli ultimi quarantotto ore ha una sua logica interna precisa, anche se nessuno degli attori coinvolti ha interesse a dichiararla apertamente: Israele bombarda Beirut, l’Iran risponde con i missili, Israele attacca l’Iran, Trump chiede di fermarsi, nessuno si ferma. È un ciclo che si autoalimenta e che rivela, ad ogni giro, chi tiene effettivamente il volante.
Dahiyeh, Tel Aviv, Teheran
Tutto (ri)comincia il 7 giugno con i raid dell’IDF sul quartiere di Dahiyeh, periferia meridionale di Beirut e storica roccaforte di Hezbollah, colpita con quella sistematicità che la dottrina militare israeliana applica alla zona almeno dall’estate del 2006. La risposta iraniana arriva nella stessa serata: missili balistici lanciati dai Guardiani della Rivoluzione verso il nord di Israele, mentre il ministro degli Esteri iraniano Araghchi pubblica su X una fotografia con le bandiere di Iran e Libano affiancate, segnalando la solidarietà di Teheran con Beirut colpita. Il presidente della Commissione parlamentare iraniana per la sicurezza nazionale aveva anticipato una risposta «decisa e dolorosa»: la risposta è arrivata puntuale.
Nelle prime ore dell’8 giugno, nonostante le richieste esplicite di Washington di non procedere, l’aviazione israeliana lancia una campagna di attacchi contro obiettivi militari nell’ovest e nel centro dell’Iran. Esplosioni vengono segnalate simultaneamente a Teheran, Tabriz e Isfahan. L’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran sospende tutti i voli dalla mezzanotte. Sirene d’allarme suonano su Tel Aviv per missili lanciati dallo Yemen — prima volta da aprile — intercettati dai sistemi di difesa. Il Centcom americano abbatte due droni iraniani che minacciavano il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, dichiarando le forze statunitensi «pronte a continuare a difendersi dall’aggressione iraniana». Nel frattempo, missili iraniani vengono segnalati verso basi americane in Kuwait e Bahrein. Il fronte si allarga su tutti i vettori simultaneamente.
Trump ordina, Netanyahu decolla: un vassallaggio rovesciato
Poche ore prima dell’escalation, Trump aveva rilasciato al Financial Times una delle sue dichiarazioni destinate all’immediata autoconfutazione: Netanyahu «non avrà altra scelta» che accettare l’accordo con l’Iran, perché è lui, Trump, a «dettare le regole del gioco». Quella stessa notte gli aerei israeliani decollano senza autorizzazione americana. La Casa Bianca fa sapere di non aver concesso nessun via libera e di essere rimasta estranea all’accaduto. Trump telefona a Netanyahu e gli chiede di fermarsi. Netanyahu convoca il gabinetto ristretto. Gli attacchi continuano.
La struttura del rapporto di forza reale tra Washington e Tel Aviv è ormai leggibile senza filtri. Gli Stati Uniti finanziano l’apparato militare israeliano, forniscono la copertura diplomatica al Consiglio di Sicurezza, riforniscono i sistemi di difesa aerea. Israele usa quella copertura come base operativa per condurre azioni che Washington non ha autorizzato e che ne compromettono direttamente la credibilità negoziale. Il padrone che dipende dal riconoscimento del servo — per dirla con Hegel, che in questo contesto risulta stranamente attuale — scopre di non controllare nulla nel momento in cui il controllo è necessario.
La tempistica dell’attacco a Beirut non è casuale. Avviene nel momento in cui i negoziati americano-iraniani sembravano avvicinarsi a un’intesa concreta sullo sblocco dei fondi congelati, la revoca parziale delle sanzioni sul greggio e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Un accordo che stabilizzasse l’Iran rimuoverebbe la ragione di esistere della coalizione Netanyahu: la guerra permanente che rinvia la resa dei conti giudiziaria di un premier sotto processo per corruzione, ricatto e frode. Sabotare il negoziato nel momento del suo possibile successo è una scelta razionale per chi ha tutto da perdere dalla pace e tutto da guadagnare dalla continuazione del conflitto.
La strategia iraniana e il dopo che nessuno vuole calcolare
Teheran sta conducendo questo conflitto con una pazienza strategica che contrasta vistosamente con l’impulsività israeliana e l’incoerenza americana. L’obiettivo iraniano non è la vittoria militare convenzionale — sarebbe irraggiungibile contro una potenza nucleare sostenuta dagli Stati Uniti — ma la riconfigurazione progressiva dell’architettura di sicurezza regionale.
Il controllo dello Stretto di Hormuz come leva negoziale permanente, la costruzione di un sistema di sicurezza condiviso con i paesi del Golfo che escluda la presenza militare americana come fattore strutturale, il consolidamento dell’asse con Hezbollah in Libano come garanzia di deterrenza nel Mediterraneo orientale.
Questo progetto ha guadagnato credibilità proprio dal fallimento americano. Una guerra che doveva durare quaranta giorni e produrre la resa iraniana ha dimostrato invece che l’Iran è in grado di resistere all’attacco combinato israelo-americano, ricostituire le proprie capacità offensive, colpire le infrastrutture dei paesi confinanti e mantenere operativo lo stretto.
Arabia Saudita, Qatar e Oman — che avevano preso le distanze dal conflitto — osservano questo risultato e traggono le loro conclusioni sulla reale capacità americana di garantire la sicurezza regionale. Se Washington non riesce a imporre il cessate il fuoco al proprio alleato più dipendente, quale credibilità può avere come garante della stabilità del Golfo?
Il parallelo con Suez nel 1956 — quando la crisi segnò la fine definitiva di Francia e Gran Bretagna come potenze regionali nel Medio Oriente — è tentante ma insufficiente. Quello fu un ridimensionamento ordinato, gestito nell’ambito di un sistema bipolare che offriva una struttura alternativa. Il declino americano nel Golfo avviene in un contesto più caotico, con più attori, armamenti più sofisticati e nessuna potenza in grado di sostituire ordinatamente il vuoto.
Il dopo — se e quando arriverà — sarà più disordinato e meno prevedibile di qualsiasi scenario elaborato nei think tank di Washington. E Netanyahu, nel frattempo, continua a far decollare gli aerei.

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