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Il concetto di “patrimoniale” non è della sinistra, ma del buonsenso e dell’equità
La destra al governo dimentica che i loro nonni imposero la “patrimoniale” anche attraverso l’oro da donare alla patria
La “patrimoniale” non è della sinistra, ma del buonsenso
– Letterio Licordari*
La manovra finanziaria per il 2026 ha riacceso ancora una volta il dibattito sulla “patrimoniale”, dalla destra ritenuta “un cavallo di battaglia” della sinistra.
La strategia della “distrazione di massa” prosegue, così come proseguono, sempre con riferimento alla finanziaria per l’ormai prossimo anno, le piccanti battute della premier sullo sciopero indetto per venerdì 12 dicembre, che non è un lungo week-end, anzi, un giorno di paga in meno per i lavoratori che aderiranno all’agitazione (ma chi non ha mai lavorato questo non lo sa), del tutto legittimo soprattutto se si tiene conto di altri recenti episodi mortificanti nei confronti dei lavoratori (tanto per fare un esempio l’aumento di appannaggio di ben 50 mila euro all’anno per il presidente del CNEL, poi revocato).
Il governo della destra dimentica, però, che i loro nonni imposero la “patrimoniale” anche attraverso l’oro da donare alla patria durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, e che nel 1936 e nel 1940 le imposizioni di tale natura vennero rivolte al finanziamento della disastrosa Guerra d’Etiopia e dell’ancor più sciagurata guerra mondiale.
Premesso che la nostra Costituzione (art. 53) evidenzia che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, la precisazione stizzita della premier che rassicura gli italiani (quali?) sul fatto che con il suo governo “le patrimoniali non vedranno mai la luce”, appare come una minaccia per le pur risicate opposizioni, ma soprattutto una cambiale da onorare nei confronti delle classi più abbienti, notoriamente quelle che hanno sostenuto e sostengono i partiti di centro-destra.
La “patrimoniale” è un’imposta (non una tassa) che rappresenta uno strumento di “giustizia sociale” in determinati periodi di crisi economica o a fronte di situazioni tali (come il deprecabile incremento delle spese militari, che ci viene fatto pagare con i sacrifici dei meno abbienti) da non dover essere costretti a vessare quella massa di lavoratori e pensionati che non possono esimersi (neppure volendo) dal fornire contribuzione allo Stato.
In Italia i soggetti che hanno un patrimonio (mobiliare e immobiliare) pari o superiore ai 2 milioni di euro all’anno sono oltre 500.000. Ma non si toccano. Berlusconi fece rientrare capitali (in gran parte “sospetti”, anche proventi delle mafie) dall’estero con tanto di agevolazioni e tappeto rosso, forse non aveva pensato all’aereo di Stato come poi i suoi eredi politici hanno fatto per riportare in Libia Almasri. Ma 500.000 sono quelli che dichiarano, mentre è da supporre che una più ampia platea di ricchezza possa essere compresa nel calderone dell’evasione totale o parziale. E, oltre allo Stato, la tolleranza nei confronti dei “ricchi” avviene anche attraverso le Regioni e gli Enti Locali che dovrebbero operare in base, sempre, a quanto previsto dalla Costituzione (art. 119).
In Italia, diciamo la verità, la giustizia fiscale non ha mai brillato e vi è sempre stato uno scollamento tra i cittadini e lo Stato, del quale i primi non si sono mai sentiti parte, così come avviene in molti altri Paesi comunitari e anche al di fuori della UE. L’evasione e gli escamotages sono emblematici di questo diffuso concetto.
Certo, quando poi ci si lamenta che per la sanità o per la scuola vengono tagliate risorse e si è portati a pensare che in molti non pagano le tasse e i ricchi, poi, non le pagano o le pagano come un cittadino qualsiasi, il dente duole.
Il concetto di “patrimoniale” non è della sinistra, ma del buonsenso e dell’equità, che oggi mancano a chi ci governa. Storicamente vengono, però, assimilati ai governi di estrazione cattolica e socialista. Negli ultimi cento anni è stata applicata per ripianare le spese militari della Prima Guerra Mondiale (1919, governo Nitti), per la ricostruzione post-bellica (1947, imposta poi trasformata in Invim), per il semi-default dell’azienda Italia nel 1992 (il famoso prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti del governo Amato).
Viviamo in un tempo in cui ci si lamenta, ma non si ha la forza di reagire, anzi, autolesionisticamente, si continua a dare corda alle espressioni di una destra incapace di governare ma che si autoassolve per tutte le accuse rivolte da chi non è “allineato”, ricusando ogni tentativo di dialogo con le parti politiche avverse.
Naturalmente, è più popolare dare corso alle rottamazioni, introdurre balzelli che risucchiano contribuzioni da parte di tutti (accise sui carburanti in primis), ma le grandi ricchezze non si toccano, perché chi tocca i fili muore (politicamente).

* Forza Lavoro è su: www.forzalavoro.work
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