Durante gli anni ’70 le diatribe tra Pasolini e Calvino animarono il dibattito culturale dell’Italia dalle colonne dei più importanti giornali. I due intellettuali, sebbene avessero molte cose in comune – entrambi antifascisti e militanti nelle fila del Pci – coniugavano i loro principi in modi diametralmente opposti. Ed ecco, con una possibilità comune nell’universo fumettistico anglosassone, ovvero il What If…?, la lettera con cui l’autore friulano avrebbe commentato i recenti accadimenti nella nostra società.
Lettera aperta a Calvino sulla elezione di Ignazio La Russa.
(di Pier Paolo Pasolini)
Caro Calvino,
Ti ho letto, al solito, con grande attenzione e devo confermarti che, si, il tuo continua ad apparirmi come uno stracciarsi le vesti inopportuno e anche un po’ ipocrita.
Intendiamoci, mi menzioni per quanto scrissi anni fa sul fascismo degli antifascisti e perciò mi sento in dovere di scrivere queste poche righe, ben conscio comunque di non stupirti: si, l’elezione del fascista La Russa a presidente del senato non mi indigna, al pari di quella alla camera del leghista filorusso Fontana.
Ti mentirei se ti negassi che il La Russa non evoca in me il fascistello di piazza delle sezioni missine degli anni ’70. E ancora, ti mentirei se ti dicessi che il giovane fascista cui dedicai il mio testamento “Saluto e augurio” (“Difendi conserva prega… Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi“) è cresciuto e ha ora le sembianze mefistofeliche del La Russa.
No, non è lui, anzi, avrebbe potuto essere lui ma, in realtà, quel giovane cui volli affidare un compito sì disperato non esiste più, se mai è esistito. Non mi dilungo oltre perché in questi giorni avverto la mia più completa estraneità ed indifferenza a quanto accade: vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido. Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura.
Sai, sono tornato ad un vecchio amore: il calcio. Ricordi? “Il calcio è un linguaggio coi suoi poeti e prosatori”, scrissi su Il Giorno più di 50 anni fa. Mi ero disaffezionato a questa cultura, lo ammetto: l’involuzione prodotta dalla mercantilizzazione di ogni forma culturale ha avvelenato anche questo sistema di segni che ha a che fare col sacro, anzi forse è, nella sua componente rituale, una delle sue ultime manifestazioni.
Cosa ha attratto la mia attenzione da ultimo? Ho visto un paio di partite del Napoli di Spalletti e vi ho trovato quella innocenza, quella selvaggeria, quella repulsione agli automatismi che può essere una risposta al meccanicismo indotto dalla spettacolarizzazione, un ritorno forse ad una dimensione personale ed epica.
Sono giorni che mi interrogo su quel “controculturale” affibbiato dalla BBC a Spalletti. Come fa un allenatore ad essere “controculturale”, mi chiedo ricordandomi del Living Theatre e di Ginsberg, se non superando, come dovresti sapere tu che hai inventato il post moderno, schemi ideologici e dunque la ammuffita dicotomia difensivismo-guardiolismo (o sarrismo)?
Ma allora quel “controculturale” oggi può valere anche per altri ambiti. Per esempio, è “controculturale” chi in queste ore non si straccia le vesti per ogni pirito, per dirla con il Buttafuoco. Ah, certo, abbiamo un presidente del senato che è fascio nella fisiognomica, e che smacco simbolico!
Invece, simbolicamente parlando, per citare i grandi Monty Python di Brian di Nazareth, dall’avvicendamento tra la Segre e La Russa, con tanto di abbraccio, dopo un discorso della prima che non ho ascoltato – stavo riguardando le prodezze di Kvaratskhelia – ma che tanti definiscono alto e antifascista (ma che conteneva anche un invito ad abbassare i toni e ad una sorta di “pacificazione”, per dirla con un linguaggio che detesto, anche perché in questo paese ci si pacifica sempre e solo nel peggio che esso produce), verrebbe fuori la capacità di una democrazia di accogliere dopo più di 70 anni un erede di quella storia sconfitta, mentre un’altra erede di quel ceppo, ma assai più giovane ed estranea alla stagione degli scontri di piazza e degli stragismi, diverrà presidente del consiglio.
Dovrebbe esser visto come un segno di salute: la democrazia regge, dovrebbe affermare con perentorietà un sincero democratico come te, non antifascista sclerotico e ottuso. Io che sincero democratico non sono, dico che le cose non stanno proprio così.
Non nel senso che i La Russa, coi busti del Duce da qualche parte, e le Meloni costituiscano un pericolo effettivo. Nel senso, invece, che questa nostra democrazia la vedo più depressa del solito.
E non lo è stata, depressa, svilita, dai fasci quanto da due anni di pandemia, prima ancora dalla televisione e, poi, da un golpismo che nel nome della pulizia morale fece fuori una classe politica intera (che detestavo, contro cui mi scagliai ma non certo nel nome della orrida morale piccolo borghese), ma sempre da una subordinazione a poteri internazionali che continuerà anche con questi signori così intimoriti dal loro compito, così identitari nell’aspetto – le esigenze di tener buono un elettorato – ma di fatti così attenti ad accreditarsi nella sostanza, e perciò già così proni.
Tu ribadisci che rimpiango l’“Italietta”: già, per te come per tutti gli altri, il rimpianto assume un valore negativo, che facile bersaglio!
Come ti scrissi anni fa, tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei film, non sai niente di me!
L’ “Italietta” che io difenderei e da cui, invece, sono più che mai avulso, è quella in cui sembra ti riconosca ormai anche tu e che pure hai denunciato, per esempio con “La speculazione edilizia“, nel suo degrado ecologico e morale connesso con l’affermarsi di un nuovo capitalismo. E’ l’ “Italietta” dei lettori del giornale fondato dal tuo amico Scalfari, quella che ha sostituito il moralismo alla morale, che ha inventato la superiorità antropologica dei fascisti progressisti sugli altri fascisti…
Perdonami, ti sto annoiando. E mi sto annoiando. Torno alle partite di calcio: fallo anche tu. Permettimi solo di citarmi per un’ultima volta. “Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano c’era il padrone turpe con il cilindro ed i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che con i suoi pargoli chiedeva giustizia. Il bel mondo di Brecht. No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone”.
Post scriptum. Vedo che anche tu stai usando gli orribili asterischi per esprimerti nei tuoi scritti, per ora solo sui giornali (non oso pensare a quando lo si farà nella letteratura). Ecco, mi chiamano profeta e indubbiamente ne ho azzeccata qualcuna. Ma questo non lo avrei mai immaginato. Ti prego. Come diceva il più grande di tutti: “nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”.
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