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martedì 30 Novembre 2021
BiblosLuciano Bianciardi, il 'Kerouacco' italiano

Luciano Bianciardi, il ‘Kerouacco’ italiano

50° anniversario della scomparsa dello scrittore grossetano Luciano Bianciardi, vero genio e interprete arrabbiato (e deluso) di quel fermento culturale irripetibile dell’Italia “che non ci stava”.

Luciano Bianciardi, il ‘Kerouacco’

Autore di romanzi come L’integrazione, Il lavoro culturale e La vita agra che raccontano l’Italia dei primi anni ’60 tra “miracolo” economico e nuove dissidenze a mio parere più interessanti dal punto di vista teorico e artistico di quanto si produsse su scala di massa dopo il 1968.

E’ l’Italia in cui si muovevano Raniero Panzieri, Giovanni Pirelli, Gianni Bosio, Franco Fortini, Danilo Montaldi, Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino e tanti altri intellettuali protagonisti dell’esplorazione esistenziale, sociologica, culturale e politica di una grande trasformazione che avveniva sotto i loro occhi.

Nel decennio dopo il 1956 l’Italia fu un laboratorio culturale e politico di valore internazionale per il pensiero critico, la sociologia, la ricerca letteraria e poetica, il cinema.

Bianciardi è forse il più anarchico anche se la definizione di Pino Corrias, autore di una bella biografia, forse non è completamente esatta. A me ricorda Kerouac, che lui chiamava Kerouacco, non solo perchè beveva molto.

È che come in Kerouac e nei beat il suo sguardo è quello di un “idealista che ha superato il suo idealismo e non ha niente da fare se non farlo” e quindi l’indignazione si accompagna al disincanto, la rabbia all’ironia. Non cerca parole e formule ideologiche in cui rinchiudere la realtà e per questo la racconta con uno sguardo che va oltre la fabbrica e l’industria ma anche oltre la narrazione della povertà che era ancora enorme nel nostro paese.

Anche se sta dalla parte della classe operaia il suo non è un racconto fabbrichista. Bianciardi racconta innanzitutto quello che vede e vive nella Milano del boom, tra ceti medi in formazione ambiziosi che si sbattono per garantirsi “il dubitabile vantaggio, anch’esso provinciale, di vivere nella grande città”:

“Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, che si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perchè abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi che fa più comodo al padrone. Neanche i loro bisogni sono genuini (…) E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che questa sia la vita moderna”.

Sembra la descrizione dell’autosfruttamento che si crede figo del lavoro intellettuale dei giorni nostri.

Sembra di sentire il personaggio di Japhy Rider nei Vagabondi del Dharma tra le pagine de La Vita Agra, proletario intellettuale che non brama di diventare ceto medio:
“Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tra apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.
A tutti. Purchè tutti lavorino, purchè siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un l’altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.”

Bianciardi, l’intellettuale outsider di provincia, sbarcato a Milano nel boom anche dell’industria culturale merita di essere riscoperto. Era per la decrescita con giustizia con 50 anni di anticipo.

La formazione di Bianciardi era originale rispetto al periodo e, anche per il lavoro di traduttore, molto in sintonia con quanto si discuteva altrove. Aveva studiato John Dewey e quindi aveva conosciuto una cultura di sinistra radicale democratica che non aveva radici marxiste e leniniste, era amico dello scrittore nonviolento Carlo Cassola.

Fortissimo era il suo legame col mondo proletario della sua terra. Non a caso nel romanzo La vita agra e nel film di Carlo Lizzani con Ugo Tognazzi il protagonista si trasferisce a Milano con l’obiettivo di far saltare in aria la società responsabile della strage di minatori a Ribolla.

Il romanzo e il film sono per me capolavori assoluti e credo che non casualmente il vecchio operaista irregolare Romano Alquati li consigliasse ai più giovani militanti degli anni ’90. Primo Moroni ci raccontava Bianciardi così: “Ripa di Meana faceva il commesso alla Feltrinelli di via Masone per hobby e portava sempre a mangiare Luciano Bianciardi che è uno scrittore che io ho amato moltissimo che però è morto poi di cirrosi epatica, perché eccedeva leggermente nel bere come facciamo noi stasera, facciamo altri tre dibattiti nel freddo, facciamo una fine …. e allora mi sembrava che Ripa di Meana che sembrava un cecoslovacco perché era tutto biondo con gli occhi azzurri elegantissimo e aveva anche una Java, una moto col sidecar con cui portava Bianciardi che non aveva mai una lira e faceva il traduttore per Feltrinelli”

“No, io voglio un funerale all’antica, e l’ho scritto nel testamento, un funerale laico, ma d’una certa solennità. Laico, ma tradizionale. Non ci voglio i preti, ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell’animo. Ne voglio quattro, di quei preti spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio in capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell’ordine uno storico, un critico d’arte, un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina.
Deve essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia, tranne le segretarie secche. Loro no. Poi si scordino pure di me (…)”, aveva scritto in “La vita agra” e da Milano la sua salma fu portata a Grosseto per il funerale accolta da una grande folla.

Meno male che c’è la Fondazione Luciano Bianciardi che tiene viva la memoria del compagno intellettuale proletario che espropriò il cappotto a Giangiacomo Feltrinelli in nome della lotta di classe.

Se vogliamo che le cose cambino, inutile occupare le università, occorre occupare le banche e far saltare le televisioni”, Luciano Bianciardi è vivo e lotta insieme a noi.

ps: Sul sito di La7 trovate il film La vita agra: guardatelo e scoprirete perchè tanti anni dopo Il Male si inventò il falso scoop su Tognazzi capo delle Brigate Rosse.

 

 

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Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

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