Il Sud in vetrina: quando la letteratura vende la nostalgia

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Il Sud italiano non è un museo emotivo per lettori del Nord né un genere letterario da consumare. La vera questione è capire come stereotipi, mercato editoriale e nostalgia trasformino identità e memoria in prodotti, mentre le geografie culturali diventano sempre più mobili.

Nord-Sud, anacronismo dei confini. (In risposta all’articolo di Carlo Pizzati sulla narrativa meridionale)

Nell’articolo Il senso del Nord per i romanzi del Sud, pubblicato di recente da La Stampa, Carlo Pizzati pone in evidenza quanto già sostenuto dalla critica italiana, secondo cui una parte significativa della narrativa meridionale contemporanea viene concepita (e perciò riscuote evidente successo) come forma di «turismo emotivo» dai lettori settentrionali: in essa il Sud è cioè inteso «non come il luogo complesso e moderno che è oggi, ma come isola temporale salva dalle minacce del presente», come un altrove vicino, esotico senza essere straniero, in cui ritrovare paesaggi umani di «un’italianità altra», un mondo arcaico che, sebbene ormai irrimediabilmente perduto, merita di essere quanto meno rimpianto.

Il riferimento di Pizzati al polemista Edward Said e alla sua analisi dell’orientalismo può indubbiamente risultare forzata per certi versi ma è senz’altro utile per illuminare le dinamiche editoriali italiane: la costruzione dell’immagine di chi è considerato “altro”’ attraverso lo sguardo di chi ritiene di occupare una posizione dominante dal punto di vista culturale, oltre che socio-economico. «Grazie alle case editrici per lo più del Nord – sostiene Pizzati – il denaro continua a fluire verso il settentrione, proprio come nella geopolitica globale il valore estratto dal Sud viene accumulato al Nord». L’analisi di Pizzati in sostanza si ferma qui.

Ritengo sia il caso, però, di spostare il fuoco sulla questione. Non esiste un tema meridionale in sé: famiglia, trauma, perdita, memoria, rapporto tra genitori e figli appartengono alla letteratura di ogni tempo e di ogni luogo. La questione è ciò che accade quando temi universali vengono utilizzati per confermare continuamente la stessa immagine di un territorio. Un romanzo può raccontare una famiglia meridionale, una casa, un lutto, una ferita, una città e il suo passato e, proprio attraverso quella specificità, arrivare a interrogare dinamiche collettive.

La letteratura cioè, quando non è ripiegata su se stessa, trasforma il particolare in universale. Il problema nasce quando questo passaggio non avviene. Se, per esempio, Napoli non è più il luogo concreto da cui parte una storia ma, attraverso cliché e luoghi comuni, diventa la garanzia della sua stessa riconoscibilità, la specificità non apre il racconto, lo chiude. Si crea così un circuito: un certo immaginario diventa riconoscibile, la sua riconoscibilità favorisce la pubblicazione e la promozione, il successo conferma l’aspettativa e l’aspettativa rende ancora più probabile la riproposizione di quello stesso immaginario.

È forse questa la differenza decisiva: un Sud raccontato come oggetto e un Sud utilizzato come soggetto che interpreta, contraddice, immagina. Nel primo caso il lettore riconosce un mondo; nel secondo, quel mondo diventa uno strumento per interrogare ciò che lo oltrepassa e dovrebbe per questo metterlo in crisi.

La cultura non progredisce quando abbandona la propria memoria, ma quando smette di essere obbligata a ripeterla. Il passato, cioè, può senz’altro essere materia narrativa ma non dovrebbe diventare una destinazione. E non è affatto necessario rinunciare alla propria lingua, alla propria storia o ai propri luoghi per uscire dalla dimensione locale, ma usarli come strumenti per immergere quella dimensione nel contesto globale. Del resto, la realtà culturale italiana è ormai da decenni più fluida ed omogenea di come poteva apparire nel secolo scorso.

Il Nord è abitato da generazioni di meridionali, il Sud – come il Nord – è attraversato e vissuto da persone, lingue e culture provenienti da altre parti d’Italia e del mondo. Gli scrittori vivono spesso lontano dai luoghi in cui sono nati, i lettori appartengono a comunità che percorrono territori diversi. Le opere insomma circolano attraverso geografie che non coincidono con quelle della loro origine. Ciò non significa possano dirsi cancellate certe sedimentate disuguaglianze economiche e strutturali, ma ora come ora è quanto meno fuorviante considerare Nord e Sud come soggetti culturali compattamente distinti.

Per quanto poi riguarda gli scrittori in particolare, è utile segnalare alcune riflessioni circolate sul web in risposta a Pizzati.
Mirella Armiero introduce una correzione necessaria: gli scrittori meridionali non possono essere ricondotti a una medesima funzione culturale: Stefania Auci, Wanda Marasco, Domenico Starnone, Elena Ferrante appartengono a universi narrativi profondamente diversi.

La Napoli di Ferrante, per esempio, è un luogo da cui vengono interrogati il potere, la classe, l’istruzione, il patriarcato, l’amicizia, la mobilità sociale, il desiderio. La città entra nella sua narrativa come esperienza storica e umana, non come mero paesaggio offerto allo sguardo del lettore.

L’intervento di Wanda Marasco porta questa obiezione ancora più vicino alla concretezza della scrittura. Direttamente chiamata in causa da Pizzati, rivendica la singolarità del proprio percorso e contesta l’idea che opere molto diverse possano essere ricondotte a un unico meccanismo di esotizzazione. Senz’altro un’obiezione importante, perché ci costringe a distinguere le intenzioni dell’autore di un’opera dalla sua accoglienza presso i lettori: un romanzo può nascere da una necessità autenticamente individuale e, una volta entrato nel mercato, essere accolto anche attraverso stereotipi e aspettative che l’autore non ha mai condiviso.

È difficile, allora, attribuire un valore assoluto alle dichiarazioni di chi è inserito nel meccanismo editoriale: anche la ricerca letteraria deve fare i conti con le condizioni materiali della propria esistenza.

Giuseppe Genna lo diceva, qualche tempo fa, con una frase del suo profilo Facebook: «Anche gli scrittori mangiano». Vale a dire che la ricerca letteraria non avviene fuori dal mercato, ma proprio al suo interno, cercando ogni volta di aprirvi uno spazio. Lo stile letterario di Genna è un esempio interessante proprio perché è stato, fin dall’inizio, una ricerca sui confini della forma. Partito da una formazione poetica, ha attraversato il noir, il thriller, la fantascienza, la narrativa storica, il reportage, fino a mettere in discussione gli stessi confini del romanzo. Egli stesso spiegò di aver lavorato, negli anni Novanta, con generi allora considerati periferici o antiletterari, nel tentativo di abolire gli steccati tra i generi e di mantenere aperto il continuum tra prosa e poesia. In un’altra occasione ha detto con ancora maggiore nettezza: «La forma è da trovare».

Non è dunque la sperimentazione come ornamento a interessarlo, ma la ricerca di uno stile capace di dire ciò che le forme già disponibili non riescono più a dire. Anche quando torna al genere, come nel nuovo romanzo con l’ispettore Lopez, il percorso precedente non scompare. Il genere può essere un punto di partenza, non necessariamente un punto d’arrivo.

Naturalmente il tema dell’identità non può essere separato dal clima politico. Mentre il sistema sociale diventa sempre più mobile e difficilmente riconducibile a nette appartenenze, sia la destra sovranista che la sinistra di estrazione massimalista edificano o perlomeno consolidano consenso proprio sulla necessità di difendere ciò che viene percepito come minacciato: la nazione, i territori, le tradizioni, la famiglia, i confini, il retaggio ideologico classista. Non è (e non può certo essere) un dettaglio marginale rispetto al discorso sulla letteratura.

la collettività attraversa una fase di forte trasformazione sia tecnologica che sociale e una parte della politica risponde proponendo il ritorno a confini più netti, anche il mercato culturale risponde a quella domanda. La nostalgia delle radici, il bisogno di riconoscersi in una comunità, la ricerca di un mondo percepito come perduto possono diventare temi narrativi, ma anche prodotti facilmente riconoscibili e commerciabili. Il rischio è confondere la complessità della letteratura con la semplificazione del mercato.

Un romanzo che utilizza i topoi non è necessariamente chiuso o ideologicamente semplificato. Può fare esattamente il contrario: mostrare conflitti, trasformazioni, esclusioni, rapporti di potere. Il problema nasce quando un’immagine del passato viene trasformata in una rappresentazione rassicurante, pronta per essere riconosciuta e consumata. In questo senso, il «turismo emotivo» di Pizzati può essere una delle forme attraverso cui, in una società attraversata dalla paura della perdita, si richiedono e si assorbono immagini del passato e forme di vita rese familiari e rassicuranti.

Il bisogno, cioè, di conoscere e comprendere entra in tensione con la necessità di riconoscersi in una comunità: da un lato si cercano storie che ci restituiscano origine, identità, memoria; dall’altro cerchiamo strumenti per orientarci in un vortice di cambiamenti che rende continuamente instabili le nostre categorie. Ciò costituisce una delle contraddizioni più interessanti del presente: mentre le distanze divengono via via sempre più ridotte, aumenta il bisogno di identità; mentre la tecnologia rende il cambiamento sempre più rapido, aumenta il bisogno di comprenderlo.

La letteratura e la saggistica intercettano queste domande, anche se non allo stesso modo. Naturalmente, il mercato editoriale cerca di intercettarle entrambe.

Forse è da qui che occorre tornare alla provocazione di Pizzati. Il problema non è soltanto capire se il Nord guardi il Sud con curiosità, nostalgia o paternalismo. E non basta nemmeno rovesciare la prospettiva e chiedersi come il Sud guardi il Nord. Entrambe le formule presuppongono una geografia culturale diversa da quella in cui viviamo.

Oggi, il confine tra chi guarda e chi viene guardato è molto meno netto di quanto la geografia lasci pensare: le identità si sovrappongono, le culture si contaminano, le storie individuali attraversano continuamente i confini. Le disuguaglianze restano, ma le appartenenze non sono più contenute dentro una carta geografica. In un sistema nel quale tutto deve diventare visibile, riconoscibile e condivisibile, anche la provocazione ha assunto un valore particolare.

L’articolo di Pizzati lo dimostra: una tesi capace di interrompere il flusso produce immediatamente una discussione. E in mezzo alla quantità di libri che rischiano di essere dimenticati prima ancora di essere letti, la discussione è già una forma di esistenza. Ma proprio per questo dovremmo essere ancora più attenti alle categorie che utilizziamo.

Il Sud non è un genere letterario. Non è un’identità compatta. È qualcosa di più mobile e contraddittorio: una pluralità di luoghi, storie, esperienze e sguardi che partecipano alla trasformazione generale del mondo.

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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