Si è parlato di persecuzione giudiziaria ai danni di Pasolini per l’ingente numero di processi (ben 33 nell’arco di un quarto di secolo) nei quali fu costretto a difendersi uscendone per lo più assolto. Il volume “Il libro bianco di Pasolini”, dato alle stampe in occasione del centenario della nascita, li racconta in maniera quasi enciclopedica.
“Il libro bianco di Pasolini”, una storia di accanimento giudiziario
Comunista, intellettuale e pederasta (nel senso strettamente etimologico del termine), la combinazione delle tre più note caratteristiche di Pier Paolo Pasolini è la cagione dei numerosi processi penali che dovette subire. Chiariamo subito che cosa dobbiamo intendere quando parliamo di accanimento giudiziario nei suoi confronti.
Non bisogna immaginare che Fanfani e Tambroni (o altri politici del tempo, fate voi) si incontrino segretamente e decidano di manovrare la magistratura contro un personaggio scomodo, questa è una ricostruzione da sempliciotti.
Un complotto siffatto, pur non essendo del tutto implausibile, si appalesa come inutile: se un magistrato vuole compiacere la sua parte politica di riferimento imbastendo un processo (il cui esito è, a tali fini, irrilevante) e mostrarsi ad essa in tutta la sua attiva fedeltà, lo fa spontaneamente, non c’è bisogno che arrivi un funzionario dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno o del SIFAR (SISDE e SISMI non c’erano ancora) a sussurragli qualcosa all’orecchio.

Processi a Pasolini: il catalogo
Gli autori Francesco Aliberti, Alessandro Di Nuzzo e Enzo Lavagnini hanno fatto un lavoro egregio, gli estratti degli atti procedimentali sono ben scelti, brevi per appassionare anche chi non ha inclinazione per questo tipo di letture, ma sufficientemente esplicativi.

Non mancano articoli di giornali dell’epoca, dai quali apprendiamo che la trucidità verbale motivata da odio politico e disprezzo umano non l’ha inventata Vittorio Feltri con “Libero”: su “Il Borghese” nel 1959 Pasolini viene definito “un buffo sozzaglione” da Luigi Bartolini, autore del romanzo “Ladri di biciclette” (sì, anche la gelosia fra scrittori ebbe una parte non secondaria nella demonizzazione dell’opera di P., che però godette sempre del sostegno non solo morale della maggioranza dei suoi colleghi, a suo favore come testimoni in senso processuale o culturale).

Il filone dei processi contro le sue opere letterarie e cinematografiche è basato principalmente sull’art. 528 c.p. “Pubblicazioni e spettacoli osceni”, ma con il film “La ricotta” c’è spazio anche per l’art. 402 “Vilipendio della religione dello Stato” (oggi soppresso), e “I racconti di Canterbury” attirò la denuncia di un frate cappuccino per “Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone”, art. 403 vecchia formulazione.

Gli stralci di dibattimento ci mostrano non solo un Paese farisaicamente puritano e moralista, ma anche i confronti molto interessanti di P. con i diversi pubblici ministeri e giudici sul rapporto fra arte e morale (rectius pubblica decenza), rapporto che da sempre dovrebbe ritenersi inesistente nel senso della totale indipendenza della prima dalla seconda. E invece solo nel 2021 in Italia viene abolita del tutto la censura cinematografica, come risultato di una lunga battaglia nella quale il contributo di P. fu sempre presente.

Ci sono poi i processi per i fatti privati di Pasolini, originati dalle sue frequentazioni sottoproletarie (i fatti di via Panico, per i quali fu accusato di favoreggiamento), dalla mitomania di soggetti fragili (la rapina del Circeo, denunciata da un garzone frenastenico incredibilmente considerato attendibile dagli inquirenti), e nella cronologia finale si menziona anche la sospensione della patente -per chissà quali motivi- nel 1964.

Più noti -perché pruriginosi- sono il processo per i fatti di Ramuscello, dal quale uscì assolto in appello (grazie anche alla mancata presentazione di querela di parte per il reato di corruzione di minore) ma espulso dal PCI, e i fatti di Anzio, che però nel libro sono solo evocati, quindi ve li racconto io.
Al porto Pasolini parla con due ragazzini e poi va al ristorante, due giornalisti avvicinano i ragazzi e apprendono che P., indicando altri ragazzi, ha chiesto loro “Quanti anni hanno?” e alla risposta “Dodici anni” ha detto: “Però avranno dei bei cazzetti”. I giornalisti vanno alla polizia, i giovani dichiarano di aver ricevuto del denaro (cento lire) dai due giornalisti per testimoniare il fatto, la querela viene archiviata per assenza di fattispecie di reato.
La verità non è cosa semplice, ed è per questo che nel linguaggio giudiziario si parla di “verità processuale”, come a dire “si fa quel che si può”. Nel migliore dei casi.

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