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Dittature: tutto quanto fa spettacolo, è una rubrica dedicata agli aspetti meno conosciuti delle grandi dittature del ‘900: documenti, libri, curiosità biografiche dei protagonisti verranno illustrati mescolando rigoroso metodo storico e truce umorismo.
Per esempio, conoscete la storia delle favole fasciste di Trilussa? Ma andiamo con ordine.
Non c’è nulla di più prezioso della libertà, lo sappiamo tutti. Tuttavia, per apprezzarla al meglio e per non cadere in tentazioni di segno contrario, è bene conoscere in maniera approfondita ciò che la sua assenza comporta, preferibilmente senza sperimentarlo direttamente bensì studiando il passato.
Tuoniamo indignati contro chi manifesta simpatia per vecchie e nuove forme di sopraffazione, ma abbiamo mai letto per intero il regolamento delle SS? O un Foglio d’Ordini del PNF? Ovviamente no, è roba per stomaci forti, non tutti possono farcela. Pertanto ringraziamo A.C. Whistle che si è sacrificato per noi, fedele al motto “non si può difendere la democrazia solo con le tisane equosolidali”.
E dunque, torniamo alla storia delle favole fasciste di Trilussa.

Le favole fasciste di Trilussa
Ai mercatini di antiquariato e modernariato non so resistere, acquisto sempre qualcosa: stavolta sono tornato a casa con uno specchio da pub della Bass Pale Ale, un posacenere promozionale del Punt e Mes e questo libro di poesie.

Trilussa (1871-1950) godette di grande successo già in vita, era ancora l’epoca in cui un poeta poteva vivere di scrittura ed egli seppe sfruttare la sua vena per farsi ingaggiare dai maggiori giornali e riviste. Per dare un’idea, si potrebbe dire che era famoso quanto il Federico Palmaroli de Le più belle frasi di Osho, e come questo incline al motto salace e un po’ qualunquista.
Durante il ventennio non si iscrisse al partito né appoggiò l’ideologia, se non fu antifascista certamente non fu fascista, tanto che, instaurata la repubblica, nel 1950 Luigi Einaudi lo nominò senatore a vita. E allora perché questo libro?

Qui entra in scena Asveroglio “Asvero” Gravelli (per inciso, se qualcuno sa da dove accidenti venga il nome Asveroglio e se sia un unicum come sembra, mi scriva, ché io non sono riuscito a venirne a capo), che fu prima sindacalista corridoniano, poi sansepolcrista e acceso squadrista, infine panfascista esagitato: la sua rivista Antieuropa propugnava una terza via fra le vecchie democrazie liberali e il socialismo, terza via da attuarsi mediante una trasformazione spirituale dei giovani italiani ed europei. Insomma un po’ Primo Arcovazzi e un po’ Franco Freda.
Nel progetto di propaganda rientra appieno la collana Libro e moschetto (nella quale si trovano altri fondamentali titoli quali A te giovane fascista dello stesso Gravelli e Cos’è la leva fascista di Alessandro Melchiori, vice segretario generale del PNF).

Gravelli nella prefazione racconta come ha ingaggiato Trilussa:
Un giorno, in un gruppo d’amici, (…) riuscimmo a strappare al Poeta la promessa che egli ci avrebbe dato per la stampa (…) alcune delle sue poesie con allusioni politiche. Il Poeta ci ha consegnato le poesie che intitoliamo Favole Fasciste per l’impronta spregiudicata che le caratterizza.
Immaginiamo la scena. Asvero Gravelli e altri ceffi patibolari si presentano da Trilussa e gli dicono qualcosa del tipo “Camerata, vorreste contribuire con qualcuna delle vostre divertenti poesie satiriche a una pubblicazione che educherà i giovani alla sempiterna gloria del Fascismo?”. La voce squillante, l’occhio fisso d’ottuso fideismo e la gagliarda complessione degli interlocutori fanno sì che Trilussa, uomo di lettere più che d’azione, acconsenta senza nulla opporre.
Ma non si mette a magnificare le sorti del regime, bensì rifila loro 23 poesie scritte fra il 1901 e il 1920, che Gravelli pubblica con tanto di data “non per affermare priorità di convincimenti politici del Poeta, (…) ma per stabilire l’atteggiamento spirituale (…) del nostro Trilussa, di cui lo spirito, la fede e l’ammirazione affettuosa e devota per il Duce a nessuno sono ignote”. Per i motivi di cui sopra, certamente Trilussa non precisò che non aveva alcuna fede e devozione per l’uomo della Provvidenza.

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