Alle radici della guerra di Putin: rimodellare lo Zeitgeist americano

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La prospettiva di un negoziato “globale” tra Russia-Cina e Stati Uniti per un nuovo ordine mondiale più equilibrato è l’obiettivo di Putin, ma è ancora lontana per la mentalità psicologica americana bloccata all’era della Guerra Fredda.

La guerra di Putin per rimodellare lo Zeitgeist americano*

A oltre due anni dall’inizio del conflitto in Ucraina che ha messo in moto una serie di dinamiche, un domino globale in cui le grandi potenze e quelle emergenti stanno scoprendo le carte sul tavolo, la narrativa mainstream ancora continua a parlare di conquiste territoriali, sanzioni, nazionalismi e armamenti, senza cogliere le questioni di fondo.

Come se fossimo a una grande partita di Risiko in cui i contendenti viaggiano un po a caso aspettando il lancio dei dadi.

In realtà la questione di fondo è il nuovo assetto mondiale e, nel caso ucraino, continuare a parlare di cessate il fuoco temporaneo (per preparare Kiev a una nuova offensiva, nella prospettiva della NATO) o di congelamento dei conflitto, è del tutto fuorviante, poichè la Russia mira a una nuova architettura di sicurezza mondiale.

Vladimir Putin vuole ottenere qualcosa di permanente: un accordo che poggi su “basi solide” e che sia duraturo. In quel caso la risoluzione completa del conflitto costituirebbe una parte implicita di un nuovo ordine mondiale.

Vale a dire, con il ‘microcosmo’ di una soluzione ucraina che scaturisce implicitamente dall’accordo ‘macrocosmo’ tra gli Stati Uniti e le potenze del “Heartland” – regolando i confini in base ai rispettivi interessi di sicurezza.

Soluzione onnicomprensiva chiaramente impossibile ora, con la mentalità psicologica degli Stati Uniti bloccata nell’era della Guerra Fredda degli anni ’70 e ’80.

Gli americani si erano illusi di aver chiuso la questione con “la fine della storia”, per dirla alla Fukujiama. Ora i giochi sono riaperti e con una tendenza negativa per gli interessi di Washington.

La fine di quella guerra – l’apparente vittoria degli Stati Uniti – gettò le basi per la Dottrina Wolfowitz del 1992 che sottolineava la supremazia americana a tutti i costi in un mondo post-sovietico, insieme “all’eliminazione dei rivali, ovunque potessero emergere”.

In concomitanza con questa, la Dottrina Wolfowitz prevedeva  che gli Stati Uniti avrebbero inaugurato un sistema di sicurezza collettiva guidato dagli USA e la creazione di una “zona democratica di pace”.

La Russia, d’altro canto, era stata trattata diversamente: il Paese era scomparso dai radar. Agli occhi dell’Occidente era diventato insignificante come concorrente geopolitico, i suoi gesti di offerte pacifiche erano stati respinti, mentre le garanzie fornite riguardo all’espansione della NATO sono andate perdute.

Mosca non aveva potuto fare nulla per impedire le manovre ostili degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. Lo stato successore della potente Unione Sovietica non era suo pari e quindi non era considerato abbastanza importante da essere coinvolto nel processo decisionale globale.

Eppure, nonostante le dimensioni e una sfera di influenza ridotte rispetto all’URSS, la Russia continua a essere considerata un attore chiave negli affari internazionali.

Tuttavia, per gli strati dominanti negli Stati Uniti, la parità di status tra Mosca e Washington è fuori questione.

La mentalità della Guerra Fredda infonde ancora nella Beltway la fiducia ingiustificata che il conflitto ucraino potrebbe in qualche modo provocare il collasso e lo smembramento della Russia.

Al contrario, Vladimir Putin, nel suo discorso sulla risoluzione definitiva del conflitto in Ucraina, guardava al collasso del sistema di sicurezza euro-atlantico e all’emergere di una nuova architettura.
“Il mondo non sarà mai più lo stesso”, ha detto Pil leader russo.

Implicitamente, suggeriva che un cambiamento così radicale sarebbe l’unico modo credibile per porre fine alla guerra in Ucraina.

Un accordo che emerga dal più ampio quadro di consenso sulla divisione degli interessi tra Rimland e Heartland (in un linguaggio alla Mackinder) rifletterebbe gli interessi di sicurezza di ciascuna parte e non sarebbe raggiunto a scapito della sicurezza degli altri.

E per essere chiari: se questa analisi è corretta, la Russia potrebbe non avere così tanta fretta di concludere le questioni in Ucraina.
La prospettiva di un negoziato “globale” tra Russia-Cina e Stati Uniti è ancora lontana.

La psiche collettiva occidentale non è ancora stata trasformata a sufficienza. Trattare Mosca con pari stima resta fuori discussione per Washington. La nuova narrativa americana non prevede negoziati con Mosca adesso, ma forse i colloqui tra le parti potrebbero essere possibili all’inizio del nuovo anno, dopo le elezioni americane.

Ebbene, Putin potrebbe sorprendere ancora, non cogliendo al volo la prospettiva, ma respingendola; valutando che gli americani non siano ancora pronti per intavolare negoziati per una “risoluzione definitiva” della guerra, soprattutto perché quest’ultima narrazione corre in concomitanza con i discorsi su una nuova offensiva ucraina (ovvero degli Stati Uniti e della NATO) prevista per il 2025.

I documenti che delineano un possibile nuovo ordine di sicurezza, tuttavia, erano già stati redatti dalla Russia nel 2021 – e debitamente ignorati in Occidente.

Decreto del Presidente della Federazione Russa del 2 luglio 2021 n. 400 – “Sulla strategia di sicurezza nazionale della Federazione Russa”, ben riassunto da Dmitry Trenin nello stesso anno: “Russia’s National Security Strategy: A Manifesto for a New Era”.

La Russia forse può permettersi di aspettare la fine degli eventi militari in Ucraina, Israele e nella sfera finanziaria. Sono tutti interconnessi e hanno il potenziale per un’ampia metamorfosi. Putin sta aspettando che si formi un nuovo Zeitgeist americano.

* Fonte –  Alastair Crooke per il Ron Paul Institute

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