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Dentro la balena: il rifugio che salva o divora

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La “pancia della balena” come spazio liminale di ritiro e trasformazione: tra mito, psicologia e trauma, il simbolo rivela un’ambivalenza radicale. Rifugio che protegge o prigione che trattiene, il senso è nell’uscita e nella metamorfosi.

La pancia della balena: spazio di ritiro, protezione e trasformazione

– Sira De Vanna & Alessandro Bellotta

A volte capita di imbattersi in un libro che non solo ti invita a leggere, ma ti spinge a pensare, a guardare dentro te stesso e fuori dal tuo orizzonte abituale. Pancia di balena. L’uomo che credeva di essere una balena di Tiziana Cesarini, Alessandra Meneghello (Disagire) e Alessandra “Trinity” Bersiani è uno di questi casi: un’opera esile nella forma ma potente nella sostanza, capace di dare spunto a una riflessione più ampia sull’essenza dell’azione umana, sull’approccio alla vita, al dolore e alla complessità delle relazioni contemporanee.

Il libro nasce da un’esperienza creativa corale che unisce teatrodanza, musica elettronica e arti visive, e riflette sulla fragilità dell’essere umano contemporaneo sospeso tra paure, illusioni di controllo e la sicurezza apparente del virtuale — una sorta di “grembo” che rassicura ma allo stesso tempo allontana dalla realtà vivente.

Questa prospettiva — unita alle riflessioni mie e del dottor Alessandro Bellotta, psichiatra — ha offerto un terreno fecondo per esplorare il concetto di pancia della balena non solo come metafora introspettiva, ma come figura archetipica ricca di valenze psicologiche e culturali, fornendo chiavi di lettura per comprendere dinamiche di difesa, ritiro e trasformazione nella condizione umana odierna.

Il libro sarà presentato sabato 7 febbraio alle 18:00 presso la Biblioteca Comunale di Sacrofano.

La pancia della balena come luogo liminale

L’immagine della pancia della balena attraversa il mito, la letteratura e la psicologia come uno dei simboli più persistenti del ritiro dal mondo.

Non si tratta di un semplice nascondiglio ma di uno spazio liminale, è una soglia sospesa tra la vita esteriore e la trasformazione interiore.

Nell’ambito dei suoi studi sui miti primigeni, Joseph Campbell individua la “pancia della balena” come una tappa fondamentale del viaggio dell’eroe: il momento in cui l’individuo viene simbolicamente inghiottito, separato dal mondo ordinario e sottratto alle coordinate abituali dell’agire. L’eroe scompare, entra in una dimensione altra, non regolata dalla logica della prestazione o della visibilità. Una dimensione in cui non esistono maschere.

Questo spazio non è neutro, è oscuro, chiuso, ambiguo. Protegge e isola allo stesso tempo. È rifugio e prigione, utero e tomba. Ed è proprio questa ambivalenza a renderlo simbolicamente e psicologicamente fecondo.

Chiusura e ritiro: tra difesa e trasformazione

Dal punto di vista psicologico, il ritirarsi “nella pancia della balena” può essere compreso lungo due direttrici principali, che è essenziale non sovrapporre.

Da un lato, esiste una chiusura difensiva patologica: il ritiro come evitamento del mondo, come risposta traumatica, come congelamento affettivo. In questo caso, la balena diventa un guscio che protegge ma nello stesso tempo impoverisce, uno spazio prigioniero che può bloccare la possibilità di trasformazione. Il soggetto sopravvive, ma a prezzo della vitalità.

Dall’altro lato, esiste un ritiro funzionale e rigenerativo. In termini psicodinamici, esso può essere inteso come uno spazio protetto in cui l’individuo sospende temporaneamente il confronto con le richieste del reale per riorganizzare l’esperienza interna, elaborare, curare le proprie ferire recuperando una continuità psichica tra Io ed inconscio.

La pancia della balena, dunque, non è di per sé né sana né patologica. Lo diventa in base alla durata, alla consapevolezza e, soprattutto, alla possibilità di uscita.

La Balena e la Grande Madre: contenere o divorare?

Sul piano archetipico, la balena rimanda direttamente alla Grande Madre nelle sue forme più arcaiche e ambivalenti.

Non alla madre personale ma a quella matrice originaria che precede la nascita della coscienza individuale, una matrice in cui convivono protezione e minaccia, nutrimento e distruzione.

La Grande Madre può accogliere e contenere ma può anche divorare. Può offrire riparo o trattenere in una regressione senza fine.

La balena incarna precisamente questa ambiguità: ventre che salva e bocca, utero che inghiotte e trattiene in sé.

Nel racconto biblico di Giona, l’inghiottimento è al tempo stesso punizione e salvezza: il profeta viene sottratto alla morte, ma costretto a una sospensione radicale del suo essere ed agire nel mondo, a un tempo, Kairos, di interiorizzazione forzata.

In Pinocchio, la balena diventa addirittura una casa: Geppetto vi abita come in un mondo intermedio, finché il burattino non è pronto a compiere il gesto separativo dal padre e dal ventre dell’uscita per rinascere come umano.

Queste immagini mostrano con chiarezza che l’archetipo materno non è mai univocamente benevolo. Quando la funzione separativa fallisce, il contenimento si trasforma in inglobamento e il ritorno al grembo diventa una rinuncia alla differenziazione, all’autonomia, all’indipendenza.

Trauma, rifugio e difese archetipiche del Sé

È su questo punto che il simbolo della balena incontra in modo diretto il tema del trauma.

Nei traumi precoci, soprattutto quelli che coinvolgono l’attaccamento e la continuità dell’esperienza relazionale, il ritiro non è una scelta, ma una necessità di sopravvivenza psichica. La psiche costruisce allora spazi interni chiusi, protetti, inaccessibili: rifugi in cui il Sé vulnerabile viene sottratto al rischio di un ulteriore annientamento.

Come ha mostrato Donald Kalsched nei suoi saggi sul trauma, questi meccanismi di difesa arcaici sono sistemi di protezione potenti, spesso salvifici nel breve periodo, ma potenzialmente bloccanti se si cronicizzano.

La pancia della balena può così diventare una rifugio permanente, congelato e fuori dal tempo, un non luogo di sospensione indefinita del vivere.

Hortus conclusus e pancia della balena

Se la balena rappresenta il versante oscuro, abissale e potenzialmente divorante del ritiro, l’hortus conclusus ne incarna il polo più ordinato, luminose e simbolicamente integrabile.

Il giardino chiuso della tradizione medievale è uno spazio delimitato e protetto, luogo di silenzio, fertilità e gestazione.

Entrambe le immagini rispondono ad uno stesso bisogno dell’uomo: creare un contenitore psichico in cui la trasformazione possa avvenire con i suoi tempi ed in modo creativo, senza esposizione traumatica.

La differenza non è simbolica, ma dinamica: la balena trattiene, il giardino prepara; la prima rischia la regressione, il secondo favorisce la crescita.

Uscire dalla balena

Il nodo centrale non è entrare nella pancia della balena, ma uscirne. Il ritiro ha senso solo se è temporaneo e orientato alla metamorfosi. Giona esce e cambia sguardo. Pinocchio esce e diventa umano. L’eroe del mito ritorna al mondo con un dono.

Quando il tempo del ritiro è rispettato, la pancia della balena diventa uno degli spazi più potenti dell’esperienza psichica: un luogo in cui il silenzio è, finalmente incubazione del senso.

Postilla teorica

Il simbolo della pancia della balena, così come attraversa questo saggio, merita una breve precisazione dal punto di vista della psicologia analitica.

In ambito clinico, il ritiro non può essere letto esclusivamente in termini adattivi o disfunzionali. Nella prospettiva junghiana, esso si configura più propriamente come movimento archetipico di protezione del Sé, soprattutto quando la coscienza è minacciata da un trauma precoce, da un eccesso di stimolazione psichica o quando “incontriamo” la necessità di una crisi che metta in discussione ciò che pensiamo di essere e conoscere di noi.

In questo senso, la balena non rappresenta soltanto un’immagine mitica del viaggio iniziatico ma anche una configurazione difensiva profonda, che precede la possibilità stessa della simbolizzazione e della trasformazione.

Il ritiro non è allora solo una regressione ma è soprattutto una risposta arcaica necessaria, che sospende temporaneamente il processo di individuazione per preservarne il nucleo, il Sè.

La clinica del trauma mostra come questi spazi chiusi funzionino spesso come rifugi interni: strutture psichiche salvifiche nel breve periodo, ma potenzialmente bloccanti se non incontrano una relazione sufficientemente affidabile che ne renda possibile l’apertura. È ciò che accade anche in un setting psicoterapeutico e psicoanalitico, quando funziona.

Uscire dalla Balena significa riconoscere la funzione originaria del ritiro, integrandola nel processo individuativo. Solo così il silenzio che essa custodisce può diventare generativo e fonte creativa per una rinascita nel segno dell’autenticità e della profondità della vita.

In questo senso, il mito di Proserpina offre un’immagine particolarmente eloquente. La discesa negli Inferi non è una colpa né una scelta ascetica, ma un evento necessario, che introduce un tempo sotterraneo, sottratto alla linearità della coscienza. Proserpina non ritorna del tutto: una parte di lei resta nel regno dell’ombra.

È proprio questa permanenza parziale che rende possibile il ciclo, la fertilità, il ritorno della vita. Così anche il ritiro nella pancia di Balena quando viene riconosciuto e simbolizzato, non deve essere cancellato, ma integrato.

La pancia della balena resta inscritta nella nostra psiche come memoria profonda ed eterna, e come fondamento invisibile di un’esistenza più autentica e viva, individuale e collettiva.

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