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La lettera aperta con cui Zelensky invita Putin a un incontro diretto riapre il tema dei negoziati. Ma tra richieste incompatibili, sfiducia reciproca e interessi geopolitici contrapposti, il conflitto appare ancora lontano da una soluzione diplomatica.
Zelensky scrive a Putin, ma la pace resta ostaggio delle condizioni impossibili
La geopolitica, a volte, possiede un talento naturale per la commedia involontaria. Dopo aver vietato per decreto qualsiasi trattativa con Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky si ritrova oggi a scrivergli una lettera per proporgli un incontro di pace. Una svolta che avrebbe meritato la regia di Totò più che quella delle cancellerie occidentali. Viene quasi da immaginare il presidente ucraino seduto alla scrivania mentre vergava il celebre incipit di Totò, Peppino e la malafemmina: «Noi veniamo con questa mia addirvi…tutto attaccato…». Con una differenza: in questo caso la lettera arriva dopo quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di vittime e un decreto che avrebbe dovuto impedire perfino di scriverla.
L’iniziativa, rilanciata dall’ufficio presidenziale ucraino e ripresa immediatamente dai principali media occidentali, arriva in un momento particolare del conflitto: dopo oltre quattro anni di guerra, con il fronte sostanzialmente stabilizzato in molte aree, l’Ucraina continua a colpire in profondità il territorio russo con droni e occasionalmente con missili a lungo raggio, mentre Mosca mantiene il controllo di vaste porzioni dei territori occupati e prosegue la propria offensiva militare. Non c’è simemtria di danni, ovviamente.
Come già detto molte volte, un palazzo che brucia, un passeggero ucciso su un treno, un drone intercettato sopra il Cremlino generano immagini potenti e fastidio reale nella popolazione russa. Ma non spostano di un metro la linea del fronte. Mentre un missile Oreshnik non colpisce un edificio, rade al suolo un’area con tutto ciò che contiene, incluso ciò che sta sotto. Quando la Russia decide di rispondere in modo simmetrico alla scala, la simmetria non esiste. I droni fanno notizia; le equazioni dell’attrito fanno la guerra.
La lettera contiene un invito esplicito a un faccia a faccia in un Paese neutrale, come Svizzera, Turchia o uno Stato arabo, accompagnato dalla proposta di un cessate il fuoco durante i negoziati e da un possibile scambio totale di prigionieri. Zelensky sostiene che la guerra stia diventando sempre più costosa per la Russia, sia sul piano economico sia su quello sociale, e invita Putin a scegliere la via diplomatica prima che il conflitto produca ulteriori conseguenze destabilizzanti.
La novità non sta tanto nell’invito al dialogo, quanto nel fatto che esso venga formulato pubblicamente e direttamente. Per anni Kiev ha sostenuto che qualsiasi negoziato dovesse partire dal ritiro delle forze russe dai territori occupati. Mosca, dal canto suo, ha sempre considerato irrealistica una trattativa che mettesse in discussione le acquisizioni territoriali ottenute sul campo. L’esistenza stessa della guerra è ormai il risultato di queste due posizioni incompatibili.
Il problema centrale, infatti, non riguarda la disponibilità a incontrarsi, ma il contenuto concreto di un eventuale negoziato. La posizione ufficiale ucraina, sostenuta per lungo tempo anche da gran parte delle cancellerie europee, prevedeva il completo ritiro russo dai territori occupati, il pagamento dei danni di guerra e l’accertamento delle responsabilità politiche e militari dell’invasione. Dal punto di vista russo, accettare una simile piattaforma negoziale equivarrebbe a firmare una resa dopo aver sostenuto per oltre quattro anni il più grande sforzo militare dalla fine dell’Unione Sovietica.
Anche il tema del cessate il fuoco continua a rappresentare un ostacolo fondamentale. Kiev considera indispensabile una tregua per avviare negoziati credibili. Mosca, invece, continua a sostenere che un’interruzione delle ostilità servirebbe soltanto a consentire all’Ucraina di riorganizzarsi militarmente, richiamando l’esperienza degli accordi di Minsk del 2014 e del 2015, che il Cremlino considera un precedente fallimentare.
Dietro la diplomazia pubblica si intravede inoltre una questione geopolitica più ampia. L’Occidente continua a sostenere Kiev, ma con livelli di consenso politico molto più fragili rispetto al 2022. Allo stesso tempo la Russia, nonostante le sanzioni, ha dimostrato una capacità di adattamento economico superiore alle previsioni iniziali. Ogni proposta negoziale diventa anche uno strumento di comunicazione internazionale destinato a influenzare Washington, Bruxelles, Pechino e il cosiddetto Sud globale.
È qui che emerge la contraddizione della lettera di Zelensky. Da una parte viene lanciato un appello al dialogo; dall’altra il testo insiste sulla debolezza russa, sull’isolamento del Cremlino e sulle presunte prospettive di logoramento del sistema di potere costruito da Putin. Una combinazione che può risultare efficace sul piano della mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale, ma che difficilmente può essere percepita a Mosca come la base psicologica di una trattativa.
La reazione russa, infatti, è stata prudente e fredda. Il Cremlino ha confermato che Putin ha ricevuto la lettera, ma ha evitato qualsiasi apertura concreta, limitandosi a ricordare che un eventuale vertice potrebbe avvenire solo dopo un lavoro preparatorio svolto dalle rispettive diplomazie. E soprattutto ha ribadito che se Zelensky vuole trattare, deve andare a Mosca.
Dunque, la lettera di Zelensky può rappresentare un segnale politico, un tentativo di mostrarsi disponibile al dialogo davanti alla comunità internazionale, ma non modifica il dato essenziale: Russia e Ucraina continuano a essere separate da obiettivi strategici incompatibili.

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