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martedì 18 Gennaio 2022
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W20 e parità di genere: la Costituzione è inadeguata

Migliaia di esperti provenienti dai cinque continenti si sono riuniti per discutere le questioni più urgenti dell’empowerment sociale, economico e politico delle donne, con l’obiettivo di consegnare il comunicato finale ai leader del G20: riflessioni post W20.

W20 e parità di genere. Quarta ondata femminista

Siamo in quella che viene definita quarta ondata femminista, iniziata poco prima del 2010 e contraddistinta dall’intersezionalità, ovverossia l’allargamento alle diverse identità sociali e le relative discriminazioni, oppressioni o dominazioni.

Vera e propria rivolta contro il femminismo radicale del passato – considerato banale e anti-sessuale- l’ondata si diffonde rapidamente attraverso internet e i social network a livello mondiale e finalmente si comprende che le varie forme di discriminazione (il sessismo così come il razzismo, l’omofobia, il classismo, l’abilismo…) hanno un’unica radice e vanno combattute in blocco.

Quindi, in via teorica, non è più possibile pensare al genere come a una categoria isolata, perché è interconnessa ad altre categorie sociali come l’etnia e la classe. I divari sociali però sono molti e complessi, e determinano frammentazione, mettendo anche le une contro le altre.

Inoltre, si fa ancora fatica a capire che la questione non è aprire le porte per far entrare chicchessia, ma uscire fuori da quella segregazione paradossalmente sostenuta dall’interno. Si dovrebbe liberare di nuvole l’orizzonte e guardare chiaramente cosa e chi frena l’evoluzione civile a più livelli.

W20 e parità di generi: la Costituzione è inadeguata

La road map del W20

Nell’orbita del G20, l’engagement group sulla parità di genere, denominato Women 20 (W20), quest’anno è stato presieduto dall’italiana Linda Laura Sabbadini, direttrice per molti anni dell’Istat, impegnata nel processo di rinnovamento radicale delle statistiche sociali e di genere, volto a far affiorare gli aspetti sommersi della condizione femminile e delle minoranze.

È augurabile che la road map di Women 20, che tra l’altro sottolinea l’importanza della crescita e della qualità dell’occupazione femminile, venga estesa anche alle altre tematiche che vanno dalla sanità, alla violenza, alla sostenibilità, alla lotta agli stereotipi di genere. Al forum hanno partecipato scienziate, economiste, donne che lottano per i diritti della loro terra o delle loro tribù, ambientaliste.

Eppure c’è qualcosa che non funziona nel linguaggio, nella comunicazione. Sorprende infatti che la stessa Laura Sabbadini concluda un suo comunicato affermando: Non vogliamo più sentir parlare di inclusione quando si parla di strategie di genere. Le donne sono la metà del mondo e non sono una minoranza a cui dare briciole e parità… Un’espressione che non suona certo rispettosa delle minoranze.

W20 e parità di generi: la Costituzione è inadeguata
Linda Laura Sabbadini

D’altra parte, è il G20 stesso a non potersi propriamente definire inclusivo, considerato che l’Africa, nonostante sia abitata dal 17% della popolazione mondiale, viene rappresentata da un solo stato dei 54 che la compongono.

Se è vero che il linguaggio è esso stesso azione, l’imbarazzante scivolone di Sabbadini, unitamente alla più imbarazzante e sostanziale assenza di critiche alla sua espressione, è paradigmatico delle enormi difficoltà in cui si dibatte non solo la difesa ma la stessa estensione dei diritti umani.

Scuola e femminismo in Italia

Sta di fatto che la quarta ondata femminista è proprio lontana dalla realtà italiana, ancora sofferente di atteggiamenti conservatori. Si insiste, in generale, soprattutto su quel “rapporto speciale” che la donna ha col mondo, quello di madre che relega la donna in una bolla d’aria ghettizzante, lontana dalla realtà che di fatto è dominata dal maschilismo. Il problema culturale viaggia anche all’interno di questa bolla e la maggioranza delle donne non sembra neppure accorgersi della zavorra.

Eppure, in Italia (come per altri paesi europei) l’insegnamento, continuando ad essere una prerogativa femminile (l’80% dei laureati-insegnanti è donna, con picchi del 95% nella scuola primaria e dell’infanzia), sembrerebbe essere il terreno fertile da presidiare per accompagnare bambini e bambine verso l’affermazione dei diritti, parità di genere inclusa.

Sta di fatto che se il divario fra generi nell’insegnamento è così sbilanciato a favore delle donne, ciò è dovuto soprattutto alla volontà politica di perpetrarne il ruolo materno estendendolo alla scuola, come risalta con lapalissiana evidenza se si guarda alla primaria e all’infanzia.

Va però rilevato che tale volontà politica viene esercitata anche da quella parte più revanscista dell’area femminista, che mira a tenersi comunque ben stretto un compito che per molti versi rappresenta pur sempre una conquista in termini di potere.

Ma la fissità dei ruoli non può che sfavorire l’intera collettività, a danno soprattutto dei suoi settori più esposti o più fragili, comprese quelle donne che, vuoi o non vuoi, si trovano in posizione di grande svantaggio sociale. Senza contare che ciò concorre ad alimentare anche altre negazioni di diritti (si pensi, ad esempio, a quelli riguardanti l’adozione di un figlio da parte di una coppia omosessuale).

Visto da questa angolazione, insomma, il femminismo rischia di assumere i tratti di una rivoluzione culturale che ristagna e si ripiega tristemente su se stessa.

W20 e parità di generi: la Costituzione è inadeguata

L’oppressione della religione

A tutto questo va aggiunta la persistente pressione culturale della religione, frutto soprattutto della ingombrante presenza della Chiesa che continua a presidiare infanzia e scuola pubblica, oltre che la vita politica.

La sua persistenza, sia come materia curricolare (concorre ancora infatti a determinare il credito scolastico), sia come pervasivo substrato socio-culturale, costituisce uno degli elementi principali a favore dell’oppressione delle donne e delle minoranze in genere.

Tesi sostenuta anche da persone come Mary Daly, teologa e filosofa statunitense di estrazione cattolica, licenziata per aver scritto il libro The Church and the second sex, dichiarando inoltre che la visione sessista della Chiesa è connaturata alle sue premesse teologiche fondamentali: «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio». La religione dovrebbe appartenere alla sfera privata della persona nel rispetto delle libertà e di uno Stato che si dichiara laico.

Invece, quando nelle aule scolastiche si trasferisce parte del sessismo familiare, l’insegnante in genere evita di intervenire (nel caso, arrivando anche a rincarare la dose): bambine che sentono di doversi occupare di allacciare le scarpe ai compagni, che non a caso imparano tardi a farlo; maschietti che da piccolissimi si sentono autorizzati (in un certo senso forse spronati) a lanciarsi a dare bacetti non richiesti a bambine-principesse mettendole a disagio; divieto di indossare solo per le bambine divise con pantaloncini con la motivazione che per loro sarebbero scomodi; quasi disgusto se una bambina pronuncia parolacce mentre per un maschietto è meno grave, anzi, a volte provoca sorrisi…

Alle bambine, insomma, si fa indossare molto presto un abito mentale standardizzato, tale da favorire automatici servilismi e un linguaggio prono al maschilismo.

Lo dichiara in altre parole Fabiana Giacomotti, che guida la delegazione italiana del W20: Nessuna bambina deve essere educata ad avere limiti di azione, ma la resistenza culturale nella nostra società è molto forte e difficile da rimuovere. Gli stereotipi di genere sono automatici e spesso inconsci, sono interiorizzati dai bambini, maschi e femmine, e diventano modelli di comportamento auto prescritti.

Purtroppo, anche se a vari livelli e localizzazioni, nell’ambiente della scuola primaria è spesso poco evidente (o comunque poco o per nulla evidenziato) che tutto questo favorisce l’aumento dei disagi per le bambine, frutto della percezione più o meno velata di subalternità ai maschietti, che a loro volta crescono nell’equivoco quanto palpabile diritto alla prevaricazione di genere.

Non è necessario ricorrere a particolari ricerche statistiche per rendersi conto che, nei casi migliori, si tende a classificare gli esempi menzionati come piccole storture culturali, destinate a autocorreggersi col tempo, contando soprattutto sulla diversificazione dei contatti sociali e sulla maggiore circolazione delle informazioni rispetto al passato.

In realtà è del tutto evidente che ciò non può essere sufficiente.

Donne e economia la parità di genere avrebbe un impatto enorme sul PIL

Il problema non è legato alla semplice espressione ma alla dimensione performativa, di azione che possiede il linguaggio. Le posizioni di potere o di subordinazione vengono assunte (o subite) dagli individui in base al linguaggio di cui fanno uso, determinandone i diversi ruoli sociali che si troveranno a rivestire (o ad esservi costretti).

Il discorso quindi, inteso come pratica sociale che contribuisce alla conoscenza e all’identità, contiene difatti vero e proprio valore normativo, ed è per questo che il linguaggio rappresenta uno degli strumenti d’oppressione delle donne, per molti versi forse il principale.

Il linguista Lakoff individua quattro forme in cui tale strumento è solito palesarsi: interruzioni, controllo della conversazione, mancanza di risposta, controllo interpretativo.

E pensare che la scuola avrebbe modo di cominciare ad analizzare con più attenzione tali tematiche, ad esempio attraverso il libro guida citato dal MIUR stesso: “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini (pdf scaricabile gratuitamente dalle linee guida per l’uso del genere – MIUR), in cui fra l’altro si sostiene che è attraverso il linguaggio che noi esseri umani rappresentiamo la realtà in cui viviamo, e… contribuiamo a consolidarla così com’è o, al contrario, a modificarla. In altre parole, il linguaggio è il mezzo con cui possiamo sia confermare gli stereotipi basati sul sesso, sia metterli in discussione.

La crisi colpisce le donne crolla l’occupazione femminile

Scuola e educazione sessuale

Per quanto poi riguarda l’educazione sessuale, la sua applicazione nella scuola resta ancora un vero e proprio tabù, mentre dovrebbe ritenersi un insegnamento trasversale che va dalla medicina alla letteratura, importante per la decostruzione degli stereotipi che alimentano la violenza di genere e omotransfobica. Ma si preferisce tenerla rinchiusa in un territorio muto, inascoltato, togliendo agli studenti la possibilità di un confronto libero e consapevole sull’argomento.

Forse “la questione dell’amore” abita quel territorio di confine dove non si comprende ancora se c’è tregua alla guerra dei sessi oppure è proprio lì che vive la forma suprema della violenza simbolica.

A questo aggiungiamo che sta diventando sempre più difficile difendere la libertà di insegnamento perché il docente è difatti tenuto ad aderire alla mission della scuola, approvata dalla maggioranza dei docenti e dal Consiglio d’Istituto (dove sono presenti i genitori), mission che dovrebbe accompagnare la crescita culturale dello studente ma che il più delle volte risulta solo una pedissequa riproposta del modello sociale omologante.

La parità nella Costituzione

In fondo è lo stesso articolo 37 della Costituzione che recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Ma poi prosegue: “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”.

Significa che le donne sono principalmente mogli e madri.

D’altronde un dominio non dura millenni se non trova forti complicità a livelli istituzionali, ed ecco perché l’art. 37 della Costituzione costituisce ormai una zavorra, ma quasi nessuno osa contestarlo.

Non così, ad esempio, Lea Melandri, altra figura tra le più significative e autorevoli del femminismo italiano. Ben sette anni fa, in una attenta analisi proprio di tale articolo, sottolinea anzitutto l’attribuzione di un presunto destino naturale alla donna.

Ne evidenzia poi la sostanziale presa d’atto che, come lavoratrice, la donna è integrata al modello maschile e costretta ad adattarsi alla sua organizzazione del lavoro, confinata com’è nel ruolo naturale di madre, sia pure senza figli.

La disanima di Melandri prosegue contestando passo per passo le numerose contraddizioni dell’articolo, per poi concludersi con quello che avrebbe voluto invece trovarci: …che la cura dei figli, della casa, dei bisogni primari di ogni individuo… è responsabilità di uomini e donne, e che su questa base va ripensato un sistema sociale, economico, politico, culturale, che è stato finalizzato finora a un sesso solo…

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni).

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