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La “tregua olimpica” invocata da Mattarellla, senza includere la Russia. svuota il concetto di reciprocità. Non è un patto, ma una prova di obbedienza. Così la pace diventa un rituale selettivo che rafforza la gerarchia morale dell’Occidente.
Tregua olimpica, ma per chi? Il paradosso morale dell’Occidente
– Ferdinando Pastore e Alexandro Sabetti
Le parole del presidente Sergio Mattarella sulla “tregua olimpica” hanno prodotto l’effetto consueto: un coro di approvazione trasversale, una standing ovation civile fatta di editoriali, tweet solenni e reverenze istituzionali. In tempi di guerra permanente, evocare l’arcaico rito della sospensione delle ostilità sembra un gesto di rara eleganza. Una di quelle frasi che, da sole, sembrano restituire alla politica una dimensione etica, quasi sacrale.
Il richiamo è potente perché attinge a un immaginario antico: la Grecia classica, le armi deposte, il sacro tempo dello sport come parentesi universale. Ma proprio qui sta l’inganno. La tregua olimpica non era una preghiera morale, bensì una regola condivisa tra soggetti che si riconoscevano reciprocamente come parte dello stesso ordine simbolico. Funzionava perché tutti, nessuno escluso, ne erano parte.
Oggi quella condizione non esiste più. Chiedere una tregua “olimpica” mentre uno degli attori centrali del conflitto — la Russia — è esplicitamente escluso dalla comunità sportiva internazionale significa svuotare il gesto del suo senso originario. Non si tratta più di una sospensione reciproca, ma di una richiesta unilaterale mascherata da universalismo.
La tregua come dispositivo selettivo
L’operazione è sottile, ma non neutrale. La Russia non è solo sanzionata sul piano economico e diplomatico: è simbolicamente espulsa dallo spazio della “civiltà”. Non è ammessa alla festa, ma le si chiede di rispettarne le regole. È un po’ come vietare a qualcuno l’ingresso in un edificio e poi accusarlo di non partecipare al galateo del salotto.
Qui il linguaggio morale diventa uno strumento politico. La tregua non è più un patto, bensì una prova di obbedienza. Non si propone come spazio di riconciliazione, ma come rituale di purificazione da cui un soggetto è già stato bandito. Eppure, nel discorso pubblico occidentale, questa contraddizione viene rimossa con disinvoltura, sostituita da una retorica che presenta l’esclusione come un atto di igiene etica.
Non si tratta di difendere Mosca, né di assolverne le responsabilità. Il punto è un altro: quando una parte viene privata del diritto stesso di essere interlocutrice, la pretesa di parlare in nome della pace perde ogni credibilità. La “tregua” diventa allora un gesto scenografico, utile a rassicurare le coscienze di chi può permettersi di invocarla senza pagarne il prezzo.
L’impero morale e i suoi silenzi
Il non detto che accompagna questo tipo di appelli è sempre lo stesso: esistono soggetti legittimi e soggetti indegni, nazioni che incarnano i valori universali e altre che ne sono l’antitesi. È una mappa del mondo che non prevede zone grigie, solo centri e periferie morali.
In questo schema, l’Occidente si attribuisce il ruolo di arbitro della civiltà. Decide chi è dentro e chi è fuori, chi può parlare e chi deve solo essere giudicato. La pace, così, smette di essere un obiettivo politico e diventa un marchio identitario: un’etichetta che certifica l’appartenenza al club dei “buoni”.
La richiesta di tregua, privata della sua reciprocità, si trasforma in un gesto performativo. Non serve a fermare i conflitti, ma a ribadire una gerarchia simbolica. È la versione diplomatica del “fate come diciamo, non come facciamo”.
Il paradosso è evidente: si invoca la pace attraverso un linguaggio che esclude, si parla di universalità costruendo confini sempre più rigidi. E intanto si rafforza l’idea che alcuni Stati non siano semplicemente avversari, ma errori storici da correggere.
Questo meccanismo non nasce oggi. È la versione aggiornata di una lunga tradizione imperialista, in cui l’altro non è mai davvero un soggetto, ma un problema da gestire. Cambiano i lessici, non le strutture.
Chiedere una tregua senza riconoscere la piena soggettività di tutti gli attori significa, in fondo, rifiutare la logica stessa del negoziato. La pace, per essere tale, deve partire dal riconoscimento reciproco, non dalla scomunica preventiva.
Finché continueremo a confondere la superiorità morale con l’universalità, ogni appello alla tregua resterà una formula elegante, buona per i comunicati, ma incapace di incidere sulla realtà. Non perché manchi la poesia, ma perché manca il presupposto più semplice: l’uguaglianza dei soggetti in conflitto.

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