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martedì 7 Settembre 2021
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Si stava meglio quando si stava peggio: la sindrome dell’età dell’oro

Si stava meglio quando si stava peggio dice uno dei luoghi comuni più ardui da sfatare, ma il primo segno della senilità precoce è favoleggiare di antiche età dell’oro che non sono mai esistite. Ogni epoca ha i suoi giovani che non sono più quelli di una volta e le sue maleducazioni.

Si stava meglio quando si stava peggio

C’è un mito intramontabile che si riaffaccia continuamente nella percezione generale, quello della degenerazione dei tempi. Quel molto banalmente evocativo: in che tempi viviamo, signora mia!

A sentir la campana nostalgica, sembrerebbe di essersi lasciati alla spalle una fantasmagorica età dell’oro, per abbracciare un presente fatto di uomini senza più valori, famiglie disgregate, artisti senza talento e giovani sbandati.

Soprattutto giovani sbandati, vittime di egocentrismo, immoralità e vanità. Ma è davvero così?

Il mito dell’età dell’oro è una costante nella storia dell’umanità, che ama cullarsi nella visione di un glorioso passato in cui la vita era più a misura d’uomo e tutto andava bene.

Da sempre, in ogni epoca, passata l’età della spensieratezza, disgustati dalla brutalità dei tempi, vagheggiano una mitica epoca dorata, un passato lieto di cui non c’è traccia a ben vedere..

Giovenale, poeta latino, lamentava l’immoralità dei suoi tempi già nel I secolo d.C.!

In precedenza l’aveva già fatto Catone, severissimo censore della pochezza morale della sua epoca. E di esempi simili se ne trovano ad ogni secolo, tra poeti e intellettuali, allergici al loro presente e, in fondo, alla gioventù altrui.

Si stava meglio quando si stava peggio, la sindrome dell'età dell'oro 2
Catone il censore

Si stava meglio quando si stava peggio: non ci sono più i giovani di una volta

La storia occidentale, Italia in prima fila, sta cancellando i giovani. Non esistono più come fascia generazionale, come passaggio temporale, ma li ha trasformati in un categoria a parte, indifferente all’età stessa.

I giovani esistono come esistono i precari, gli statali, gli sportivi, gli artigiani, le veline.

I giovani tout court, anagraficamente, sono pochi e sbagliano a prescindere. Se non li vedi è perché: Sono senza ideali, non credono in niente, sono storditi, si sballano, sentono musica di merda, Sferaebbasta, pensano solo ai soldi, instagram.

Si stava meglio quando si stava peggio, la sindrome dell'età dell'oro

 

Se li vedi partecipi nemmeno va bene: Occupano le scuole per farsi le canne, sono figli di papà, fanno le manifestazioni senza sapere nemmeno perché, andassero a lavorare.

Se poi accade qualche fatto di cronaca, come ad esempio il brutale omicidio dei Willy a Colleferro qualche mese fa, apriti cielo. I giovani mostri della porta accanto tornano protagonisti delle cronache. Si torna a parlare delle periferie, quei territori mitologici che appaiono solo nelle tavole rotonde della politica, ma che pare nessuno conosca veramente.

Quei territori in cui continua a rafforzarsi l’ondata populista, quel fenomeno socio-politico irrompente che, come ha scritto il francese Christophe Guilluy, mostra sempre la stessa geografia (le periferie urbane e rurali) e la stessa sociologia (le categorie umili che rappresentano la maggioranza della classe media).

E non stiamo parlando di un margine sociale, qualcosa di fisiologico, ma di una potenziale maggioranza. Tutto ciò è il risultato di una tenaglia tra i processi di gentrificazione e di ghettizzazione; di quella area grigia in mezzo. Di quelle classi che per la ricchezza possono essere distinte in povere, modeste e medie, per l’identità in italiani e immigrate.

Eppure, finito il caso, si spengono i riflettori, ed ecco torna il buio. I giovani tornano ad essere i giovani e basta. E con loro ciao ciao alle periferie, la gentrificazione e tutta la sociologia. Il futuro è un optional tra tante cose.

C’è solo un eterno presente di grandi vecchi che si sentono eternamente giovani e rimpiangono un’indefinita età dell’oro in cui noi eravamo migliori.

Forse ci sarà stata un epoca di maggior partecipazione, di civiltà. Ma se i figli di quest’era favolistica passata, oggi percepiscono l’altro da loro come un nemico, un estraneo, qualcosa di avulso, forse è proprio perché, in quell’età dell’oro, chi oggi punta il dito se ne restava indifferente o dalla parte sbagliata.

 

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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