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domenica 6 Giugno 2021
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Willy, Colleferro e l’odio omeopatico: odiamo tutto tranne l’orrore

Il dibattito che sta montando sul brutale omicidio di Willy Monteiro a Colleferro, appare del tutto inadeguato alle domande che pone.

Willy, Colleferro e le parole sbagliate

La vicenda del delitto di Colleferro, il brutale omicidio del ventunenne Willy Monteiro da parte di quattro energumeni italiani (la definizione sceglietela voi, non è importante ora, ne parleremo a breve), ha toccato molto l’opinione pubblica ma, come spesso accade, il dibattito che sta montando appare del tutto inadeguato.

Il focus ricade continuamente sulle sfere d’interesse da parte di chi osserva il fatto, isolandone un aspetto a discapito del tutto.

C’è chi polarizza il discorso sulle appartenenze politiche: sono fascisti, chi sull’aspetto razziale: sono italiani e allora Salvini e Meloni tacciono. Fossero stati stranieri avrebbero già chiesto la testa della Lamorgese. Chi si concentra sull’aspetto dei 4 colpevoli, sui tatuaggi e il look, chi sul linguaggio dei media: li chiamano bulli ma sono assassini; oppure quelli concentrati sulla punizione; chi auspica l’ergastolo buttando la chiave della cella, chi lo stupro in cella, chi direttamente la pena di morte. Ovviamente c’è pure chi esulta per la morte di un immigrato (che immigrato non era).

Molto banalmente, parafrasando il celebre detto, si ha davanti una foresta ma ognuno commenta il suo albero.

Willy, Colleferro e l'odio omeopatico: odiamo tutto tranne l'orrore
Gli indagati per l’omicidio di Willy Monteiro: Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia

L’ansia deresponsabilizzante dell’etichettare

Siamo tutti in pericolo. Lo disse Pasolini a Furio Colombo durante un intervista, l’ultima da lui rilasciata, profetica, appena poche ore prima di essere martirizzato.

Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su di un delitto la sua  bella etichetta… Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Pasolini usava la metafora degli scaffali per spiegare la distanza che una comunità, intimamente colpevole, cercava di mettere tra se e i responsabili effettivi di qualche atrocità; scaffali costruiti con un etichetta sopra: mostro, assassino, balordo, fascista, pazzo.  L’etichettare un comportamento è essenziale per mettere una distanza, per dirsi diversi dal colpevole e non interrogarsi realmente su cosa c’è dietro il sangue. Si etichetta e si chiude lo scaffale, il caso per la morale è chiuso. Quel che resta sono le procedure giudiziarie.

Willy, Colleferro e l'odio omeopatico: odiamo tutto tranne l'orrore
Pier Paolo Pasolini

Willy, Colleferro e i mostri della porta accanto

Nel caso dei quattro (o cinque) assassini di Colleferro, per esempio, si guardano i corpi scolpiti dalla palestra, i tatuaggi, le acconciature, le simpatie politiche: il quadro sembra chiaro. Eppure, è altrettanto chiaro, che se avessimo guardato questi soggetti appena una settimana prima del delitto, avremmo visto dei tizi del tutto uguali a tanti ragazzi che si vedono continuamente nelle periferie, a calciatori, ai tronisti di Maria De Filippi, ai trapper più machisti, al cugino lontano burino che molti di noi hanno in famiglia.

E le simpatie politiche? Bé, è un dibattito aperto da anni e, numeri alla mano, abbiamo più di un terzo del paese che mostra vicinanza e approvazione per la destra in tutte le sue forme e con tutti i suoi codici linguistici scellerati.

C’è quell’universo di cui si discute da tempo, che si alimenta di questo linguaggio e lo ripropone moltiplicato: gli haters dei social, le mamme gattine che esultano per i bambini affogati nel mediterraneo, le pensionate che inneggiano agli stupri contro le volontarie delle Ong.

Bisognerebbe indagare sulle radici di questo fenomeno, andando oltre la matrice politica, perché, inevitabilmente, ne siamo tutti esposti.

Come ha scritto Luca Blasi sull’omicidio di Willy Monteiro, in un post virale su facebook:

Che dibattito deludente. Sullo sfondo le cose importanti: Willy e la sua comunità, la sua famiglia operaia; sullo sfondo le cose che dovrebbero essere importanti per capirla sta tragedia: che posti sono quelli dove è maturata questa vicenda? Che idea di mascolinità stiamo producendo? Quale è la percentuale di abbandono scolastico nel Lazio negli ultimi anni? Che cosa viene insegnato nelle palestre oltre a come si tira un pugno e un calcio? Lo sport come educazione civica o solo come estetica della prepotenza? Il carcere renderà migliori queste persone e ci restituirà poi più sicurezza?

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L’odio diluito e omeopatico

L’epoca in cui viviamo è violentissima, una delle più violente della storia umana. Ma è una violenza sociale nascosta, rispetto agli orrori conclamati della storia. Abbiamo nascosto gli schiavi, gli sfruttati, le violenze sessuali, nel chiuso delle case, nelle fabbriche delocalizzate, nel turismo sessuale. Persino la macellazione degli animali, l’orrore negli occhi di qualche bambino in visita ai nonni contadini, è diventato asettico: mattatoi industriali dalle pareti bianche, in cui macchine sezionano animali messi su nastri trasportatori. Tutto nascosto, silenzioso, ripulito. Deresponsabilizzante.

È una violenza di massa che cede la visibilità, il posto in prima fila, alla violenza individuale, quella che fa scomparire la complicità con l’orrore di fondo, nascosto. Resta solo un senso di odio omeopatico, diluito in piccole dosi ma costanti, in ciascuno di noi, che si riversa su altro.

Odiamo tutto ma non l’orrore.

I compagni, tutti uguali, disillusi, con gli ultimi aneliti di moralità, che odiano l’odio, odiano i padroni dell’odio, odiano i fascisti.

Il paese reale, come amano chiamarlo i politologi, che ha paura di tutto, di perdere quel poco che ha, e odia il vicino di casa, odia quello che resta fermo al semaforo col verde, quello che ci mette troppo al bancomat, che sbraita in fila all’ufficio postale. E odia i politici, il male assoluto.

E i fascisti, assumendoli come macro-categoria indefinita, che odiano in primis loro stessi, e spostano quest’odio attraverso il narcisismo estremo della propria forza, riversandolo sugli esclusi del mondo, gli ultimi, gli invasori; e poi odiano i diversi, i borghesi (sovrapposti alla figura dei comunisti, per un cortocircuito della storia).

Ma se nei primi, i compagni, c’è spesso pigrizia e una forma vigliaccheria nella loro rassegnazione, nei secondi c’è un vuoto interiore che fa rumore con i corpi.

Willy, Colleferro e l'odio omeopatico: odiamo tutto tranne l'orrore
Neofascisti a Torre Maura, Roma

L’anacronismo della moralità

C’è il paradosso di una storia moderna che ha sostituito i grandi conflitti ideologici, la violenza politica, orribile, quando deformata, ma con una sua struttura morale. Parola etichettata con sospetto nel nostro contemporaneo che teme ogni termine che abbia una finalità, ritenendole foriere di ismi.

Una storia di conflitti, significati e sentimenti che sono andati persi e sostituiti dalla carne viva del quotidiano. Quella che il filosofo Roberto Esposito nei suoi lunghi studi, ha classificato come biopolitica. Quando al centro della politica non c’è un corpo giuridico astratto, dunque neutro, portatore di diritti e doveri, ma al suo posto entra il corpo umano con tutte le sue presunte diversità, razza, colore, sesso, religione, allora avviene il cortocircuito. Viene meno la collettività ed emergono le identità e la difesa violenta di esse.

La giustizia sociale è legittima solo se ne accettiamo la dimensione personale, solo se ci riguarda. Se odiamo il criminale ma non il crimine, ci sentiamo responsabili della sua punizione ma non della fine dell’orrore; la giustizia diviene una messa in scena altrove che non ci riguarda. Un titolo di giornale, un link sui social, ma finisce li.

È avvilente il pensiero di contrapporre argomenti così forti al dibattito politico di oggi: la proliferazione di leggi, commissioni, iniziative contro l’odio o chi, al contrario, vorrebbe renderlo legale (è un mio diritto essere razzista).

È il segno di una società deresponsabilizzata, un mondo in cui niente è abbastanza importante da suscitare reazioni vere, reali, sovvertitrici dell’ordine vigente. Si odia l’odio ma si lascia perpetrare l’orrore.

 

 

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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