Sarajevo sotto tiro: quando l’Europa trasformò la guerra in un macabro mercato

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L’inchiesta milanese riapre la ferita di Sarajevo: negli anni dell’assedio, cittadini europei avrebbero pagato per partecipare a cacce umane sulle colline. Un laboratorio del capitalismo di guerra, dove violenza, profitto e potere convergevano nell’opacità delle istituzioni.

Sarajevo: il laboratorio occulto del capitale di guerra europeo

Nell’infinità delle guerre che hanno attraversato la modernità, Sarajevo rimane un punto di condensazione simbolica – il luogo in cui la storia europea si riflette nella propria verità materiale. Ogni volta che il suo nome riaffiora, dal 1914 al 1992, riemerge il volto nudo del potere europeo, spogliato delle giustificazioni ideologiche che ne avevano mascherato la struttura. L’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996, segnò il momento in cui il capitale mostrò la propria impunità e sperimentò la guerra come dispositivo produttivo.

Sulle colline che circondavano la città, dove le ottiche dei fucili luccicavano come strumenti di precisione industriale, la violenza si fece esercizio privato del privilegio. Non più atto politico, ma godimento, consumo del dominio, rappresentazione di una gerarchia che aveva ridotto la vita a proprietà e la morte a spettacolo.

Il 12 ottobre 2025 un’indagine della Procura di Milano, guidata dal pubblico ministero Alessandro Gobbi, ha riaperto una ferita rimossa: tra il 1993 e il 1995, cittadini italiani avrebbero versato somme ingenti per partecipare a una caccia umana sulle alture di Sarajevo.

Non miliziani, ma turisti del massacro, professionisti e imprenditori che avevano trasformato la violenza in un bene esperienziale. In loro si condensava il principio borghese dell’impunità: la ricchezza come diritto di accesso all’altrui vulnerabilità.

A far riaffiorare quella verità fu il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che raccolse testimonianze di agenti bosniaci, osservatori ONU e civili. Le loro voci narravano di stranieri armati, accompagnati da guide serbo-bosniache, pronti a “provare il tiro” su esseri umani.

Le tariffe variavano come in un listino: adulti, bambini, intere famiglie ridotte a bersaglio. In quella contabilità dell’orrore si rivelava la sostanza teologica del capitale: la sua fede nella convertibilità universale di ogni vita in valore di scambio.

Dietro quel turismo della violenza si muoveva una rete logistica e finanziaria che univa Milano, Trieste, Belgrado e Pale. I voli partivano da aeroporti civili sotto coperture diplomatiche; le armi provenivano dagli arsenali serbo-bosniaci; le postazioni erano controllate da milizie coordinate dai servizi di Belgrado. Apparati occidentali, informati dei fatti, lasciarono che accadesse. L

a guerra garantiva un equilibrio utile ai piani di ristrutturazione post-socialista e alle strategie atlantiche di controllo dei Balcani. Così la violenza si normalizzò come pratica economica, integrata nei flussi di investimento e nelle convenienze geopolitiche.
Sarajevo, in quegli anni, non fu solo una città assediata, ma un laboratorio dell’economia neoliberale. La farina, l’acqua, la vita stessa avevano un prezzo. Il denaro circolava come unico vettore di sopravvivenza e complicità.

In quel microcosmo, la finanza e la carne si toccavano: ogni proiettile dei “cecchini del week-end” diventava un titolo di rendita, un atto di appropriazione. Il capitalismo di guerra non si limitava a generare profitto; produceva senso. La distruzione si organizzava come linguaggio, la violenza come grammatica del potere capace di tenere insieme finanza, industria e rappresentazione.

I media internazionali trasmisero l’assedio come spettacolo didattico della civiltà occidentale, costruendo una pedagogia dell’orrore presentata come necessità. La guerra veniva narrata attraverso la retorica dell’inevitabile e della precisione, fino a trasformare la devastazione in lezione morale, compatibile con il lessico della normalità.

Ogni immagine fissa – un corpo, una strada colpita, un volto in fuga – entrava nel circuito mediatico come capitale simbolico: contenuto da valorizzare nel mercato globale dell’attenzione. Le redazioni e i network agivano da mediatori del dolore, convertendo la sofferenza in visibilità e la visibilità in profitto. In quella traduzione si produceva un’economia cognitiva che rielaborava la tragedia trasformandola in intrattenimento; la compassione diventava pubblico e le immagini, flusso di dati utile ai mercati dell’informazione.

Il dolore trasmesso in diretta non conservava più autonomia; si trasformava in forma di consumo collettivo. La morte, divenuta spettacolo, smetteva di interrogare la coscienza e alimentava l’attenzione, secondo la logica di una rappresentazione integrata nella catena produttiva della guerra. La tragedia veniva trattata come materia prima: l’informazione non descriveva soltanto il conflitto, lo organizzava.

In questo quadro, l’essere umano veniva ridotto a bersaglio, a corpo messo lì perché qualcuno potesse esercitare il proprio potere. La violenza serviva a mantenere in vita i rapporti sociali che l’avevano generata. I ricchi non agivano unicamente per odio, ma per rassicurarsi di esistere come proprietari, confermando nel dominio la cifra della propria identità.

Le testimonianze dei sopravvissuti hanno restituito così il volto autentico della borghesia globale alla soglia del nuovo millennio: una classe che trasforma l’orrore in privilegio e lo consuma come esperienza privata. Il capitale, giunto al proprio grado massimo di astrazione, cercava nella violenza una sostanza rigenerativa. Nell’assedio si dispiegava la sua logica organica: produzione e consumo di valore, paura e carne intrecciati in un unico flusso di dominio.

A Sarajevo, la violenza non si è limitata a essere strumento della politica, ma è divenuta contenuto economico. Le colline non separavano fronti militari, ma condizioni sociali: la vulnerabilità che resiste e il privilegio che osserva e acquista. La guerra si è rivelata banco di prova della modernità capitalista, luogo in cui la distruzione è stata convertita in valore.

Il turismo armato ha prefigurato la privatizzazione globale della forza. Dalla Bosnia al Medio Oriente, dall’Africa subsahariana alle guerre per appalto, si è delineata la stessa dinamica: il capitale ha ben presente che il conflitto non produce soltanto profitto, ma genera desiderio. Un desiderio che può essere integrato nel ciclo economico fino a diventare industria.

In questo quadro, il consumo della morte ha riprodotto un ordine affettivo fondato sulla distanza, sull’appropriazione dei corpi altrui, sulla possibilità di esperire il dominio senza esporsi al rischio.

Il mercenarismo, del resto, non ha rappresentato un fenomeno distinto da quello del turismo armato, ma la sua articolazione complementare. Nel turista del massacro, la forza veniva acquistata come esperienza; nel mercenario, venduta come lavoro. Cambiava la posizione del soggetto, non la logica che lo sosteneva.

In entrambi i casi, la violenza circolava come merce: un bene regolato da domanda, offerta e protezione politica. Anzi, nel tempo, le compagnie militari private, i broker d’armi e le reti paramilitari hanno perfezionato questa economia, occupando lo spazio che un tempo apparteneva allo Stato e trasformando lo ius gladii in una prestazione contrattuale: fatturabile, trasferibile, organizzata secondo logiche di servizio.

La logica inaugurata a Sarajevo raggiunse un nuovo grado con il bombardamento di Belgrado del 1999, guerra televisiva condotta a distanza, dove la retorica della precisione copriva l’esercizio della devastazione. La distruzione di ponti, centrali e ospedali assumeva la forma di operazione tecnica, compatibile con le esigenze dei mercati e giustificata dal linguaggio della governance umanitaria.

Il capitalismo di guerra non si limitava a generare profitto; produceva senso attraverso la distruzione, che diventava linguaggio del potere. La violenza organizzava un lessico capace di legare finanza, industria e rappresentazione.

I media internazionali trasmisero l’assedio come spettacolo didattico della civiltà occidentale, costruendo una pedagogia dell’orrore presentata come necessità storica. La guerra veniva narrata secondo un vocabolario di precisione e inevitabilità, fino a trasformare la devastazione in esercizio morale compatibile con la normalità istituzionale.

Ogni immagine prodotta dall’assedio – un corpo colpito, una strada distrutta, a volto in fuga – circolava come capitale simbolico e diventava contenuto da valorizzare nel mercato globale dell’attenzione. Le redazioni e i network assumevano il ruolo di mediatori del dolore, convertendo la sofferenza in visibilità e in profitto. In quella trasformazione si consolidava un’economia cognitiva che rielaborava la tragedia in intrattenimento e faceva della compassione una quota di mercato.

Nel nuovo secolo l’intero dispositivo si integrò ancora di più nel metabolismo del capitale globale. Le borse di Londra e New York iniziarono a registrare la guerra come semplice oscillazione produttiva; i fondi di investimento trasformarono il rischio bellico in opportunità di rendimento; le agenzie di rating incorporarono la stabilità dei conflitti nei propri modelli previsionali. La violenza non erodeva più il valore: ne diventava componente generativa.

L’industria militare e quella mediatica si saldarono in un unico circuito, dove la catastrofe forniva contenuti e la sofferenza assicurava il coinvolgimento necessario a sostenere la macchina dell’informazione e quella del guadagno.

Ad oggi, le indagini italiane si intrecciano con le ricerche che negli anni ’90 furono avviate in Bosnia e Serbia. L’Obavještajno-sigurnosna agencija Bosne i Hercegovine (OSA BiH) confermò di aver raccolto, già all’epoca, documenti sui gruppi stranieri armati accompagnati da milizie serbo-bosniache. I dossier declassificati nel 2022 elencavano pagamenti in valuta italiana e nomi di intermediari attivi tra Trieste e Belgrado.

La nota diffusa in questi giorni ha segnalato almeno cinque cittadini italiani comparsi in atti d’intercettazione, e una collaborazione con la Procura di Milano basata su scambi di documenti ha verificato tali operazioni sui voli civili che collegavano l’Italia ai Balcani tra il 1993 e il 1995. L’OSA BiH ha descritto archivi incompleti, ostacoli diplomatici, resistenze politiche: un silenzio che prolungava, sotto altre forme, la gestione del trauma.

La Bosnia del presente guarda all’Europa non come a un arbitro esterno, ma come all’erede di una responsabilità che attraversa istituzioni, governi, apparati di sicurezza. Le indagini avviate dall’OSA BiH – raccolte di testimonianze, elenchi di transazioni, movimenti sospetti tra Trieste, Vienna e Belgrado, matrici di voli civili con passeggeri protetti da coperture diplomatiche – non disegnano solo il profilo di una complicità episodica.

L’Agenzia bosniaca ha confermato di aver collocato in un fascicolo separato almeno otto nominativi europei collegati a guide paramilitari. Sono nomi che non appartengono solo all’Italia: compaiono cittadini tedeschi, svizzeri, austriaci, figure legate a imprese di sicurezza e a reti di intermediazione logistica operanti nei Balcani già dagli anni Ottanta.

L’Europa ha scelto una postura di prudenza amministrativa. La cooperazione giudiziaria procede, ma resta incanalata in un perimetro di compatibilità diplomatica. Ciò che può essere trasmesso viene trasmesso; ciò che turberebbe equilibri politici resta fermo nei cassetti. Non esiste un’ostilità esplicita, piuttosto una sospensione calcolata: la volontà di evitare che il passato incrini la narrazione di un continente che si proclama garante della pace mentre continua a strutturare dispositivi di forza dentro e fuori i propri confini.

La Bosnia lo percepisce con precisione: ciò che viene riconosciuto è marginale rispetto a ciò che rimane fuori dalla cornice ufficiale. Gli archivi di Bruxelles e Berlino restano parziali; Londra conserva documenti classificati con motivazioni di sicurezza nazionale; Vienna limita la consultazione ai soli atti non riconducibili ai Balcani occidentali. Ne emerge un continente che tratta la verità come variabile diplomatica, non come necessità storica.

Il risultato è un doppio regime della memoria: Sarajevo continua a chiedere chiarezza, mentre l’Europa mantiene un linguaggio di collaborazione che non intende oltrepassare la soglia dell’ammissione. La struttura del potere europeo opera proprio su questa soglia: ciò che viene ammesso serve a confermare la propria immagine; ciò che resta opaco protegge le sue funzioni. È lo stesso schema che ha regolato gli interventi militari dal 1999 in avanti, dal bombardamento di Belgrado fino alle missioni esternalizzate in Africa e Medio Oriente.

L’Europa invoca la pace, ma organizza dispositivi di sicurezza che riproducono la logica inaugurata nei Balcani: delocalizzare la violenza, amministrarla come servizio, renderla compatibile con il discorso umanitario.

La Bosnia conosce questa logica dall’interno. Sa che una parte delle strutture politiche europee continua a muoversi secondo un criterio di autoconservazione, che la guerra è stata integrata come tecnica di governo e che la memoria può essere ammessa solo finché non mette in discussione i rapporti materiali del presente.

Sa anche che il capitalismo europeo ha tratto vantaggi dalla frattura jugoslava: apertura di mercati, privatizzazioni rapide, accesso a infrastrutture strategiche svendute per sopravvivere al dopoguerra. Le inchieste sul turismo dei cecchini non riguardano solo la morbosità di pochi individui, ma un’intera architettura economica che trovava nel conflitto un laboratorio di sperimentazione.

Oggi, nelle istituzioni europee, la questione balcanica è trattata come capitolo chiuso, eppure i documenti raccolti dall’OSA BiH mostrano itinerari finanziari che terminano in società di consulenza con sedi a Zurigo e Lussemburgo; elenchi di numeri di serie di armi che passano per depositi militari del Danubio; note interne che suggeriscono incontri informali tra operatori europei e milizie locali negli anni più feroci dell’assedio. Niente di tutto ciò entra nella memoria ufficiale dell’Europa, che preferisce narrare la propria storia come sequenza di progressi democratici.

Ma Sarajevo, che quella colpa l’ha vista operare sulla propria pelle, ne conserva la memoria concreta. Per questo i fascicoli bosniaci, anche quando non trovano risposta, diventano strumenti di resistenza. Mostrano che sotto il discorso europeista sopravvive un ordine fondato sulla distanza, sulla selezione delle vite degne di essere difese, sulla gestione amministrativa delle altre.

Mostrano che l’Europa contemporanea non è l’alternativa alla logica dei Balcani degli anni ’90, ma uno dei suoi prodotti. Ed è da questa consapevolezza che può nascere una lettura nuova del presente europeo: non più lo spazio del superamento della guerra, ma l’area in cui la guerra è stata integrata come architettura del potere. Una zona che protegge i propri dispositivi attraverso la memoria selettiva, che regola la verità in base alle esigenze del mercato politico, che conserva il passato solo quando serve a legittimare il presente.

Sarajevo, con la sua storia sospesa, continua a incrinare quella narrazione. E nell’incrinatura sopravvive la possibilità di una critica radicale del dominio europeo, una critica che non contempla la rimozione ma la restituzione, non la quiete istituzionale ma la presa di parola degli offesi.

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Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

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