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venerdì 30 Luglio 2021
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Rosa Parks, la segregazione razziale e la ricerca del nemico

Il 1° dicembre del 1955 Rosa Parks segnò la fine della segregazione razziale, ma perché l’uomo ha sempre bisogno di un nemico?

Rosa Parks e la fine della segregazione razziale

Era il 1° dicembre del 1955, a Montgomery, in Alabama, quando una sarta entrò nella storia: Rosa Parks. Sarebbe stata una sarta qualunque, ma non lo era, perché la sua pelle era scura. Sedeva sull’autobus diretta a casa, alla fine di un’altra giornata lavorativa, quando il conducente del veicolo le ordinò di alzarsi per lasciare il posto ad un bianco, come richiedevano le regole dell’epoca. Lei rispose “no”. Due lettere che segnarono la svolta nella lotta alla segregazione razziale.

Quel 1° dicembre la signora Rosa Parks viene arrestata e il suo arresto incendia la miccia. Il giorno stesso iniziano le rivolte non violente in città, a cui partecipa anche Martin Luther King, e nasce il movimento Montogomery bus boycott: i cittadini di colore decidono di non usufruire più del servizio di trasporto pubblico. Va avanti per un anno, fino a che, nel 1956, viene abolita la legge sulla segregazione.

Sebbene siano cambiate molte cose oggi in America, sulla carta, la realtà dei fatti è che i nipoti dello Zio Sam sono ancora dilaniati da forti divisioni interne. Bianchi suprematisti vs black lives matter è ancora storia contemporanea, purtroppo.

 

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Ma perché l’uomo ha così tanto bisogno di un nemico?

Umberto Eco tenta di spiegarlo nel suo libro Costruire il nemico e altri scritti occasionali, dove afferma in maniera semplice che la costruzione dell’identità nazionale passa inevitabilmente attraverso la costruzione del nemico. L’uomo ha bisogno di qualcuno da odiare perché l’identità individuale richiede profonda consapevolezza intellettuale, nonché coraggio; è un processo impegnativo. Mentre per plasmare un’identità collettiva basta un gagliardetto falso, una bandiera da idolatrare e difendere.

L’unità d’Italia, sostiene Eco, si è fatta grazie alla presenza dell’austriaco; Mussolini ha potuto godere del consenso popolare incitandola a vendicarsi per la vittoria mutilata. Gli Stati Uniti, continua Eco, rischiavano il tracollo sociale poiché non avevano un nemico dopo la sconfitta dei tedeschi e il crollo dell’Unione Sovietica, sino all’arrivo di Bin Laden. Lo ha fatto Hitler con gli ebrei. I turchi con gli armeni.

È la storia più vecchia del mondo.

Rosa Parks, la segregazione razziale e la ricerca del nemico

Dunque il nemico, che è sempre lo straniero, è colui che con la sua diversità mette in pericolo i nostri stessi costumi, la sicurezza nazionale e la ricchezza di tutti. È quello che fa Salvini con gli immigrati. Ogni straniero potrebbe essere nemico, ma lo sono esclusivamente coloro che qualcuno ha interesse a designare come tali, ovvero come minaccia. Ed è proprio quel senso di pericolo che produce paura, che a sua volta scatena rabbia, e che si compie nell’atto supremo: l’odio.

L’odio. La discriminazione. La violenza.

È difficile spezzare queste catene. Non importa quante conquiste abbiamo fatto grazie al progresso tecnologico e alla medicina, non importa che anno sia, non importa neanche che ci sia una pandemia in corso, l’uomo continua ad avere bisogno di un nemico.

I Have a Dream

Martin Luther King, nel 1963 a Washington, con la sua marcia per il lavoro e la libertà, e col suo discorso I Have a Dream ha segnato un solco nella storia moderna, una traccia seguita da tanti.  Da allora molto è cambiato ma è ancora troppo poco.

Rosa Parks, la segregazione razziale e la ricerca del nemico

Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. 

Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima. Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. 

Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra. Non possiamo camminare da soli. E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti. Non possiamo voltarci indietro.

C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca [.…] Non indugiamo nella valle della disperazione. Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano. 

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità. 

 

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Alessandra Spallarossa
Laureata in Mediazione Linguistica alla Sapienza, per vivere lavora come consulente di comunicazione a Roma, per passione scrive, legge e insegna yoga. Ha pubblicato il romanzo "La luna crescente" (Emersioni, 2020)

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