Philip Roth e la macchia umana del razzismo

Philip Roth, l’autore de La macchia umana, si staglia nella carne viva della storia e della società nell’ora buia dei populismi xenofobi.

Philip Roth, la macchia umana

L’America del Black lives matter, la Francia delle banlieu, gli scontri di Londra, l’odio sui social, i barconi, Salvini, Orban: nell’ora buia dei populismi xenofobi, la figura di Philip Roth si staglia potente nella carne viva della storia e della società.

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.

Così scriveva nel suo libro più oscuro e rabbioso: La macchia umana, un urlo dolente verso un mondo che non riesce a superare la macchia interiore del razzismo.

Troppo ebreo

Philip Roth è stato uno dei più prolifici, seri, divertenti e controversi scrittori americani degli ultimi decenni.

Il suo terzo romanzo, Lamento di Portnoy, storia esplicita dei desideri sessuali di un adolescente, lo rese celebre nel 1969. Considerato un capolavoro, Pastorale americana, nel 1997, gli valse il premio Pulitzer.

Eppure non ottenne mai il premio Nobel, sebbene candidato più volte. La ragione? Il comitato non lo rivela. Alcuni dicono per l’argomento che permea ossessivamente tutta la sua opera: gli ebrei. Come disse un giornalista, non solo fu troppo volgare, ma troppo volgarmente ebreo.

Curioso. Nessuno pensa che James Joyce fosse troppo irlandese o Cesare Pavese troppo italiano.

Radici, razzismo, antisemitismo

Non solo gli scrittori, ma ognuno di noi porta con sé le sue radici, sia quelle del luogo dove attecchiscono che quelle del luogo da cui provengono.

C’è qualcosa di atavico nel trovare dentro di sé la provenienza dei propri antenati. Questo sentire di appartenere a un’identità è comune a tutti. Accomuna chi odia a chi è odiato.

L’accusa di essere ossessionato dalle proprie radici è una moneta falsa, l’altra faccia della quale, più insidiosa è l’accusa di non voler integrarsi.

Negli Stati Uniti viene ora rivolta contro i latinoamericani, perché continuano a parlare lo spagnolo, ora contro i giapponesi, ora contro gli italiani, e prima di loro gli irlandesi, gli svedesi e così via.

Le stesse parole vengono usate in Europa contro i rom e i sinti, in Sudamerica contro gli indigeni, in Cina contro gli immigrati dall’Africa sub-sahariana, e così in tutti i Paesi del mondo, contro un qualche gruppo additato come indesiderabile.

Non vi è sforzo di appartenenza compiuto da un’etnia minoritaria che soddisfi chi vuole fare della diversità una colpa. Nemmeno cancellare tutto del proprio passato, tutto di se stesso, appaga lo spirito xenofobo che pervade tutte le culture. Nessuna esente.

Philip Roth – Che ne faccio della vita?

 

Chi non è di memoria corta sa quanto gli ebrei furono assimilati nella cultura tedesca sin dall’Illuminismo fino al Bildung und Besitz del secolo XX, tanto da essere descritti come più tedeschi dei tedeschi.

Eppure le leggi razziali furono emanate come se la diversità fosse evidente, insormontabile, una colpa ereditata e mai scrollata via dalle loro ossa e dal loro sangue.

Quando non si può usare l’inferiorità o la malvagità di un gruppo per giustificarne il disprezzo, c’è sempre il non vogliono integrarsi. Quando sono una parte intrinseca ed essenziale di una società,– allora bisogna inventare una diversità. Lupus et agnus.


L’antisemitismo esiste in Europa sin dall’inizio del medioevo. L’accusa di deicidio non era altro che una scusa. Poco importano a chi fomenta l’odio i dettagli dell’accusa.

Gli “zingari” rubano i bambini (anche se nella storia sono stati spesso i loro figli a essere strappati via alle famiglie), i neri sono pigri (poco importa se, come schiavi, la resistenza passiva fosse uno dei pochi modi disponibili per ribellarsi), gli africani (in Europa), oppure i messicani (negli USA) rubano il lavoro, anche se sono i lavori mal pagati, duri, spesso stagionali che nessuno vuole fare.

E chi non è di memoria corta sa quanto è profondo il razzismo negli Stati Uniti.

In un’intervista, Le Figaro chiese a Philip Roth se l’America avesse perso la sua “innocenza” dopo l’attacco dell’11 settembre, e lui rispose giustamente: “Quale innocenza? In questo paese c’è stata la schiavitù dal 1668 fino al 1865, e la segregazione brutale fino al 1955”. 

L’America della macchia umana è ancora quella di Philip Roth

In questo periodo, come in un film già visto, è riesplosa in America la protesta per reclamare i diritti civili dei neri. Verrebbe da dire che è assurdo nel XXI secolo, ma, a pensarci bene, non ci si dovrebbe meravigliare tanto.

Se l’odio può durare per secoli nonostante le differenze siano una pura finzione, come gli intoccabili in India, quanto più difficile sarà debellare il razzismo quando le differenze sono aspetti fisici riconoscibili come una pelle leggermente più scura.

Non sono ottimista: questa manifestazione di solidarietà che si è allargata oltre i confini americani non porterà dei grandi cambiamenti. Lo dico non solo in base alla mia esperienza come figlio di italiani in America, dove ho visto quanto profondo sia il razzismo e quanto profonda la paura dell’immigrato, mentre le leggi, da sole, non sono sufficienti.

Certo, alcuni aspetti più evidenti possono venire rimossi con delle leggi nuove, ma non verrà rimosso ciò che è nel subconscio collettivo.

Come dice Umberto Eco: “L’intolleranza si fonda su una mancanza di educazione. L’intolleranza è l’incapacità di regolare la nostra naturale e biologica reazione al diverso […] alla tolleranza ci si educa, non si nasce tolleranti ”.

Queste recrudescenze di odio che risorgono come onde sinusoidali, che nei picchi sfociano in pogrom, oppure, in un tempo niente affatto remoto, nella carneficina della Shoah e del Porajmos, l’olocausto dei Rom, da loro definito anche con un termine più brutale ma più onesto, Samudaripen, letteralmente “tutti uccisi”.

Occorre riconoscere che ciò che riteniamo un nostro diritto, quello di far parte di un’etnia, una cultura, o una nazione e di esserne orgogliosi, va accordato anche alle culture a cui non apparteniamo.

Riconoscere il debito che tutta la nostra cultura ha nei confronti degli altri popoli, nell’arte, nella musica, nella scienza e la letteratura non è che il primo passo nel riconoscere che la ricchezza, anche individuale, parte dal confronto alla pari fra culture diverse.

Purtroppo Philip Roth è morto nel 2018 e la possibilità di ricevere il Nobel per la letteratura è svanita, ma resta uno dei più grandi scrittori della nostra contemporaneità.

Olav ha-sholom, Roth.


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About Andy De Paoli

Cresciuto negli Stati Uniti, ha studiato filosofia e materie scientifiche. Ora insegna matematica e inglese e scrive (prevalentemente in inglese). Sta ora completando un romanzo e un libro sull'etica.
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