Roggero non è un caso giudiziario: è il manifesto della società della paura

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Il caso Roggero diventa il simbolo di una battaglia culturale: la sentenza passa in secondo piano, mentre il proprietario armato viene trasformato in modello civile. Così la paura sostituisce il conflitto sociale e la sicurezza privata prende il posto della giustizia e della lotta di classe.

Il caso Roggero e la costruzione del consenso

La questione che riguarda Roggero ancora prima della vicenda processuale va analizzata  per il modo in cui viene incorporatola dentro una più ampia operazione di produzione del senso comune. Tre gradi di giudizio hanno ricostruito una dinamica precisa: la rapina era conclusa, il pericolo era cessato, i rapinatori erano in fuga.

Le sentenze hanno escluso la legittima difesa e ritenuto che i colpi mortali fossero stati esplosi quando non vi era più un’aggressione in atto, con almeno uno dei rapinatori raggiunto alle spalle durante la fuga. Eppure il dibattito pubblico ha seguito una traiettoria diversa, spostando l’attenzione dal contenuto della sentenza all’edificazione di una narrazione capace di assorbirne e ridefinirne il significato nel confronto politico.

Il dispositivo è quello che punta a rendere Roggero una funzione ideologica. Il precedente infatti, nel quale aveva patteggiato per aver minacciato con una pistola l’allora fidanzato della figlia viene rapidamente espulso dal racconto pubblico, facendo scomparire la complessità e lasciando sul fondo, la figura del proprietario che esercita direttamente la forza e che, proprio per questo è assunto a modello dell’ordine sociale.

La vicenda tragica si traduce pertanto in una precisa operazione di egemonia: il capitale non governa soltanto attraverso il salario, il profitto o le istituzioni. Governa costruendo il senso comune. Produce linguaggi, paure, identificazioni. Organizza il desiderio politico delle classi subalterne affinché esse leggano il mondo attraverso categorie funzionali alla riproduzione dell’ordine esistente.

Il caso Roggero risponde esattamente a questa funzione. Fateci caso: la lotta di classe non viene cancellata ma dislocata. Le classi lavoratrici non vengono invitate a riconoscere le forme contemporanee dello sfruttamento, della precarizzazione, dell’impoverimento e della subordinazione del lavoro al capitale finanziario ma chiamate a identificarsi con la figura del proprietario, assumendo come propri interessi che appartengono a un’altra collocazione sociale.

È una delle forme più sofisticate della legittimazione ideologica: far sì che il conflitto verticale tra capitale e lavoro venga sostituito da un conflitto orizzontale alimentato dalla paura, mentre i rapporti di produzione rimangono invisibili. Dentro questo quadro acquistano significato le campagne politiche e mediatiche che hanno accompagnato la vicenda. Matteo Salvini ha trasformato Roggero in un simbolo della retorica securitaria. Anche l’iniziativa di Carlo Nordio di prospettare la grazia assume rilievo soprattutto per il significato politico e culturale che ha assunto nel dibattito pubblico, ben oltre i suoi profili strettamente giuridici.

La successiva scelta del Presidente Sergio Mattarella di non concederla ha mantenuto ferma la sentenza definitiva e il quadro costituzionale entro il quale l’istituto della grazia trova il proprio inserimento, senza che la pressione dell’opinione pubblica modificasse l’esito del procedimento giudiziario.

Intanto il web si è riempito di tribunali improvvisati. Migliaia di persone hanno rivendicato il diritto del proprietario a decidere autonomamente il limite della forza, arrivando a presentare come esemplare una condotta che i tribunali hanno ritenuto penalmente responsabile. Ciò ha concesso al populismo penale di intrecciarsi con una rappresentazione proprietaria dell’ordine sociale dove la discussione pubblica tende progressivamente a privilegiare l’identificazione emotiva con una figura simbolica rispetto al confronto con la ricostruzione processuale e con le motivazioni delle sentenze. Anche il richiamo alla legalità finisce così per essere incorporato dentro una narrazione politica che seleziona, enfatizza o marginalizza determinati aspetti della vicenda in funzione della costruzione del consenso.

Il problema non è Roggero in quanto individuo – ovviamente – ma la costruzione del consenso sviluppata attorno alla sua figuraura. Ogni volta che il proprietario armato viene assunto a modello civile, ogni volta che la difesa della proprietà viene caricata di un valore etico superiore, ogni volta che l’immaginario collettivo viene mobilitato attorno alla paura anziché attorno ai rapporti materiali di sfruttamento, il comando capitalistico ottiene un risultato fondamentale: sottrarre il terreno della discussione alla lotta di classe e ricondurlo all’ordine pubblico.

Ciò che interessa non è tanto il singolo episodio quanto il lavoro politico che si sviluppa attorno ad esso. Quando una vicenda particolare viene assunta come chiave di lettura dell’intero ordine sociale, prende forma un processo di organizzazione del consenso che ridefinisce il modo in cui vengono percepiti gli interessi, i conflitti e la stessa realtà materiale. È su questo terreno che si esercita, prima di tutto, la direzione culturale delle classi dominanti.

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Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

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