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Il Ramadan 2026 a Gaza inizia tra oltre 800 moschee distrutte e 150 danneggiate. Dalla Grande Moschea di Omari ai campi profughi, si prega tra macerie e strutture improvvisate. Non solo fede: è sopravvivenza sociale in un territorio devastato.
Gaza prega tra le rovine*
Il 18 febbraio 2026, con l’avvistamento della luna crescente, a Gaza è iniziato il Ramadan. Un inizio formalmente identico a quello di ogni anno, certificato dalle autorità religiose locali. Ma il calendario liturgico, quest’anno, si misura con un paesaggio urbano che ha perso gran parte dei suoi luoghi di culto.
Secondo i dati diffusi a inizio 2025 dal Ministero degli Awqaf e degli Affari Religiosi di Gaza, oltre 800 moschee sono state completamente distrutte e più di 150 risultano danneggiate. Non si tratta di edifici secondari. Tra questi figura la Grande Moschea di Omari, nella Città Vecchia, simbolo storico e religioso della Striscia, gravemente colpita. Un luogo che non era soltanto uno spazio di preghiera, ma un archivio vivente della memoria collettiva.
Il Ramadan, mese di digiuno e raccoglimento, cade così in una geografia fratturata. Le rovine non sono metafora, ma architettura concreta.
Le moschee abbattute e la resilienza forzata
In un territorio dove la densità abitativa è tra le più alte al mondo, la distruzione di centinaia di moschee non è solo un dato religioso: è un evento sociale. Le moschee a Gaza svolgono funzioni plurime: preghiera, educazione, assistenza, distribuzione di aiuti. La loro demolizione incide su una rete di servizi che va oltre il rito.
Nel campo profughi di Maghazi, come in altri quartieri, gruppi di residenti stanno cercando di rendere agibili strutture danneggiate per consentire almeno le preghiere del Tarawih, le orazioni notturne tipiche del mese sacro, recitate dopo la rottura del digiuno e fino alle ore che precedono l’alba. Non sono obbligatorie, ma rappresentano un momento identitario forte, comunitario, quasi politico nella loro ostinazione.
Si prega dove si può: sotto tettoie improvvisate, tra muri puntellati, in cortili trasformati in spazi liturgici temporanei. L’idea che il culto possa essere sospeso fino a data da destinarsi non sembra contemplata. La fede, a quanto pare, non richiede certificato di agibilità.
Eppure, dietro questa narrazione di resilienza – termine ormai inflazionato – resta la constatazione di una perdita sistemica. Una società privata dei suoi luoghi simbolici è costretta a ridefinire la propria coesione. Il Ramadan, in questo contesto, diventa una prova di continuità: celebrare nonostante.
Il ruolo degli Awqaf e l’economia del sacro
Il Ministero degli Awqaf non è un ente marginale. Il termine waqf indica un istituto giuridico antico del diritto islamico: la destinazione perpetua di un bene – terreno, edificio, capitale – a finalità religiose o di utilità pubblica. È un meccanismo che ha storicamente finanziato scuole, ospedali, opere sociali. Rendendo il bene inalienabile, il waqf lo sottrae alla logica del profitto individuale.
Negli ultimi anni si è affermato anche il cosiddetto waqf crowdfunding: una declinazione contemporanea, che utilizza strumenti finanziari e digitali per sostenere progetti sociali nelle comunità musulmane. Un modello etico, formalmente orientato allo sviluppo e al benessere collettivo.
In una Gaza dove oltre 800 moschee risultano distrutte, la questione non è soltanto spirituale ma infrastrutturale: come ricostruire? Con quali risorse? In quali tempi? Il patrimonio vincolato degli awqaf, già colpito, dovrà ora farsi carico di una ricostruzione che non è solo edilizia, ma simbolica.
È qui che il discorso si fa scomodo. Perché la distruzione di edifici religiosi in un territorio già sottoposto a blocco e crisi economica strutturale non produce soltanto macerie, ma ridefinisce rapporti di potere. Riduce spazi di aggregazione, frammenta la socialità, sposta l’asse della vita collettiva.
Il Ramadan 2026 a Gaza si svolge dunque tra minareti mutilati e cortili adattati a moschea. Non è una liturgia “malgrado tutto”: è una liturgia dentro tutto. Dentro la distruzione, dentro la precarietà, dentro una normalità che di normale conserva solo il calendario lunare.
Chi osserva da lontano potrebbe parlare di spiritualità che resiste. È un’espressione rassicurante, quasi consolatoria. Ma la realtà è più cruda: una popolazione celebra il mese più importante dell’anno religioso in un contesto in cui oltre 800 luoghi di culto non esistono più. E lo fa non per eroismo, ma per necessità.
Perché sospendere il Ramadan sarebbe, paradossalmente, la vera resa.

* Quest’articolo riprende ed estende un contributo della professoressa Maria Morigi.
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