Morte e rinascita della tradizione

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Il modo più subdolo di uccidere la tradizione è quello di farla vivere come simulacro, come simulazione: sta al posto di una vita che non c’è. Un passato che non delinea un futuro e non offre un progetto per il futuro diventa innocuo.

La vita della tradizione

Salvare una tradizione non significa ricordarla: significa innestarla nel presente, permetterle di generare orientamento nella nostra vita di oggi.

Salvare la tradizione significa esplicitare il non realizzato che c’è in essa, la promessa non portata a termine.

Salvare la tradizione significa permetterle di delineare, oggi, un futuro, un progetto, di rispondere alle ansie e alle contraddizioni del presente.

La tradizione muore quando diventa un altarino, un ricordo del passato. La tradizione muore quando si mettono immagini di lotte che nessuno può più capire, perché esprimevano una vita e un dolore di allora, ma che adesso servono a distrarre dalla vita e dal dolore di oggi.

Anche l’immagine più vera corre sempre il rischio di trasformarsi nel suo opposto, di coprire, di diventare solidale con il potere, funzionale all’oppressione.

La tradizione muore quando diventa un gusto “retrò”, per dirla con Baudrillard: si salva la tradizione in quanto la si imbalsama, la si mummifica.
La ripetizione senza innesto nel presente è la morte della tradizione.

Il modo più subdolo di uccidere la tradizione è quello di farla vivere come simulacro, come simulazione: sta al posto di una vita che non c’è.

Un passato che non delinea un futuro e non offre un progetto per il futuro diventa innocuo: non sprigiona un’aria di festa, ma l’atmosfera cupa di un funerale, di un dileguare della vita.

Per fortuna la tradizione è più forte, resiste, è essa stessa la resistenza, si differisce, aspetta: aspetta che ci sia una generazione che se ne appropri e sappia innestarla nella vita.

La tradizione può resistere millenni, sepolta, silenziosa, inascoltata, attendendo la generazione a cui è destinata, che forse non è la nostra, e neanche quella che verrà dopo di noi.

A noi il compito di trascrivere testi, di amanuensi, che copiano vecchi manoscritti, vecchi testi.
Ogni manoscritto copiato, dicevano i medievali, è un colpo inferto al diavolo.

Anche il Primo Maggio rinascerà, a tempo e luogo.

* Per gentile concessione di Vincenzo Costa, professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.

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