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Mihajlovic, quella volta che Sinisa parlò di Serbia, Tito e Usa

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Mihajlovic: “Io nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono”.

Mihajlovic, la Serbia e Tito

L’ex calciatore serbo e poi allenatore Sinisa Mihajolvic è morto a soli 53 anni stroncato da una leucemia. Una notizia che ha colpito profondamente il mondo del calcio ma non solo.

Fabio capello, a Sky Sport, lo ha ricordato così: “Ho avuto la fortuna di incontrarlo in tutti i suoi ruoli, una persona unica, con grandi valori: credeva nella gente, nell’onestà, un uomo vero tutto di un pezzo. Non si piegava, voleva rispetto e dava rispetto“. E ancora: “Mi aveva impressionato la sua semplicità, la sua sincerità. Aver perso un uomo di questo valore è molto grave per il calcio italiano“. E infine: “Quando uno è diretto e dice le cose, anche se non piacevoli, capisci il valore di una persona e lui era una di queste. L’amore che hanno dimostrato i giocatori del Bologna mi ha emozionato”.

Ma a colpire particolarmente dell’allenatore, in un mondo conformista come quello del pallone italico, erano le sue posizioni forti e schiette su temi delicati. Basti ricordare le sue parole al ‘Corriere di Bologna’, rilasciate in occasione dei 10 anni dei bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia avvenuti nel 1999.

 

Il tuo rapporto con gli americani?

«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».

Hai nostalgia della Jugoslavia?

«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».

Sei un nazionalista?

«Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».

È giusta l’indipendenza del Kosovo?

«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente».

Dieci anni dopo la guerra cos’è la Serbia?

«Un paese scaraventato indietro di 50-100 anni. A Belgrado il centro è stato ricostruito, ma fuori c’è devastazione. E anche dentro le persone. Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile».

Perché?

«Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello. C’è emergenza educativa in Serbia. L’educazione dobbiamo far rinascere».

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