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Nata per combattere le ingiustizie, la cultura woke è diventata una parodia: sessualità a rotazione, inclusione forzata ovunque e supereroi reinventati per placare i sensi di colpa. Anche a sinistra ci siamo stancati.
Cultura woke? Non è chiaro cosa sia ma ha rotto le balle pure a noi di sinistra
Io sono un progressista. Non uno di quelli che si riempie la bocca di paroloni per sembrare figo sui social, ma uno che ci crede davvero. Matrimoni gay? Sì. Adozioni per coppie omosessuali? Certo. Ognuno deve poter vivere come gli pare senza che un bigotto gli punti il dito contro o un politico gli dica che “la famiglia tradizionale bla bla bla”? Assolutamente.
Non mi interessa se ti piace il tuo vicino di casa, la tua collega o il barista con la barba hipster che ti fa il cappuccino. Basta che non mi freghi il posto in coda al supermercato e siamo a posto.
Ma, cavolo, possiamo dirlo ad alta voce che la cultura woke ha rotto i coglioni pure a noi di sinistra? Che da battaglie giuste siamo finiti in un delirio che sembra scritto da un comico ubriaco?
Tutto è iniziato bene, eh. Parità, rispetto, stop alle discriminazioni. Cose che uno con un minimo di cervello sottoscrive senza battere ciglio. Ma poi, come ogni rivoluzione che si rispetti, è andata fuori controllo.
Essere “sessualmente fluidi” è il nuovo sport olimpico e , sia chiaro, prima di proseguire con la lettura di questi paradossi, non sto tirando la volata a Vannacci – vade retro! -. Guai a chi strumentalizzasse questo discorso o a chi vorrebbe tornare indietro sui diritti, lo prendo a badilate personalmente! Però poi leggi certi titoli di giornale costruiti ad arte, sui vip della canzone e dello spettacolo che orgogliosamente ci illustrano le loro visioni fluide sugli accoppiamenti e pensi, “embè?” Ora che lo so la mia giornata è migliorata?
Dunque, lunedì sei orgogliosamente etero e guardi il fondoschiena alla cassiera del Conad, rivendicandolo con gli amici al bar, manco fossi in un film anni ’80 con Gigi e Andrea; martedì sei gay, fai outing, capisci che hai sempre nascosto con sofferenza la tua vera identità sessuale per essere accettato e ora finalmente puoi gridarlo al mondo e ti fai un giro su Grindr; mercoledì ti svegli e decidi che ti eccita solo Carlo Calenda mentre spiega il suo piano per salvare l’Ucraina da gente come lui. Ma che è, un’identità sessuale o il meteo?
Che poi, se cambiassi gusti, almeno sceglierei qualcuno con un po’ più di carisma. Che ne so, magari un Javier Bardem, non un politico che sembra uscito da un corso di marketing aziendale. Dove l’hanno pure bocciato.
E poi ci sono le serie TV. Cavolo, le serie TV. Non se ne può più. Ogni show deve avere la quota etnica ad ogni costo, arrivando al paradosso di aver visto attori indiani nella serie Netflix sul Decamerone ed elfi neri ne Gli anelli del potere. Per non parlare della coppia gay infilata a forza, come se fosse un ingrediente obbligatorio tipo il sale nella pasta. Non è inclusione, è un’ossessione. È come se ogni film avesse un cameo di Nicolas Cage: all’inizio fa ridere, poi ti chiedi perché non possono lasciarlo a casa a fare altro.
E non venitemi a parlare di “rappresentazione”. La rappresentazione vera sarebbe vedere un protagonista che si dimentica di pagare l’IMU o che litiga con il vicino per il parcheggio, non un tizio che scopre di essere pansessuale mentre combatte alieni.
Basta, fateci respirare. Non è che se non c’è una coppia gay ogni tre episodi siamo tutti omofobi.
Passiamo ai supereroi, perché qui si tocca il fondo. Superman è bianco. Fine della storia. Non mi serve un Superman cinese, uno nero o uno che parla in esperanto per sentirmi un cittadino del mondo. Fatemi vedere i loro eroi, la loro mitologia, quello m’interessa. (Che poi già di suo, omoni in calzamaglia che vanno menando i cattivi, qualche riflessione la meriterebbero.)
Qualche anno fa la DC Comics ha tirato fuori queste versioni alternative, e io ancora non ho capito il senso. Per emancipare i neri? I cinesi? I fan che volevano qualcosa di nuovo ma non un reboot ogni sei mesi?
Non funziona così, amici. Non è che se fai un Batman esquimese risolvi il razzismo o convinci qualcuno a smettere di votare Trump. È marketing, punto. Una mossa per vendere qualche albo in più a chi si sente in colpa perché non ha abbastanza amici “diversi” su Facebook.
Superman deve volare, salvare Lois Lane e prendere a pugni Lex Luthor, non passare il tempo a chiedersi se è abbastanza “inclusivo” mentre il mondo va a fuoco.
E vogliamo parlare dell’outing? Ogni settimana c’è un vip che “confessa” di essere gay e i giornali ci fanno sopra un romanzo. Ma chissenefrega! Non è una notizia. È come dire “ho mangiato pasta al pomodoro a pranzo”. Bene, bravo, ma dimmi qualcosa di utile: paghi le tasse? Tratti bene il tuo cane? Hai mai parcheggiato in doppia fila bloccando un’ambulanza? Questo sì che mi interessa.
Ferzan Ozpetek è gay? Ok, lo sappiamo tutti. Non lo rende né Fellini né un incapace. I suoi film sono quello che sono, a me non fanno impazzire, ma non è che li guardo pensando “eh, si sente la mano omosessuale”. Li guardo pensando “ma perché cazzo devono mangiare ogni cinque minuti?”.
Sul serio, nei film di Ozpetek c’è sempre ‘sta cena infinita: antipasti, primi, secondi, dolci, amari, e tu stai lì a chiederti se il catering sia il vero protagonista. Basta, Ferzan, falla finita con ‘ste tavolate, non siamo a MasterChef!
La cultura woke è diventata una setta, con i suoi sacerdoti che ti fulminano se non ti inginocchi davanti all’altare dell’inclusività. Non puoi più dire “questa è una stronzata” senza che qualcuno ti dia del fascista o ti accusi di “privilegio”.
Ma sapete che c’è? Anche a sinistra siamo stufati. Non ne possiamo più di questo festival del politically correct, dove ogni frase va pesata con il bilancino del farmacista.
Rivogliamo un mondo dove uno può essere gay, etero, bisex o quel che gli pare senza che diventi un documentario di National Geographic. Rivogliamo Superman che spacca tutto senza crisi esistenziali sulla sua “identità”.
Rivogliamo la libertà di dire che qualcosa ci fa schifo senza doverci scusare con mezzo pianeta. E allora, cari woke, fateci un piacere: tornate alle origini. Combattete per i diritti veri, per le ingiustizie che contano, per le persone che ancora non hanno voce.
Perché così, con ‘sta pantomima ridicola, avete rotto le palle persino a noi che eravamo i vostri più grandi tifosi. E se proprio dovete continuare, almeno lasciate Calenda fuori dai vostri trip sessuali e Ozpetek fuori dalla cucina.
Quello sì che sarebbe un atto di civiltà.

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