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La progressiva disgregazione numerica della cosiddetta “Flotilla di terra” riapre una domanda: perché tanti movimenti contemporanei si accendono e si spengono senza lasciare organizzazione, coscienza e progetto politico? Dall’attivismo identitario alla crisi della militanza, il conflitto si dissolve nel simbolo.
La Fotilla di terra: un sogno infranto
Tutto d’un tratto è scomparsa dai radar la Flotilla di terra. Quella fiumana umana che scorreva nelle strade assolate di settembre si è dispersa nell’evanescenza della rabbia spontaneista. Non è una novità. I movimenti di rottura degli ultimi anni si sono presentati tutti con lo stesso corredo simbolico: un chiassoso procedere disordinato di tanti pedoni che si ritrovano, di volta in volta, in maniera quasi occasionale, in una protuberanza delle birrette assaporate nei quartieri più inclusivi. In maniera ecumenica si può dire che le manifestazioni pro-pal, da un punto di vista scenografico, potevano essere sovrapposte a quelle no-vax.
Nessuno procede più dietro uno striscione, dietro sguardi rivoluzionari, nessuno impegna l’esistenza in passione duratura. Al posto della militanza si è sedimentata la cultura dell’attivismo che ha la necessità impellente di interloquire con la sfera mediatica. L’attivista equipara l’impegno a una qualsiasi attività curriculare perché possa essere arricchito il proprio capitale sociale. In una società spoliticizzata manca qualsiasi ethos collettivo. Una vita tra compagni, difatti, si può costruire esclusivamente se questa è indirizzata a una trasformazione radicale della realtà, a un orizzonte di emancipazione collettiva che punti alla conquista dello Stato. Non del governo di turno, né di uno spazio autogestito.
Grande responsabilità di questa dismissione politica è da ascrivere alla “sinistra radicale”, o almeno a parte di essa. A quella, insomma, che ha preso a catechesi le parole di Toni Negri sulla moltitudine e sulle singolarità produttive che partecipano ma non si fondono nel plurale. Questo afflato controculturale, se da un lato ha individuato la capacità del capitale di sfruttare l’intera esistenza dell’individuo, dall’altro ha contribuito a ricercare forme di autosufficienza politica in una prospettiva di inclusione, di assestamento all’interno dei dispositivi capitalistici.
Ne è conseguita una progressiva tendenza alla psicologizzazione del conflitto sociale. Le singolarità plurali non superano il comprensibile momento adolescenziale dell’indignazione. Non strutturano l’idea che la lotta debba abbracciare il versante socioeconomico perché sia trasformata in progetto politico di trasformazione radicale. Tanto che, con l’eccezione dei sindacati di base e di qualche partito loro amico, la composizione sociale della rete antagonista è sostanzialmente interclassista. Motivo per cui alla fine, per sopravvivere, questo agglomerato umano ha bisogno di accordarsi strutturalmente con i partiti della sinistra amministrativa. Quella contro cui si dovrebbe manifestare.
Difatti, questa postura esistenziale non è estranea neanche alla militanza nei partiti della sinistra europeista, americanista e di governo. L’idea di emancipazione individuale attraverso l’arricchimento del proprio capitale umano, l’inclinazione culturale all’accettazione della scintilla creativa come momento pedagogico che fa da contraltare alla scintilla imprenditoriale, l’ammirazione rivolta alla letteratura introspettiva, ormai incapace di rivolgere lo sguardo all’umanità nelle sue contraddizioni reali, sono tutti fattori che contribuiscono all’accettazione collettiva dello spirito d’impresa, che resta il dispositivo disciplinare fondamentale del totalitarismo liberale.
La cosiddetta società civile, quella che rattrappisce le coscienze dall’alto dei circoli mediatici e professionali, non è altro che la proiezione propagandistica di questa struttura egemonica. Dalla quale è necessario liberarsi, per poi, finalmente, poter riparlare in libertà di socialismo.

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