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La paura verso la donna è atavica, sopravvive al dato culturale del cosiddetto patriarcato. Spesso si deve prendere in considerazione anche l’ipotesi della psicopatologia, intesa anche come possibile patologia sociale.
La paura verso la donna
La paura verso la donna è atavica, primigenia, è la paura della caverna, delle viscere, del sangue mestruale, del mistero, del segreto del parto, della potenza che la ragione non possiede.
Precede – e sopravvive a – il dato culturale del cosiddetto patriarcato e di ideologie ed istituzioni che in passato hanno solo giustificato o puntellato (ma forse anche regolamentato) la paura; precede forse pure il matriarcato, chissà.
Questa paura si somma oggi ad una fragilità che il maschio mai ha vissuto prima e che lo fa reagire alla incapacità – generale – di gestire il rifiuto, con il modo criminale che ha a disposizione (ma la donna, come ricorda l’ultima grande femminista vivente, che è Camille Paglia – autrice di un testo enorme, “Sexual Personae”, che dovrebbero leggere tutti -, non è più morale dell’uomo, sa essere criminale in altro modo).
Solo che ormai il retaggio maschilista c’entra poco, che non vuol dire che non vi sia ma ha poca influenza su certe dinamiche.
Probabilmente lo porto con me io e te lo porti con te anche tu, uomo moderno e di cultura progressista, ma non necessariamente ci porta ad uccidere le nostre donne o figlie (e la tesi della punta dell’iceberg non regge, ché se applicata a tutto sarebbe davvero la fine).
Nei casi cui assistiamo, spesso si deve prendere in considerazione l’ipotesi della psicopatologia, perché lo stato di diritto impone di giudicare caso per caso e, certo, non possiamo tornare indietro di secoli nella civiltà giuridica soltanto perché abbiamo uno schema e pensiamo tutto sia omologabile a quello. Ma “l’ipotesi patologica” può essere intesa anche come ipotesi di una patologia sociale, connessa a quella fragilità maschile.
Qualcuno la chiama “devirilizzazione“, ma, se la chiami così, si pensa che vuoi affermare un modello virile come fatto positivo e pare che non stia bene.
Guardavo un film di Clint Eastwood e notavo che sebbene questo autore non possa essere definito fascista (a questo ci siamo arrivati, no?), è certamente un conservatore (con alcuni tratti progressisti) e i suoi personaggi sono piuttosto conservatori e maschilisti, eppure rispettano le loro donne più di tante persone liberal che conosco e che in queste ore tuonano contro il patriarcato.
Non che il cinema possa sostituire la realtà ma abbiamo avuto dei piccoli, umani Clint Eastwood nelle nostre famiglie, magari dei padri, dei nonni, degli zii, e mai abbiamo visto volare uno schiaffo, anzi abbiamo sempre visto un rispetto per le donne di casa, come ne abbiamo visti in giro tra istruttori e veri maestri di strada, di quelli che un tempo toglievano dai casini tanti ragazzi a rischio (ce ne sono anche oggi, a dire il vero, nelle periferie degradate, in territori di frontiera, di questi uomini apparentemente rudi, tosti ma sensibili e schietti, che fanno decisamente bene all’umanità).
Ecco, il lavoro che ci aspetta e che forse è troppo duro ed impegnativo per una generazione che non ha più grande energia vitale e senso dell’impegno, se si esclude quello sui social, e vive piuttosto di cliché ideologici, è, più che una educazione sentimentale di Stato (o demandata a presunti professionisti dell’anima), il lavoro della collaborazione tra donne e uomini per venire a capo per quanto possibile di un enigma, per dotarci tutti di uno sguardo sull’abisso che abbiamo dentro.
Vale molto di più del chiedersi quante donne si sono recate ieri al pronto soccorso esibendo lividi da percosse e quanti pochi uomini invece ci siano stati, senza però chiedere ad un avvocato quante donne separate, pure piuttosto istruite, vanno a raccontare a quel professionista che stanno negando le visite dei figli al padre per motivi anche futili (perché il mantenimento arriva tardi, perché ora hanno un altro uomo, migliore, dicono, “che ha le palle”, ecc…). Lasciamo stare questo terreno, che è ancora la guerra tra i sessi, è un odioso aggiungere alla paura della donna anche quella dell’uomo: l’unica guerra santa, benedetta, da condursi é contro noi stessi.
E l’idea di chiedere scusa o far chiedere scusa agli uomini, in generale, da chiunque provenga, se pure comprensibile in bocca a chi ha la vita spezzata, è un passo che va in tutt’altra direzione. Nessuno deve mai vergognarsi di essere maschio o femmina. Nessuno.

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