La pace, come ogni negoziato, è sempre un prodotto dell’equidistanziamento. Comunque, anche se non equo, un distanziamento. Non dal nemico ma da sé stessi come parti in causa.
La pace è un equidistanziamento
Di Fausto Anderlini*
Ancora in data odierna l’inflessibile ditino del Manconi mette in guardia, anche a nome di tutta la compagnia, che la pace e il pacifismo non possono essere ‘equidistanti’.
A seguire il mantra retorico che davvero non se ne può più, che c’è un aggressore e un aggredito, che l’Ucraina deve tornare in possesso dei suoi territori, che senza l’invio di armi si sarebbe solo fatto un favore alla Russia e via salmodiando. Tutto per dire che la manifestazione di Roma è inquinata da falso pacifismo.
Una idiozia, questa dell’equidistanza, in termini di fatto e di principio. La pace, come ogni negoziato, è sempre un prodotto dell’equidistanziamento. Comunque, anche se non equo, un distanziamento. Non dal nemico ma da sé stessi come parti in causa.
Un negoziato raggiunge il suo successo in quanto ognuna delle parti rinuncia a qualcosa del suo programma. Dunque riconoscendo una qualche ragione alla parte avversa. Lo stesso mediatore se vuole avere voce in capitolo e perseguire l’intento che lo anima (una soluzione che metta a tacere le ostilità) deve essere equidistante dalle parti di cui sollecita l’incontro.
Quantomeno non può identificarsi per intero con una delle parti. Una posizione che lo trasformerebbe ipso-facto in co-belligerante.
Senza questo ‘distanziamento’ non c’è che l’assolutizzazione dell’inimicizia e la guerra totale fino alla vittoria. Anche a costo dell’autoestinzione atomica.
Sul piano specifico la regola del ‘distanziamento, impone di andare oltre l’idea bipolare dell’aggredito e dell’aggressore, cioè l’idea binaria dell’amico/nemico, per tornare alle cause del conflitto, remote e immediate (la rivoluzione/golpe del Maidan, la guerra civile nel Donbass, la convivenza fra ucraini e russofoni, lo status della Crimea, le condizioni generali di sicurezza est-ovest, il ruolo della Nato, gli accordi violati di Minsk ecc. ecc.). Occorre cioè riprendere il filo del discorso dal suo capo.
Non è, per noi, solo questione di prendere distanza da Putin e Zelensky, cessando di celebrare il primo come il latore di uno stato canaglia, in una inutile querimoniosità bellica, e il secondo come una sorta di eminenza morale della giustizia in una inutile beatificazione.
Bisogna prendere distanza, con proprie posizioni, anche rispetto a ciò di cui si fa parte. La Nato e l’Europa. La prima per la sua avventurosa strategia di accerchiamento, la seconda per la sua pusillanime irrilevanza.
Lo hanno capito, sia pure ognuno in ambiti non commensurabili, Erdogan e Papa Francesco. Scendendo di scala lo ha capito Conte. E volendo scendere in cantina, persino Berlusconi. Non lo hanno capito Draghi, Letta e dulcis in fundo Manconi. Assieme alla Meloni. Con Pancho Pardi e altri guerriglieri.
Non lo capisce il raduno di Milano, con la Moratti, Renzi, Calenda e una parte del Pd. Un’alleanza anti russa, nientemeno, per conquistare la regione Lombardia. Essendo il terzo polo, come noto, per nulla equidistante fra destra e sinistra. Confermando quel che già si sa: un modo d’essere diversamente di destra.
Lo capisce la manifestazione di Roma. Non mi interessa qui discettare quanto ampio sia il ‘distanziamento’. Mi basta rilevare che c’è quantomeno l’intentio. La giusta direzione. Piena di se e di ma, ma la giusta direzione.
Post scriptum prosaico. E va da sè che l’unica salvezza per il Pd, ormai un partito prezzemolo che si accompagna a ogni ricetta, è ‘distanziarsi’ da sè medesimo. Vedere sè stesso con spirito irenico, con l’insostenibile leggerezza del nulla.
* grazie a Fausto Anderlini.

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