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La nuova frontiera della carneficina etica

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La narrazione del conflitto in Medio Oriente oltrepassa una nuova frontiera per dar modo al governo israeliano di poter agire indisturbato senza tener conto delle convenzioni internazionali, del diritto e della popolazione civile.

La carneficina etica

La notizia dei quaranta bambini falcidiati da Hamas inizia a scricchiolare (Nelle ultime ore è emerso che si è trattato effettivamente di una bufala). Eppure la grande stampa, quella stessa tanto impegnata a combattere il fardello delle fake news in Rete, ha riportato il fatto con sbalorditiva enfasi.

Nessun controllo sulle fonti, in questo caso rappresentate direttamente dall’esercito israeliano. Gli stessi giornalisti presenti hanno parlato di voci, impressioni, suggestioni. Ma mai di certezze. Fatto sta che ad oggi gran parte del pubblico ha già interiorizzato la mattanza dalle teste mozzate.

Dovremmo essere avvezzi dopo due anni di guerra al cinismo della propaganda, ma ci si accorge in questo caso che non esiste un limite massimo alla spudoratezza. La mistificazione contravviene anche alla regola della verosimiglianza.

Ma perché ci si spinge a tal punto? Non era poi così difficile far passare Putin e con lui tutti i russi come espressione del terrore. Questa rappresentazione va avanti da decenni. Più ostica l’operazione con i palestinesi.

Nell’immaginario collettivo la lotta di liberazione dei palestinesi ha fatto irruzione con forza grazie all’asimmetria delle forze in campo. Sentimentalmente siamo tutti affezionati al bambino munito di mazzafionda che affronta il carrarmato. Questa coloritura valeva molto di più delle ragioni storiche. Israele di tutto ciò ne è consapevole. Per farvi fronte occorre presentare una nuova narrazione così da sovvertire le pulsioni sentimentali consuete.

Quel fanciullo inerme si è trasformato in un macellaio. Il nostro innato razzismo contribuirà a far percepire la mutazione come un tradimento.
In più si punta a una nuova equivalenza. Il richiamo all’11 settembre è emblematico. I palestinesi non si differenziano dai terroristi islamici. La loro radicalizzazione dunque non viene interpretata come reazione agli anni di persecuzione nei lager a cielo aperto di Gaza ma un cambiamento ideologico. Palestina vuol dire jihād.

Si vogliono riannodare i fili della storia e incatenarli al presente. L’azione di Hamas è brutale terrorismo e con le vicende passate c’entra poco e nulla.

Così Israele potrà agire indisturbato senza tener conto delle convenzioni internazionali, del diritto e della popolazione civile. Ha ragione un noto giornalista quando afferma: “di fronte a questi atti nessuno ha l’autorità morale per fermare Israele”. La prossima carneficina sarà etica.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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