Iran, il casting dei nostri media: gli “iraniani giusti” spiegano la guerra

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Nella narrazione occidentale sull’Iran dominano due strategie: demonizzare il nemico e selezionare “gli iraniani giusti” da mandare in tv. Esuli, influencer e nostalgici dello Scià diventano improvvisamente portavoce di 90 milioni di persone. Più che informazione, è un casting.

Chi spiega l’Iran a chi? la propaganda perfetta dei nostri media

C’è una caratteristica che accomuna gran parte dell’informazione quando scoppia una guerra: la realtà viene drasticamente semplificata. Non per ragioni  ‘pedagogiche’, ma per necessità narrativa. Il mondo diventa una sceneggiatura elementare, dove le parti sono già assegnate prima ancora che la storia inizi: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra.

Nel caso dell’attuale aggressione all’Iran, tuttavia, questa operazione di semplificazione sta incontrando qualche difficoltà. Difendere l’indifendibile richiede una certa abilità retorica, e non sempre il copione tradizionale è sufficiente. Così l’apparato mediatico occidentale – e nel nostro caso, quello italiano, una combinazione ben oliata di politici, editorialisti, opinionisti televisivi e influencer improvvisati – ha puntato su due strategie comunicative piuttosto evidenti.

La prima è quella più antica e collaudata: la demonizzazione totale dell’avversario. L’Iran viene descritto come una sorta di incarnazione del male. Il suo governo è presentato come una congrega di fanatici irrazionali, quasi una setta fuori dal tempo. Il contesto storico scompare, la geopolitica evapora, le responsabilità multiple della regione vengono convenientemente dimenticate. Resta soltanto una caricatura morale.

Questo tipo di racconto funziona sorprendentemente bene. Non perché sia convincente sul piano analitico, ma perché si rivolge a un pubblico che negli ultimi trent’anni è stato educato a consumare l’informazione come intrattenimento. Le opinioni non nascono dall’analisi, ma dall’abitudine. Si ripetono frasi sentite mille volte nei talk show, nei telegiornali o nei commenti dei soliti “esperti affidabili”.

Il risultato è un curioso fenomeno psicologico: molte persone sono sinceramente convinte che quelle opinioni siano frutto della propria riflessione. In realtà sono semplicemente idee ricevute in prestito.

Il mantra mediatico: “gli iraniani spiegano l’Iran”

Accanto alla demonizzazione del nemico si è sviluppata una seconda strategia narrativa, più raffinata e apparentemente più equilibrata. È quella che potremmo riassumere con uno slogan diventato improvvisamente popolare nei nostri studi televisivi: “Come possiamo noi spiegare l’Iran agli iraniani?”

L’argomento sembra inattaccabile. Chi meglio di un iraniano può raccontare cosa accade nel proprio Paese? Chi meglio di chi ci è nato e cresciuto può interpretarne le dinamiche politiche e sociali? Peccato che la questione diventi molto meno lineare quando si prova a guardare con un minimo di attenzione a chi siano, concretamente, gli iraniani che finiscono davanti alle nostre telecamere.

Chi sono le voci che compaiono sistematicamente nei talk show occidentali? Chi sono le persone che sfilano davanti alle telecamere con la bandiera della monarchia dello Scià? E soprattutto: per quale motivo queste figure diventano automaticamente rappresentative di una società complessa composta da quasi novanta milioni di individui?

La risposta, nella maggior parte dei casi, è piuttosto semplice. Si tratta di esuli di lunga data. Persone che hanno lasciato l’Iran decenni fa, talvolta subito dopo la rivoluzione del 1979. In molti casi appartengono a famiglie benestanti legate alla vecchia élite monarchica. Altri sono figli di emigrati perfettamente integrati nel mondo occidentale, spesso più familiari con gli algoritmi dei social network che con la complessa realtà politica dell’Iran contemporaneo.

Naturalmente il loro punto di vista è legittimo. Nessuno sostiene il contrario. Il problema nasce quando quella prospettiva viene presentata come la voce autentica dell’intera società iraniana.

Il casting geopolitico

Per capire l’assurdità della situazione basta un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo che i figli degli emigrati italiani negli Stati Uniti – magari nati a New York o Chicago e cresciuti tra pizza “pepperoni” e serie televisive – pretendano di spiegare l’Italia agli italiani che vivono oggi nel Paese. Potrebbero avere opinioni interessanti, certo. Ma nessuno penserebbe seriamente di considerarli automaticamente più autorevoli di chi segue quotidianamente la vita politica italiana.

La differenza, in questi casi, non è una questione di sangue o di identità etnica. È una questione di contesto sociale, culturale e informativo.

Eppure nel racconto mediatico occidentale succede esattamente il contrario. La selezione delle voci non avviene sulla base della conoscenza reale del Paese, ma sulla loro compatibilità con la narrazione dominante. Gli iraniani che confermano l’immagine già costruita dell’Iran diventano immediatamente autorevoli. Gli altri semplicemente scompaiono. Non vengono invitati. Non vengono citati. Non esistono.

Il risultato è un paradosso quasi comico. Si proclama di voler “ascoltare gli iraniani”, ma in realtà si ascoltano soltanto quelli che ripetono ciò che il pubblico occidentale è già predisposto a credere.

Più che informazione, è un casting. E come in ogni casting ben organizzato, i ruoli principali sono stati assegnati molto prima che si accendano le telecamere.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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